Nel 2003 abbiamo realizzato lo spettacolo “Polvere” presentato in prima nazionale proprio a Monfalcone in occasione della manifestazione “Amianto mai più”. Da allora, come per molti nostri spettacoli, “Polvere” ha viaggiato su molti palcoscenici e per platee caparbiamente volute dai familiari delle vittime e da chi si batte contro il silenzio e l’oblìo attorno ad un tema che ha provocato dolore e morte a Monfalcone come a Casale Monferrato, a Bari o a Sesto San Giovanni.
Abbiamo realizzato “Polvere” il 30 aprile 2008, alla vigilia del 1° maggio, giornata dedicata ai lavoratori, anche a Paderno Dugnano, poco distante da Milano. Ne pubblichiamo a testimonianza quanto scritto sul quotidiano “Il Giorno” e quanto letto da Lorena Tacco, figlia di una vittima dell’amianto.
Renzo Sicco

Sono Tacco Lorena dell’aiea e familiare di una vittima dell’amianto.
Questo spettacolo racconta la storia dello stabilimento Fincantieri di Monfalcone, dove sono state prodotte oltre 7.000 tra navi mercantili, da crociera, militari e mezzi off-shore; con gli anni è diventato il più importante e diversificato complesso cantieristico del Mediterraneo e uno dei maggiori d’Europa.
Ma questa è anche la storia delle persone che vi lavoravano e che sono morte a causa di un minerale, l’amianto, che veniva usato in grande quantità per la coibentazione delle navi, nonostante si sapesse già dall’inizio del secolo scorso, quanto fosse pericolosa la sua esposizione; infatti, le prime segnalazioni delle sue conseguenze sulla salute risalgono a partire dagli anni 30, e negli anni 50 quando sono stati sviluppati studi approfonditi.
Infine, negli anni 60 viene definitivamente accertata dalla comunità scientifica internazionale, la cancerogenicità di questo materiale.
Ma il prezzo e le caratteristiche di questo materiale killer erano ritenute ineguagliabili e comunque le persone si sarebbero ammalate dopo 20 – 30 – 40 e 50 anni dalla sua esposizione; quindi valeva la pena rischiare, perché i lavoratori si sarebbero ammalati quando già in pensione; e allora sarebbe diventato difficile dimostrare di essersi esposti proprio lì: magari non ci si pensa, oppure non ce la si sente di affrontare un processo contro un colosso industriale ed economico, che ha a disposizione decine di avvocati; perciò ci si scoraggia e si rinuncia.
Ed è proprio su tale rinuncia che questi criminali fanno conto.
Le morti legate all’amianto nell’area di Monfalcone sono oggi quantificabili in oltre 2.000: operai interni, lavoratori delle aziende esterne appaltatrici, ma anche donne, mogli che a casa lavavano le tute intrise di amianto, addette alle mense che spolveravano i tavoli.
A rischio sono i dipendenti della locale centrale elettrica, gli operai che scaricavano e trasportavano il minerale, gli abitanti dei quartieri vicini.
Insomma, nella zona di Monfalcone non esiste una famiglia che non ne sia stata colpita; si sono perfino verificati più casi dello stesso tumore nella stessa famiglia.
Le testimonianze sono unanimi nel sostenere la mancanza di qualsiasi misura di protezione significativa nei cantieri, fino alla metà degli anni 70.
La situazione in sala macchine era tale che nei giorni di bonaccia la visibilità non giungeva alla parete opposta.
Gli operai in uscita dovevano pulirsi le tute con l’aria compressa e per “digerire” l’amianto, la direzione forniva una tazza di latte ai più esposti.
Tra gli operai la fiducia era totale: in reparto durante le pause si giocava con palle d’amianto. Il nemico era la silicosi: nelle stive, nei doppifondi, nelle cisterne si lavorava tra fumi ed esalazioni, a temperature elevatissime, senza aspiratori né maschere.
In cantiere il contatto con la morte è costante: tra il 1970 e il ’72, 17 operai si schiantano cadendo dai ponteggi. In questo decennio il tasso d’incidenti si mantiene elevatissimo e i nomi dei caduti vengono scanditi nei cortei degli operai. Sono giovani precari dalle ditte esterne; quelli che hanno più paura di protestare, che fanno i lavori peggiori, con una valanga di straordinari obbligatori, sottoposti al continuo ricatto del licenziamento. Gente cui viene garantito il lavoro per il tempo delle commesse. “Quelli là”.
Succedeva negli anni 70, ma oggi, dopo 40 anni, tutto questo è purtroppo ancora attuale.
Soprattutto per questi lavoratori sarà difficile dimostrare l’esposizione all’amianto all’interno di Fincantieri per la mancanza di documentazioni, nonostante fossero ( per le mansioni che svolgevano) i lavoratori più esposti.
Soltanto nel 1992 anche in Italia viene approvata una legge che vieta l’estrazione, la lavorazione e la commercializzazione dell’amianto, la quale solleverà le ire dei produttori nazionali e dei loro clienti.
Ma a questo punto i decessi a Monfalcone sono in crescita esponenziale. Le malattie dell’amianto sono: il mesotelioma (tumore maligno della pleura, molto aggressivo), il tumore ai polmoni e alla laringe, l’asbestosi e le placche pleuriche.
Si apre una sezione dell’Associazione Italiana Esposti Amianto con il compito d’informare e assistere gli operai per il riconoscimento della malattia professionale e del prepensionamento. L’iter si rivela particolarmente tortuoso e complesso e molte domande vengono respinte; la maggior parte dei malati nell’attesa muore.
C’è una donna, Rita, vedova di Gualtiero che ha ottenuto il prepensionamento per l’amianto 4 giorni prima di essere ricoverato in ospedale per problemi respiratori e che dopo un’atroce agonia morirà di mesotelioma, che si chiede perché gli operai non siano stati avvertiti nonostante la risaputa pericolosità; lei non si rassegna e va a cercare una ad una tutte le vedove, le convince ad unirsi, compito arduo per l’influenza che il cantiere ancora detiene nel territorio, perché chiunque a Monfalcone ha un parente che vi lavora, perché Fincantieri fa paura. Due vedove aderiscono e nell’aprile del 99 viene presentata alla Procura della Repubblica di Gorizia una denuncia penale per omicidio colposo plurimo.
Le adesioni aumentano, si fonda il Comitato familiari delle vittime. Rita e le sue compagne aprono un banchetto davanti alla fabbrica, e in pochi giorni raccolgono 200 testimonianze sulla polvere. La lotta si fa meno isolata e giungono numerose adesioni dal mondo della cultura e dell’impegno sociale. S’intensifica lo scambio con le altre realtà colpite, e in particolare Casale Monferrato, Sesto San Giovanni e Genova.
Ma i processi non si avviano, i registri degli indagati rimangono penosamente vuoti. Le vedove decidono di ritrovarsi ogni giovedì davanti al palazzo comunale (da qui il gemellaggio con le madri di Plaza de Mayo in Argentina)
La Fincantieri si trincera dietro un glaciale “non sapevamo”, non fornisce documenti, non rilascia dichiarazioni; rifiuta ogni contatto. La crescita esponenziale dei decessi induce il comitato a mutare l’accusa da omicidio plurimo a strage colposa.
Finalmente il 2 aprile scorso, dopo molto anni, si ha una prima storica sentenza dal Tribunale di Gorizia per un procedimento penale a carico dei dirigenti di Fincantieri, ai quali viene attribuita la responsabilità per il decesso di una lavoratrice, esposta all’amianto perché addetta alle pulizie a bordo delle navi. La condanna è per omicidio colposo e un dirigente è stato condannato ad un anno con la condizionale e al pagamento di una provvisionale più le spese legali in favore della parte civile.
E’ il primo passo, altre centinaia di fascicoli aspettano da anni in Pretura.
Questa è la storia di Monfalcone, ma è rapportabile a tutte le storie dove si è lucrato sulla pelle delle persone, come è successo alla Breda di Sesto San Giovanni, come è successo all’Ispra di Paderno Dugnano e come è successo a Marghera, dove l’ex-giudice Casson (ora senatore) è riuscito, dopo un lungo ed estenuante processo, a far condannare i dirigenti della Montedison per le morti per cancro di molti operai, a causa del PVC. Anche qui si è verifica la NEGAZIONE DEL RISCHIO, che culmina con la scoperta da parte di Casson, negli Stati Uniti, di un documento comprovante UN PATTO DI SEGRETEZZA da mantenere per sempre, firmato da tutti i grandi produttori di PVC nel mondo: non si sarebbe mai dovuto sapere che questa sostanza, il PVC provocava l’angiosarcoma del fegato.
Casson ci ha promesso che sarà qui a Paderno prossimamente proprio per raccontare la storia di quel processo.
Colgo l’occasione per dire che ieri 29 aprile, primo giorno della legislatura, il senatore Casson ha ripresentato al Senato la legge per una nuova regolamentazione sull’amianto che tolga tutti gli ostacoli al riconoscimento alle persone colpite, dia attuazione al fondo per le vittime e finanzi le necessarie azioni di bonifica.
Concludo ringraziando l’Amministrazione Comunale di Paderno per aver patrocinato questa iniziativa, proprio in occasione della giornata mondiale dedicata alle vittime dell’amianto, e tutte le persone presenti qui questa sera.
(Lorena Tacco)
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