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Pensieri oltre il virus

02 aprile, 2020 - 17:13

14 giugno 2020

Da domani riapriranno i Teatri e i Cinema, ma sono contingentati!!!

La Regione E.R. prima fra tutte ha abolito il numero massimo dei 200 spettatori in tutto (al chiuso), ma con la contingentazione e i distanziamenti le agibilità si ridurranno a un quarto o a un quinto delle capienze…

Per i Teatri privati a “vocazione e interesse pubblico” come i Centri di produzione (noi, lo siamo) e per i privati, manca quindi la sostenibilità economica!!!

I giornali di questi giorni danno grande enfasi alle riaperture dal 15 giugno, fanno bene, perché è un segnale di positività.

Ma per le Imprese e per i Lavoratori il problema del lavoro e dell’occupazione non si è certamente risolto, così pure per le decine di migliaia di spettatori che frequentavano i nostri Teatri e che potranno riprendere a frequentare qualche piccolissima “arena estiva”.

Riprenderanno i voli aerei, gli stabilimenti balneari, le partite sportive, le discoteche, ecc. ecc., dove, mi permetto di pensare, che la “distanza” sarà solo una pura formalità, una foglia di fico, un’ipocrisia collettiva.

Abbiamo bisogno, per le nostre Imprese e per i nostri Lavoratori, che le Regioni e lo Stato ci prefigurino una data di RIAPERTURE NON CONTINGENTATE, solo così si risolverà la crisi che questa pandemia ha generato.

Solo con una possibile data di riapertura “normale” potremo programmare produzioni e ospitalità, ma anche e soprattutto cominciare a riassumere al lavoro i nostri Dipendenti, Soci, Lavoratori, fin da adesso.

Solo così si comincerà a risolvere una crisi devastante per tutti!!!

Non sono uno scienziato, ma ritengo e spero (siamo in tanti a pensarlo…) che da ottobre i Teatri potrebbero riaprire; lo pensiamo, perché le curve infettive si stanno da tempo abbassando in gran parte d’Italia, con una velocità decisa.

DATECI UNA DATA!!!!!

Poi, se i segnali infettivi non continueranno a calare, cambiatela, ma non lasciateci SOSPESI nel vuoto ed avere danni ancora più grandi di quelli immensi che si sono già creati.

Solo in Emilia Romagna i Lavoratori dello Spettacolo sono 11.000, tanti quanti in una grande industria, cui vanno aggiunti qualche altro migliaio dell’indotto (pulizie, manutenzioni, maschere, turismo, ecc.).

Per la Politica, prefigurare una data di riapertura non contingentata ma in sicurezza, sarà un segno di lungimiranza e di coraggio, per imprese e lavoratori sarà la sopravvivenza!

Ruggero Sintoni

direttore artistico di Accademia Perduta/Romagna Teatri

 

 poltrone-vuote-teatro

 

 

Ci piace, in questa nuova sezione, ospitare il semplice e positivo video realizzato, senza piangersi addosso, dal diciannovenne Gianmaria Roggero. Un segnale di buon auspicio

 

 

 

 

 

 

PARCO rolling

 

 

 

Qui di seguito, invece, i testi dell’inizio della nostra comune quarantena stretta, ovvero i “Pensieri per i tempi del Coronavirus”


Alcune utili riflessioni per queste giornate complicate, difficili, tragiche: una lettera di una infermiera del San Luigi di Orbassano; un editoriale di Giacomo Di Girolamo; un breve scritto di Gabriele Romagnoli; un articolo di Alessandro Bergonzoni ed altro ancora. Sono testimonianze, spunti, meditazioni nel momento in cui il Coronavirus ci accerchia, costringendoci all’immobilità e all’isolamento

 

 

intensivaROLLING

 

 

Quando essere relegati ai “domiciliari” in casa ti sembra pesante, rileggiti questa testimonianza di una infermiera dell’Ospedale San Luigi di Orbassano e capirai che sei privilegiato

 

 

Vorrei descrivere una giornata tipo. Una come tante, in questo periodo. Ma non vorrei descrivere quello che stanno passando i media: numeri, statistiche, decreti e divieti. Vorrei farlo visto dal lato del paziente Covid positivo e degli operatori. Il Covid è molto più che un virus subdolo. Siamo un Paese che sa solo lamentarsi per qualsiasi cosa, mai contenti di nulla. Sembra che la quarantena sia un castigo anziché una protezione per ognuno di noi.

Che bello essere chiamati angeli… ma chissà se poi lo siamo davvero.

È un sabato mattina di una settimana di allerta Covid. Finalmente un giorno di riposo dopo tanto lavoro. Finalmente puoi dedicarti alla famiglia. Per te la quarantena non esiste, non esiste il divieto ad uscire… non è mai esistito. Tu DEVI lavorare, sei preziosa… dicono. E invece no, niente riposo. Arriva la chiamata. Si deve andare. C’è bisogno di coprire turni. Il lamento è d’obbligo, non vorresti… ma si fa. Mentre ti prepari, rifletti che marzo non è stato affatto clemente: turni di 12 ore, ferie annullate, riposi… cosa sono i riposi? Arrivi in ospedale, qualche figura nei corridoi, ma ancora troppa gente in giro.

Arrivi al reparto critico, quello dove sono ricoverati i pazienti positivi. Tutto blindato, suoni. Ti apre la collega che è lì da ieri sera… Stremata, viso segnato dalla mascherina e gli occhiali, prendi consegna e la congedi. Deve riposare. Suona un campanello. Ti sporgi alla camera interessata, chiedi il motivo della chiamata, rassicuri che presto entrerai, e vai a vestirti. La vestizione è lunga, ci si deve bardare molto bene, non si possono commettere errori di trascuratezza. Entri dalla paziente, la conosci… la saluti. Ha un casco sulla testa, si chiama C-pap. Serve per respirare meglio… non ha molte speranze e il monitor al quale è collegata ne dà conferma. Ma la paziente è cosciente, lucida e orientata nel tempo e nello spazio… ma soprattutto sa che sta per morire. Lo sa, lo percepisce… lo sente. Parli un po’ con lei.

Non mangia da giorni. Questa mattina chiede la colazione. Ha un diabete non controllato e vuole due fette biscottate con la marmellata. Sarà certo il diabete il suo peggior nemico ora? E riferisci alla collega di passarteli. Quello sguardo implorante ti uccide. Distogli ogni tanto gli occhi da lei per non morire dentro…

Mentre le sistemi i cavi dei parametri vitali, lei ti prende la mano… amore, sei mamma? Si, di due ragazzi. Allora puoi capire cosa sto provando?

Posso provare, ma se vuoi, puoi descrivermelo… ti ascolto.

Ho 4 figli… sono sempre stati tanto mammoni. Un rapporto bellissimo, anche perché gli ho fatto da madre e da padre, visto che sono rimasta vedova da giovane… Non ho paura di morire, non vorrei solo soffrire. Ma un giorno, uno dei miei figli è venuto a trovarmi e non lo hanno più fatto entrare… è stato obbligato, non una scelta. Non ho potuto vedere più i nipoti, le nuore… nessuno. Io qui, loro a casa. Non ho potuto dir loro quanto bene gli voglio…

Ma chiamali al telefono e diglielo!

Si, ma non è la stessa cosa…

E vabbè, però ti sentono, ti parlano… è già qualcosa, meglio di niente…

Li chiamo ogni giorno, li sento che stanno soffrendo perché non possono stare con me fino alla fine.

Entra il medico… la visita… squilla il telefono, è uno dei figli… la paziente gli dice: c’è il medico, te lo passo. Il medico descrive al figlio la situazione. È davvero critica… Alla signora viene detto che dovrà essere intubata presto e che non ha molto da vivere. Il figlio chiede di poterla vedere per un ultimo, breve saluto. Non è possibile… il Covid non decide su chi posarsi… si insinua su chiunque… Il medico esce dalla stanza… la signora piange disperata. Mentre è ancora al telefono con il figlio, il figlio piange con lei… lei ha sempre su di te quello sguardo implorante, come volesse chiederti di fare qualcosa… chiedi di passarle il telefono. La signora ha un telefono vecchio, non è anziana, ma nemmeno tecnologica… non puoi avvicinare il telefono all’orecchio, quindi non sai cosa ti risponde il figlio… ma quello sguardo ti ha trapanato… non sei soltanto un operatore, sei mamma, sei figlia…

Dici al figlio: radunatevi tutti e 4 ma proteggetevi con le mascherine. Fatelo prima che potete e poi chiamate in video chiamata questo numero… e gli dai il tuo… vi farò vedere mamma. È poca cosa, ma almeno non sarà una cosa interrotta di netto, e la potrete vedere. Gli dici che sarai li per altre 10 ore e di richiamare più volte se non rispondo subito… Non passa neanche un’ora… la collega dice che dalla borsa sta squillando il tuo telefono… tu sei sempre vestita e sempre in quella stanza… non sei mai uscita… le chiedi di prendere il cellulare, metterlo in un sacchettino, disinfettarlo e passartelo.

Apri la video chiamata… tutti e quattro i figli li… la paziente non se lo aspettava ed è felice come una Pasqua… e tu con lei. Si parlano un bel po’… si raccontano, si dicono ti amo… lei desatura spesso perché si sta affaticando… ma sai il destino nefasto, non te la senti di chiedere di chiudere. Già una volta sono stati obbligati a tagliare, ora vuoi che la decisione sia la loro…

La chiamata dura circa mezz’ora… ed è come se un cerchio si fosse chiuso, quello che doveva essere è stato… lei aveva resistito solo per loro, per vederli, per salutarli. Hai il cuore in mille pezzi. Pensi a te e ai tuoi figli e comprendi tutto… ogni sua preoccupazione. Ti prende la mano, ti dice grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto. E fai fatica a non piangere.

La paziente si spegne. Decidi di uscire e lasciare ai colleghi il resto. E vedi che, come le procedure prevedono, la cospargono di disinfettante, la avvolgono in un lenzuolo e la portano in camera mortuaria. Sola… sola… i suoi effetti personali messi in triplice sacco nero andranno inceneriti…

È domenica mattina… l’agenzia di pompe funebri è venuta a prendere la salma. Uno solo dei figli presente, a debita distanza. Non l’ha più vista da quella video chiamata. Dà indicazioni all’incaricato e vanno via… la sua macchina svolta a destra, la salma va a sinistra… sola.

Non ce la fai, quello è troppo!!! E se fino ad ora non avevi pianto, ora non ce la fai…

A casa apri Facebook. Lamentele ovunque. Vi hanno negato la libertà, il bimbo non può andare più al parco, il cane passeggia troppo in là da casa, non si trova più lievito… Quanta ignoranza… quanti pochi problemi ha la gente… ma su una cosa ancora siamo fortunati: a noi ci saranno state anche negate delle cose, dovremmo anche fare sacrifici… ma almeno noi abbiamo ancora la dignità, un diritto che il Covid-19 ti toglie, senza poterti lamentare…

 

Un diario dalla prima linea, quella umana, del cuore…

 

TRAMONTO rolling

 

 

Il coronavirus, le nostre vite a casa. E io che posso fare?

Accendere le luci della sera

 

Ogni sera, appena “scura”, faccio il solito giro della casa. Chiudo le imposte, abbasso qualche serranda. Per noi miopi è, quello del crepuscolo, il momento in cui la vista si abbassa un po’, i contorni delle cose sfumano, e con l’incedere della penombra sale una piccola ansia antica.

Accendo le luci del portico, poi quelle del viale, e del cancello di casa. Da un po’ di tempo, ogni sera, appena “scura”, mi trovo a fare, sorridendo, lo stesso ragionamento: per chi accendo le luci sulla strada, se non aspettiamo nessuno, se noi non usciamo, se qui fuori tutto è fermo?

Poco dopo, esco ad esporre i rifiuti (per fortuna la raccolta differenziata non si ferma…). Guardo la strada ripida che porta a casa mia, mi sembra San Francisco, se solo San Francisco avesse lo Stagnone davanti e qualche buca in più.

***

Chissà cosa starai scrivendo, mi dicono un sacco di amici, in questi giorni. È il vostro tempo, aggiungono. Il tempo di voi scrittori, pensatori, di voi che immaginate le cose, che ci guardate dentro. D’altronde lo ha detto anche Baricco: audacia, ci vuole audacia.

Io però sono uno di quelli che non ce la faccio. Non ho pensieri profondi, cose da scrivere, idee, ho mille cose che mi passano per la testa, nessuna (tranne questa) che prenda forma.

Invidio quelli che ce la fanno, gli scrittori che hanno il libro pronto, le lucidissime analisi, coloro che sanno leggere nelle viscere della contingenza. Anche quelli della battuta pronta, invidio. O quelli che hanno teorie calzanti, scrivono concetti profondi, fanno analisi in punta di fioretto, anche in diretta su Instagram.

Io proprio non ci riesco. Ho molte cose in testa, confuse, faccio schemi e poi li butto, vorrei scrivere per incoraggiare, scrivere qualcosa in bello stile per dire che andrà tutto bene, creare un hashtag tutto mio, poi ho bisogno di qualcuno che mi dia conforto, una pacca sulla spalla, proprio ora che abbracci non ne possiamo ricevere, neanche l’abbraccio di una madre.

Per ora sono al fronte, il fronte è il mio lavoro di giornalista impegnato con la sua eccezionale squadra, ogni giorno, a raccontare questa emergenza, smontare i proclami delle autorità, dare voce al disagio, lottare contro le falsità che girano.

Penso che verrà un tempo di un’altra scrittura, non so. D’altronde, quanto ci ho messo a raccontare della strage di Capaci? Era il 1992, avevo 15 anni, ne ho scritto la prima volta quando di anni ne avevo il doppio, 30.

E allora mi prendo il tempo necessario, penso, ancora una volta, mi faccio scudo e forza con questa regola: prendersi il tempo necessario.

Davvero non ce l’ho un pensiero. Altri, sì. E quanti. Perché sono tutti virologi, in giro, tutti esperti di contagi, di statistica, di economia. Tutti che sanno qualcosa in più di quell’altro, e ci tengono a dirla, a voce più alta, a condividerla, perché loro hanno studiato all’università della strada, e se ne vantano, lo mettono anche nelle informazioni del loro profilo sui social. La quarantena, che rende molti di noi forzati sul divano, amplifica tutto questo. E quindi condividiamo, condividiamo, condividiamo. Ogni giorno ricevo decine di video, tutti virali (che ironia…), tutti imperdibili. Tutti inutili. Uno degli ultimi è di Tullio Solenghi, il comico, proprio lui, che dice la sua sugli Eurobond. Avete capito bene, Tullio Solenghi che parla degli Eurobond (ma lo sapete già: è arrivato anche a voi). Insieme ai meme, ai gruppi di preghiera, ai flash mob dai balconi di casa, agli appelli dei medici, a quelli che in strada riprendono gli altri che stanno in strada, alla verità rivelata sul fatto che è tutto falso, è tutto vero, è tutto preparato in laboratorio, e colpa della kasta!!!, è la fine del mondo, è tutto già esistito, è la natura che si vendica, è colpa dello smog, è tutto come prima, non è nulla, moriremo tutti.

***

Hemingway diceva che ogni generazione è contraddistinta da un evento gigantesco che la segna. Per lui era la guerra civile in Spagna, per quelli un attimo prima la Grande Guerra, poi la Seconda Guerra Mondiale. La mia generazione è stata segnata dalle bombe del ‘92. Quando ne parlo con i ragazzi che incontro nelle scuole, o nei corsi, quando il discorso cade sulle accuse che generalmente noi adulti facciamo alla loro generazione, apatica, distratta, assente, penso che forse dipende da questo. Dalla mancanza di un grande evento, un trauma collettivo. Adesso ce l’hanno. Magari loro ci racconteranno qualcosa di importante su tutto ciò che stiamo vivendo adesso. Non noi. Loro, magari, sì. Ci racconteranno cosa significa questo tempo sottratto, e chissà che, un secolo dopo, la loro non sia, sempre per citare Hemingway, un’altra “generazione perduta”.

***

Io dal canto mio che posso fare, adesso? Accendere le luci del viale all’imbrunire, quelle del portico, e quelle del cancello. Come se.

Uscire fuori con gesti lenti, per esporre il mastello dei rifiuti, prendere una boccata di aria buona della sera, intercettare l’ultima luce del tramonto, fare i paragoni tra la mia “sdirrupata” contrada e San Francisco.

Ieri, uscendo, mi sono ritrovato a pensare al Papa, alla sua preghiera, qualche sera fa, nella piazza San Pietro enorme e vuota, anche lui, all’imbrunire. Chissà se il Papa fa la differenziata, mi sono chiesto. E poi ho pensato anche alle sue parole, dette mentre avanzavano le tenebre davanti a lui e nel mondo. “Nessuno si salva da solo”. In questi giorni in tanti si chiedono, e ci chiediamo, “Dov’è Dio?”. Forse è l’unica domanda alla quale Google ancora non risponde. Dov’è Dio?

Forse Dio è proprio nel silenzio di questi minuti. D’altronde nelle scritture, al profeta che lo attende come un tuono, una potente eruzione, come la folgore o il terremoto, un qualcosa di pauroso e strabiliante insieme, il Signore si presenta, cito letteralmente, “come una voce di silenzio sottile”.

Forse c’è qualcosa di sacro in questa luce che accendo ogni sera, penso. La luce di casa. Anche se non aspettiamo nessuno, anche se da qui, per ora, non si esce.

 

Giacomo Di Girolamo, Tp24.it, 6 aprile 2020

 

 

coronaROLLING

 

La prima cosa bella di giovedì 2 aprile 2020

 

di Gabriele Romagnoli

 

La prima cosa bella di giovedì 2 aprile 2020 è l’assioma di Cyrulnik, secondo cui: la risposta alla catastrofe non consiste nel ristabilire l’ordine precedente, ma nel crearne uno che prima non c’era. Boris Cyrulnik è uno psichiatra francese di 82 anni. È lui ad aver coniato il termine “resilienza”, poi abusato fino a provocare quasi fastidio, ma che diventerà il segno della reazione alla pandemia. Sostiene Cyrulnik che ogni guerra, contro nemici visibili o invisibili, produce solidarietà. E fabbrica i suoi eroi, in questa i medici e gli infermieri. Che la storia insegna: possono essere stati sconfitti gli eserciti, ma poi hanno vinto i commandos della resistenza. La catastrofe è la regola dell’evoluzione. Il trauma è riparabile, ma non reversibile: la rottura è una fluttuazione, obbliga i sistemi alla creatività. Dal disordine alla fertilità: il caos inventa continuamente vite incredibili. Ora, magari vi siete stancati di “andrà tutto bene” e questo vi dice “andrà tutto meglio”. Ogni idea vale anche per chi la propone. Cyrulnik venne lasciato in affidamento dai genitori ebrei che andarono a morire nei lager. Si salvò da un rastrellamento in sinagoga nascondendosi in bagno. Venne cresciuto da una donna misericordiosa sotto falso nome. Se alla fine della guerra, seppellendo il dolore, quel ragazzino pensò: “E adesso andiamo a reinventarci la vita”, vale la pena seguirlo.

 

Repubblica.it, 2 aprile 2020

 

 

 

 

Tratto da La Repubblica del 4 marzo 2020

bergonzoniARTICOLO LIGHT

 

 

Tratto da La Repubblica (ed. Torino) del 16 aprile 2020

narratori del lockdown

Tratto da Agisweb.it

AGIS-SINTONI

Coronavirus, teatro:

Sintoni (Antac), le misure non bastano

(cliccare sul titolo per visualizzare l’articolo) 

 

 

TEATRO greco Atene

 

 

Più spazi naturali per sport (e teatro)

Il mondo dello sport è in lockdown.

Fermo, come tutto il resto d’altronde, ma per quelle attività che hanno nella fisicità la loro manifestazione, beh, il problema è doppio. Il paragone possibile è con il teatro, anch’esso veicolo privilegiato di emozioni che passano attraverso la presenza, il contatto, fisico e intellettuale, i suoni, gli odori. Non è un caso che su teatro e sport si addensino le nubi più scure, sul presente, ma soprattutto sul futuro.

Teatro e sport hanno in comune la performance dal vivo, realizzata in quel momento lì, errori o capolavori inclusi. Non è un caso neppure che proprio teatro e sport fossero manifestazione di cultura inventati, entrambi, nel mondo della Grecia arcaica, e avessero, entrambi, nella bellezza dei luoghi un valore aggiunto e un detonatore di ispirazione. Performers e pubblico, tanto nello sport come nel teatro si scambiano emozioni e se nel teatro il pubblico è coinvolto in forma catartica, vede riprodotto sul palcoscenico qualcosa che riconosce come potenzialmente proprio, nello sport addirittura il pubblico diventa protagonista della performance, con le sue coreografie, i suoi canti rituali.

Un intellettuale come Roland Barthes diceva: «In alcune epoche e in alcune società il teatro ha svolto un’importante funzione sociale: riuniva tutta la cittadinanza in un’esperienza comune, la conoscenza delle proprie passioni. Oggi questa funzione viene svolta, a suo modo, dallo sport. La popolazione però è aumentata, non si tratta più di una città, ma di una nazione, spesso anzi, per così dire, del mondo intero. Lo sport è una grande istituzione moderna che ha assunto le forme ancestrali dello spettacolo». Che enorme, infinita tristezza che praticamente del teatro non si parli (la sua funzione non si è certo esaurita nei tempi andati) e che, per ciò che riguarda lo sport, le attenzioni siano tutte (o quasi) catalizzate dal braccio di ferro fra il ministro dello Sport Spadafora e la Lega calcio.

Certamente il calcio di serie A è un’industria, certamente genera un’economia e un indotto, altrettanto certamente ci sono migliaia di lavoratori che vivono del calcio della massima serie, guadagnando in un anno quello che Cristiano Ronaldo guadagna in mezza mattinata, mattinate di pandemia incluse. Sono migliaia anche gli operatori del teatro e quegli attori che, diciamo così, anche prima mettevano nella lista delle loro priorità qualcos’altro rispetto al denaro. La Fase 2 ha bisogno di una riflessione gigantesca rispetto a tutto un mondo molto meno visibile del campionato di calcio di serie A e che è fatto da una rete di migliaia e migliaia di società, di milioni di persone (atleti, dirigenti, arbitri, volontari) che hanno tenuto in piedi lo sport di questo Paese, che spesso hanno generato, a partire dagli oratori o da improponibili palestrine, gente che magari ci ha fatto piangere di gioia ai Giochi Olimpici. Serve pensare a questa rete, oggi. Serve costruire una strategia per il domani, oggi. Serve dare a tutti loro una speranza, oggi. Magari iniziando la riflessione proprio dai luoghi dello sport (e del teatro). Perché, per esempio, non pensare a un lavoro di riconversione di grandi spazi naturali o di parchi cittadini che possano diventare collettore di eventi sportivi o teatrali, luogo di pratica, di allenamento, di cultura, di performance fisica e intellettuale. Guardando a un presente e un futuro che ci digitalizza sempre più, sarebbe una nuotata nel mare pulito, una connessione con un passato da cui proveniamo, della cui sostanza, in qualche maniera, siamo fatti e chi, almeno una volta nella vita, ha passeggiato a Taormina, a Epidauro, a Olimpia, a Delfi o a Paestum ha tutto ben chiaro.

Mauro Berruto, Avvenire, 29 aprile 2020

 

Dal nostro archivio

Sapremo davvero tracciare traiettorie migliori?

 

 

 

 

 

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