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Il teatro perde i vizi

08 febbraio, 2019 - 13:08
Pubblichiamo sinteticamente un ricco estratto da un articolo di Dacia Maraini apparso sul Corriere della Sera del 7 febbraio 2019 intitolato “IL VIZIO ANTICO DEL TEATRO, CHE SI DIMENTICA DI AUTRICI E REGISTI”
L’originalità e la bellezza del teatro resistono, nonostante le grandi innovazioni tecnologiche, grazie al suo eterno artigianale rapporto pubblico-scena. La forza del teatro sta nella sua apparente debolezza. In un mondo in cui tutto lo spettacolo è ridotto a virtualità, il teatro ha il grande privilegio di mettere le persone faccia a faccia.
Proprio questo suo carattere artigianale lo rende fragile, costoso, ma nello stesso tempo autentico e vincente.

Altra caratteristica del teatro è quella di riunire in un lavoro collettivo la creatività di un drammaturgo, di un regista, degli attori, dello scenografo, del costumista, dei tecnici. L’equilibrio crea la bellezza dello spettacolo. Purtroppo questo equilibrio molte volte viene meno per la tendenza a prevalere dell’attore principale o del regista o dello scenografo o del musicista, che finiscono per schiacciare la meravigliosa qualità comunitaria del teatro.

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Foto: Nadia Pugliese

Il palcoscenico poi offre una dialettica che miracolosamente si ripete ogni sera. Mentre lo schermo è fermo e immobile nelle sue immagini, ogni sera lo spettacolo risulta diverso. Ogni sera gli attori sentono le emozioni, la tensione, le attese della sala e il loro agire ne viene influenzato.
Un pubblico distratto o annoiato può togliere il fiato a un attore e renderlo nervoso e fiacco. Un pubblico attento e partecipe al contrario può galvanizzare gli attori fino a tirare fuori dalle loro voci e dai loro corpi il meglio delle emozioni del testo.
Naturalmente un testo ci vuole, a meno che non si tratti di un teatro di pura immagine o di puro movimento.
Il passaggio dal romanzo al teatro non è proibito, ma va fatto con la sapienza e la competenza di un drammaturgo che possiede un suo linguaggio riconoscibile, un suo stile personale.
Rarissimo trovare testi scritti da autrici. Sappiamo che il teatro ha sempre vietato il pensiero delle donne. Perfino la presenza del corpo femminile sulla scena è stata considerata impropria, se non addirittura pericolosa, sia dal teatro greco che da quello romano che da quello medievale.

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Foto: Nadia Pugliese

Forse per queste antiche tradizioni ancora oggi si fa fatica a prendere sul serio il teatro come luogo di sviluppo delle ragioni donnesche.
Ecco in questi accenti di Dacia Maraini una sottolineatura rivelatrice dell’importanza sulla scena, proprio lo stesso 7 febbraio al Teatro Agnelli, di “Paolino”, un testo che nasce proprio dal valore straordinario di una bellissima scrittura femminile, quella di Marina Jarre, una scrittrice attenta, capace di calarsi e cogliere l’attualità della storia e di scriverla con profondità e ironia. In più la riduzione drammaturgica del libro “La principessa della luna vecchia” è stata curata da Renzo Sicco e Gisella Bein, due persone che da anni si misurano nel trasporre la letteratura in forma teatrale, ed è realizzato da Assemblea Teatro in una coralità che vede assieme, come nella storia ultracinquantenaria della compagnia, volti noti e altri giovani uniti nel loro lavoro con i tecnici e con buone musiche, come sempre in un equilibrio prezioso per lo spettatore.
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Foto: Nadia Pugliese

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Foto: Nadia Pugliese

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