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Intervista

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Lettera aperta

di María Cristina Pisano


Una profonda riflessione mi ha spinto a riversare su carta ciò che, vanamente, ho sperato dichiarassero i vescovi della Chiesa argentina in relazione a chi oggi è sotto processo per la partecipazione attiva nei fatti verificatisi durante il cosiddetto “Terrorismo di Stato”.
Mi riferisco, ovviamente, a colui che occupava l’incarico di Cappellano della Polizia della Provincia di Buenos Aires: il sacerdote von Wernich.
In quanto battezzata e cattolica praticante, ho creduto fiduciosamente nei discorsi e nei documenti ecclesiastici che pensavo essere frutto di serie riflessioni: la ricerca della giustizia, la dignità umana, il rispetto, l’etica, la responsabilità, il bene comune, ecc, ecc.
Invece, oggi assisto –non senza dolore- alla totale delusione, alla vergogna manipolatrice, dualista e impersonale che utilizza scuse assurde, complici omertà, falsa obbedienza, mostrando sempre più chiaramente la perversione insita nel concetto di “silenzio istituito”, utilizzato come pretesto nei discorsi e nei documenti. Molti sono i discorsi e i documenti; pochi i dibattiti sui temi concreti che a malapena appaiono in superficie.
Sappiamo che il processo von Wernich è in corso e non vi è ancora una sentenza, ma ritengo sia necessaria una presa di posizione in merito.
Riesce difficile pensare che i nostri vescovi non abbiano il coraggio di metterci la faccia ed ammettere, perlomeno, che il comportamento sinistro di quest’uomo che ha dichiarato di aver “attuato in nome di Dio”, “compiendo la volontà di Dio” (mentre assisteva alle torture) è, di per sé,un fatto ripudiabile.
Questa Chiesa in quanto istituzione non mi rappresenta e con il suo comportamento fa sì che io non possa riconoscerla come continuatrice di quella fondata da Gesù.
Non so come questi suoi supposti seguaci interpretino la frase “la verità vi renderà liberi”.
A mio avviso, sarebbe un sano principio mettere in primo luogo l’accento sulla verità storica servendosi del verbo parlato, per poi proclamare la Verità sotto forma di Verbo rivelato. La verità storica liberatrice deve essere pronunciata all’interno del contesto sociale, culturale, economico, politico ed ecclesiastico del nostro presente. Se così non fosse si tornerebbe a cadere in pentimenti tardivi che risuonano come pretesti infantili di fronte ad orecchie adulte.
Gesù, proprio per essere intervenuto nella storia è divenuto protagonista della stessa: fu il primo a lottare. In seguito, il suo esempio contagiò gli apostoli.
Credo che possiamo intervenire nella lotta arrivando fino alla fine, affrontando il rischio della morte o retrocedendo per timore della medesima.
Chi sono i vescovi che qui ed ora affrontano il rischio della morte in tutte le sue forme? Dico forme, perché non bisogna soltanto affrontare la morte fisica presente nella realtà, ma quella che sottintende il morire a causa di accadimenti personali capaci di farci sprofondare nella solitudine, nell’angoscia, nella paura, nel malessere, lasciando tuttavia precise tracce, in quanto testimonianza dell’adesione a “valori non negoziabili”.
Ricordo Don Jaime, Angeleli, Novak e altri che hanno sacrificato la propria vita come Romero. Essi hanno restituito dignità alla Chiesa attraverso il ricorso alla giustizia, intesa come realizzazione di fratellanza all’interno dell’intera società. Indubbiamente hanno dovuto crescere, imparare a vedere con i propri occhi, maturare, avere il coraggio di cambiare. Credo che ciò abbia fatto sì che l’itinerario del loro cammino ottenesse il dinamismo e il coraggio necessari per raggiungere gli esclusi, i senza volto. In questo modo nasce quindi in noi l’ammirazione e la stima nei loro confronti per essere riusciti a diventare “servi di Dio” accompagnando il popolo nella difesa dei suoi legittimi diritti, senza preoccuparsi di conservare la comodità di una sedia in un ufficio sicuro.
Ho ricevuto notizia di vescovi che sostengono di essersi pronunciati su questo argomento mediante comunicati stampa, mai resi pubblici a causa della censura presente nei mezzi di comunicazione. Se le cose stessero così, umilmente chiederei scusa.
Nel frattempo, il mio cuore si dibatte senza sapere a quale Regno rispondano coloro che si trovano a capo della Chiesa: a quello di Dio o a quello del potere inteso come istituzione terrena che non vogliono perdere. E’ in questo potere che trova radici l’amore e la speranza ai quali essi ci invitano insistentemente?
Mi chiedo: “Chiesa dove sei? Chi sei?”



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