Assemblea Teatro
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Intervista

Assemblea Teatro

INTERVISTA A LUIS SEPÚLVEDA

di Luca Indemini


Assemblea Teatro

Sabato 29 marzo, in occasione della mostra «Lo Spazio dell’Uomo - Collezione Museo de la Solidaridad Salvador Allende», «Le rose di Atacama» sono fiorite per una sera, grazie ad Assemblea Teatro, negli spazi della Fondazione Merz. Tra il pubblico numeroso e attento, c’erano anche Luis Sepulveda, autore del romanzo adattato per il teatro da Renzo Sicco, e sua moglie, la poetessa cilena, Carmen Yàñez Hidalgo. Quando l’applauso catartico della sala sottolinea la fine dello spettacolo, un Sepulveda visibilmente commosso si avvicina agli attori e li stringe uno a uno, in un lungo abbraccio carico di gratitudine.

Assemblea Teatro Che effetto suscita vedere riproposto sul palcoscenico un proprio romanzo?
«E’ una bella sensazione. Assemblea Teatro ha portato in scena molti miei testi e ogni volta Renzo Sicco riesce a regalarmi un trattamento rigoroso, rispettoso. Sento che quando la parola scritta entra nel teatro si recupera, si ossigena, respira nuovamente, con una nuova giovinezza. Anche io sono uomo di teatro, sono direttore di teatro, ho scritto tanto per il teatro e so che quando si lavora bene, con amore, il risultato finale è convincente, bello e poetico».
Questa serata può essere inserita tra i numerosi, piacevoli tasselli che la legano alla città di Torino?
«Sì. Ho un rapporto di grande amicizia con Torino, ci sono tanti amici qui: uno è Renzo Sicco e la gente di Assemblea Teatro, poi ci sono quelli del Premio Grinzane Cavour. Torino è un posto dove mi sento benissimo, so di essere il benvenuto. Devo momenti bellissimi della mia vita come scrittore e come persona a Torino».
Qual è l’aspetto che la colpisce di più della città?
«Io cerco sempre di guardare indietro, nella storia. Questo dinamismo che si trova oggi in città, non è tipicamente torinese, credo sia frutto dell’immigrazione dal Sud negli anni dell’industria, quando gli operai arrivavano dalla Sicilia, dalla Puglia, tra mille difficoltà, quasi senza parlare l’italiano. Oggi Torino è bella, dinamica, proprio grazie all’apporto degli immigrati. L’immigrazione ha bisogno di tempo per solidificarsi nel suo apporto culturale, l’apporto di questa immigrazione è la Torino di oggi».
Torino è una delle tante città che l’hanno accolta a braccia aperte, come ci si sente a non avere una casa fissa?
«Io ho sempre avuto una casa fissa, solo che nel tempo è cambiata. Il primo tempo dell’esilio era un periodo convulso, poi quando sono arrivato in Europa, la mia casa è diventata Amburgo. Era quello il mio posto nel mondo, il posto dove lavoravo, dove svolgevo attività professionale e sociale, poi è diventata Parigi, adesso la Spagna in Asturia. Abito da 11 anni a Gijon, è un posto fisso, mi trovo bene. Certo, non sono un patriota, sono un cosmopolita nel senso buono del termine. Come diceva mio nonno paterno: uno è di dove si sente bene, e io adesso mi sento benissimo a Torino per esempio, e anche a Gijon. La vita è così».
In tempi in cui si fa un gran parlare di globalizzazione, ha sentito la necessità di sottolineare “cosmopolita in senso buono”. Cosa vuol dire per lei?
«Nel senso dell’Internazionalismo. È importante capire che la nostra vera appartenenza è quella alla famiglia umana. Oggi abbiamo questa grande opportunità di confrontarci con l’altro, col diverso e da questo confronto si arriva a qualcosa di affascinante: la differenza è bella, ma si scopre che ci sono più cose che avvicinano, di quelle che separano e allontanano».
Questo essere cosmopolita l’ha portata a viaggiare molto, in “Patagonia Express” però si parla anche di un viaggio non fatto, quello in Patagonia con Bruce Chatwin.
«Con Bruce ci siamo conosciuti, non eravamo amici intimi, eravamo troppo diversi. Io ero un grande ammiratore della sua letteratura, non della sua concezione del viaggio. Era troppo inglese, viaggiava in modo diverso: partiva da un’ipotesi e viaggiava per trovare delle conferme. “In Patagonia” è un libro bellissimo, ma è partito con delle ipotesi e durante il viaggio si è perso qualcosa, non ha visto un aspetto importante della Patagonia: tutta quella gente che vive e lavora e cerca di sopravvivere in questa regione terribile del mondo. Eravamo entrambi appassionati di Butch Cassidy e Sundance Kid, volevamo seguire le loro tracce in Patagonia per scrivere un libro su di loro a quattro mani. Ma lui è morto poco dopo il nostro primo incontro».
Patagonia Express è stata una delle occasione che l’hanno riportata in Cile, quando è tornato l’ultima volta che paese ha trovato, che cambiamenti ha notato?
«È difficile parlare del Cile in generale. Nel profondo Sud, in Patagonia o nella Terra del Fuoco la gente è sempre la stessa, la natura è così forte che mantiene invariata la forma di aggregazione umana, lo stesso avviene al Nord, nel deserto, la vita è la stessa di trenta anni fa. Le cose cambiano nel centro, a Santiago, qui si trova un paese di trionfatori, con una forte apartheid non tanto razziale quanto economica. Parliamo di un paese che ha rinunciato all’istruzione e alla sanità pubblica, che ha perso la sfida industriale ed è tornato alla condizione di «raccoglitori», oggi il Cile esporta solamente frutta, non si fa nulla in campo tecnologico, da troppo tempo».
A proposito di tecnologia, qual è il suo rapporto con internet?
«Buono, credo valga lo stesso discorso della televisione, non è male di per sé, il problema è chi la fa e come. Internet permette una comunicazione più orizzontale, da questo punto di vista è una forma di comunicazione potenzialmente democratica. Ma da un altro punto di vista è generatore di una realtà parallela: c’è gente che passa troppo tempo dentro la rete. O che dire dell’internet commerciale, paradiso della pornografia. Però credo che sia una buona possibilità».




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