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Riflessione

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Una riflessione sul bullismo

di Alessio Sandalo


Parlando di bullismo, viene in mente in particolare il mondo della scuola, ma anche la strada, tutto ciò che è esterno all'ambiente protetto della nostra famiglia. Pensiamo che in questi contesti nostro figlio possa essere esposto e diventare vittima di bullismo. Ci preoccupa quel bullismo che il nostro ragazzo può subire, un'ansia che si accompagna spesso ad un sentimento di impotenza. Difficilmente riusciamo ad immaginare di essere genitori di un bullo, a riconoscere proprio nel figlio che abbiamo cresciuto un soggetto violento, vessatore. Quando questo accade, quando l'insegnante, l'educatore ci informa del comportamento aggressivo e prepotente di nostro figlio, possiamo provare un misto di sorpresa, sbigottimento ed anche... soddisfazione. Si, soddisfazione, perchè non sono rari i genitori che in quell'occasione replicano "Bene, vuol dire che mio figlio è uno che sa farsi valere nella vita!". Una reazione così contrastante, a seconda che si operi o si subisca violenza, ci induce ad alcune riflessioni. Ciò a cui si dovrebbe guardare con sempre maggior inquietudine è la presenza, nella cultura di riferimento dei ragazzi, di una sorta di "irresponsabilità sociale", non sufficientemente contrastata da educatori e genitori che, a loro volta, spesso la condividono. Si tratta di quell'imperativo a "farsi i fatti propri", assunto ormai a valore etico, che spinge ad agire, a muoversi e a comportarsi senza tenere in minimo conto i bisogni, le esigenze o, meglio ancora, l'esistenza stessa dell'altro. Vivere senza la nozione dell'altro vuol dire sentirsi autorizzati, ogni qualvolta l'altro ti è nemico o di ostacolo, a eliminarlo, a colpirlo, a toglierlo di mezzo: spenta la sua immagine, il problema è risolto. Mille le ragioni di questo fenomeno e tutte, più o meno, conosciute: dal vuoto culturale ai condizionamenti delle immagini virtuali; dall'esasperato bisogno di "risolvere" i problemi, costi quel che costi, alla sempre più scarsa considerazione dell'altro. Ma la realtà da affrontare resta sempre la stessa: da soli a fare i conti con rotture, guasti comunicativi, separazioni ed esplosioni emotive non contenibili. In questi frangenti è difficile aiutarsi, anche fra coetanei: le solidarietà, le alleanze e le complicità, così efficaci in altri momenti, qui non bastano e non soccorrono.

Più difficile ancora è farsi aiutare dai grandi. Il disagio è anche degli adulti: troppo fragili essi stessi di fronte a questi eventi, troppo preoccupati e allarmati, troppo indaffarati a sopravvivere per accogliere questi piccoli problemi. Più facile, per loro, nascondersi dietro un "cose da ragazzi": piccole, difficili vicende quotidiane che rafforzano l'animo e fanno crescere.

D'altronde va sottolineato come molto spesso siano proprio gli adulti l'altra parte del conflitto dei ragazzi: adulti che, a quel punto, mandano in vacanza tutte le responsabilità e gli impegni educativi normalmente sbandierati e frequentati. E spesso sono proprio le istituzioni come la scuola e la famiglia a fare da palcoscenico a questo tipo di rappresentazioni: i conflitti vengono messi in scena senza testi, senza finzione e senza più alcuna regia.

Si salvi chi può e vinca il migliore o, meglio, il più forte. Infine, prendo a prestito le parole di un esperto di criminologia come Duccio Scatolero: "È proprio da questi scenari che occorre ripartire per tentare di ricostruire. Partire dalla scuola per cercare di tagliare il velo di negazioni, rifiuti, implicazioni, accartocciamenti emotivi che coprono la materia dei conflitti. Occorre imparare a riconoscerli e a parlarne, a sfuggire le mille tentazioni a risolverli e, in definitiva, a riscoprire una possibilità di gestirli, riducendone i danni e i rischi. Convivere coi conflitti, coabitare con i confliggenti, lasciarsi accompagnare da un "terzo" nei tortuosi percorsi emotivi che le liti aprono e scoprire così la necessità stessa del terzo come presenza di aiuto: sono solo alcuni degli obiettivi che ci si può dare nel tentativo di attivare nuove strategie di impegno nella scuola. Ce n'è per tutti.

L'aspetto forse più affascinante è che, a differenza di quanto fatto fino ad ora, nella scuola non si devono più affrontare problemi che sono sempre di "qualcun altro", diverso da chi parla e da chi ascolta: il drogato, il malato mentale, il delinquente, il povero. Il conflitto, infatti, è di tutti, fa star male e mette in difficoltà a prescindere dall'età, dall'appartenenza sociale e dal ruolo o dalla funzione svolta giovanile."La sfida è riuscire ad andare oltre l'etichetta, educare a riconoscere nello "sfigato", nel "secchione", nel "debole" prima di tutto una persona.




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