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Il dittatore è morto
Tra il 2001 e il 2004 grazie all'incontro con lo scrittore cileno Marco Antonio de La Parra abbiamo ripetutamente interrogato Augusto Pinochet attraverso le molte rappresentazioni realizzate di "Lettera aperta a Pinochet", spettacolo tratto dall'omonimo libro "Carta abierta a Pinochet" mai pubblicato in Italia.
Le domande rimarranno prive della risposta del diretto interessato ma hanno già ottenuto proprio in questi ultimi anni il giudizio evidente della storia.
Pubblichiamo il testo italiano affinchè, chi vuole, possa ripercorrere i devastanti effetti del terrore pinochettista sul corpo sociale della nazione cilena.
Santiago de Chile - Palacio de la moneda
"PAROLE SPEZZATE"
Lettera aperta a Pinochet
da“Carta abierta a Pinochet”
di Marco Antonio De La Parra
traduzione di Renzo Sicco e Lola Gonzalez Manzano
Spettacolo realizzato da Assemblea Teatro tra il luglio 2000 e il settembre 2005 da Lola Gonzalez Manzano per la regia di Renzo Sicco
Mi fa paura parlarle, lo sa? Mi fa paura rivolgerle la parola. A mio padre farebbe paura se sapesse che sono sola con lei. A mia madre anche. Ai miei figli non so, sono più coraggiosi di me, sono di un’altra generazione. Forse non sono nemmeno coraggiosi. Semplicemente lei non gli interessa troppo. A me lei fa paura. Lei ed io, uno di fronte all’altro. Parlarle, guardarla negli occhi direttamente. Mi fa paura. Per molto tempo lei ha saputo che faceva paura. Lei lo chiamava rispetto. Era paura. Capisce la differenza? Si, la capisce. Se non la capisce lei chi può capirla? Il rispetto è dignitoso, la paura, crudele. Certo, non meno efficace. Finisce per assomigliare al rispetto. Invece è paura, e noi la maggioranza dei paurosi ci vergogniamo a dirlo. Ci limitiamo ad avere buon senso. Il buon senso assomiglia alla paura. Come l’imprudenza al coraggio. La minaccia passa a volte per potere. Ed è paura. Lei mi minacciava. Davvero. Mi intimidiva. Senza proporselo o proponendoselo giorno per giorno. E’ lo stesso. Io avevo paura. Alcuni si misero direttamente al suo servizio senza essere minacciati.
Non si preoccupi, non voglio accusarla di nulla. Per cosa? L’hanno accusata abbastanza, “is crei you of ever thiny” (le hanno urlato di tutto). Lei imperterrito, soddisfatto. Mi segue o la stanco? Lei non mi ha chiesto nemmeno una sola volta durante tanti anni se ero stanca. Mi domanderà chi mi credo d’essere. Lei chi si crede? Qualcuno molto importante. Qualcuno temibile.
Ha mai conversato con qualcuno? Ha mai ascoltato qualcuno? Conversato conversato, le dico. Ascoltare un altro, ascoltare i suoi argomenti, riflettere su quanto le viene detto, prenderlo in considerazione. Suo padre, sua madre. La sua sposa. I suoi figli, spero. Le persone che lei ha creduto di dover ascoltare. Ma conversare? Andata e ritorno, mi capisce? Io dico quello che penso, lei mi dice quello che pensa.
E’ vero che quando Allende la fece giurare lei fu molto rispettosa? Allende, Salvador Allende. Si deve ricordare di lui. Lei gli deve molto. Confessi. Se lui non fosse comparso nella storia del Cile lei sarebbe in pensione, a casa. Forse lei aveva paura. Di Allende. Ha fatto una smorfia? Ah no, mi era sembrato di aver visto un’espressione con la bocca. Di disprezzo, chiaro. La paura assomiglia alla rabbia. Forse anche Allende era spaventato. Erano giorni difficili. Dicono che lei si inchinò, facendo sbattere i tacchi e arretrò di un passo, molto militare. Sapeva già quello che sarebbe successo? In quel momento lo sapeva? (silenzio)
Il potere non dice la verità sul potere. Questo è il potere : non dire la verità!
La verità debilita. Per questo porta gli occhiali scuri dei primi tempi? Questo è il segreto? Il potere è l’esercizio del silenzio. Forse fu questo l’errore di Hitler o di Mussolini. O di Fidel, dirà lei. Parlavano troppo. Forse è per questo che oggi ,parlare è così tanto screditato. Lei aveva ed ha lo stile corretto per i tempi correnti. Nessuno crede a nulla, nessuno mantiene le promesse. I genitori, gli sposi, le dichiarazioni dei redditi. Nemmeno gli amanti dicono la verità. Tutto il solido è svanito nell’aria. Queste cose non la preoccupano . La fine del secolo, la post-modernità. A lei non interessano questi temi. Lei non è un’intellettuale. È un militare. Forse si sente un eroe, lo confessi.. Una specie di padre della patria. Padre. Della patria. Lo sillabi. Non la sto prendendo in giro. Parlo sul serio. Io non milito da nessuna parte.. Non ho conosciuto uomo più serio di lei. Ride poco, all’improvviso. Parla sempre seriamente. Anch’io. Lei è uno dei padri della patria. Le piace questa frase. Una specie di padre obbligatorio. Di padre imposto. Capisce? In un certo senso tutti i padri lo sono. Lei a me, ad esempio, è stato imposto. Non l’ho scelta, non ho avuto scelta, l’ho dovuta ingoiare, così, senza motivo , come una punizione, come una benedizione, come un incantesimo. Lei è apparso nella mia vita come un oscuro maestro , come una forza, un potere, ed ha scombussolato tutto. Mi ha obbligato a riconoscerla. Io invece non l’ho cercata, ne chiesta. E ho dovuto sopportarla per tanti anni della mia vita. Mi ha costretto a pensare a lei ogni giorno degli ultimi, quanti? venticinque anni. Certo ci sono delle persone che non hanno avuto questa fortuna. Non hanno potuto pensare a lei . Sono morte prima.
Chi sono io? Un’intellettuale. Ci siamo comportati male, noi intellettuali. Guardiamo questo secolo. Tanto scrivere perché alla fine le parole vengano tutte disfatte e il potere sia il silenzio. C¹è di più, certo. Per questo stiamo conversando. Lei si è messo nella mia vita senza chieder permesso. Nella sua, io non mi sono messa. Glielo giuro, non mi sono messa. C’è gente che vuole sapere tutto su di lei. C’è gente che sa molto su di lei. Ma non apre la bocca. Leali, dice lei. Paurosi, dico io. Un giorno si saprà la verità. Tutta la verità. Tutta. Non le fa paura? Neanche un poco? E’ stato prudente.
Forse si sa già abbastanza, ma la stranezza è che lei è riuscito a fare in modo che le parole non servano a nulla, a fare in modo che non si possano collegare con la realtà. Chi sono io? A me il potere non interessa. L’intera storia è piena di personaggi come lei e come me. Persone che hanno il potere e stanno zitte e persone inutili, che parlano, parlano come me, senza ottenere nulla. La storia è la storia della morte del linguaggio. Lei è un uomo d’azione. Non di parole. Probabilmente disprezza gli intellettuali. Probabilmente ha ragione. Chi ha vinto alla fine di questo secolo? I mercanti, gli avventurieri, i guerrieri. Non ho mai sentito parlare tanto della competitività, dell’aggressività. Ci sono stati tempi in cui si parlava di pace. Tardi si impara che le parole annunciano il futuro.
Come si possono misurare le parole? Si possono misurare? Qual è l’unità di misura delle parole? Le parole che lei pronuncia pesano più o meno delle mie?
Se lei avesse confessato a voce alta: “sono un dittatore”, avrebbe finito di esserlo. Un gesto bellissimo, di grande saggezza. Invece, solo silenzio, una immensa sfiducia nel linguaggio.
Quando tutto il mondo parlava del futuro, lei sapeva che il futuro come tempo era sparito. Lei è un poema. Ci ha pensato? Un poema terribile, un simbolo. Lei è una specie in via d’estinzione. Il potere in persona. L’ultimo dei grandi. Non c’è né un altro uguale nel mondo. Davvero. Questo inorgoglisce molti, e fa vergognare tanti altri. Non c’è via di mezzo. Non c’è paragone. Quando vado fuori dal paese, dico Cile e mi dicono Pinochet. Non dicono Neruda, ne Donoso. Non dicono nemmeno Allende. Non dicono uva, ne ghiaccio, ne pisco, ne vino, ne empanadas. La prima cosa che dicono è Pinochet. Fuori di qua lei non ha un nome. Lei fuori di qua è Cile. “Viva il Chile. Viva Pinochet”.
E’ un’equazione tremenda. Ad alcuni sembra osceno. A me, vuole che glielo dica?, Che lei sia il Cile, sembra di una angosciante ferocia.
Lei è un fenomeno, un personaggio. Non è una persona. Lei è l’ultimo uomo serio che ci è rimasto nel paese. È sorprendente. Con la paura, con la sua feroce leggenda, ci ha fatto diventare tutti pagliacci.
Ha cambiato molte cose. Ha instaurato il non paese, il culto del mercato, la dedizione della vita quotidiana al lucro, ha disfatto tutte le utopie. Ha vinto, complimenti, ha il diritto di raccontare la storia.
Si è fatto rispettare. Un uomo con le palle. Astuto, astutissimo. Rare volte si è fatto vedere con un’arma in mano. Ecco l¹immagine del grande leader. Alza la mano. La presenta dura ma non lascia l’impronta. C’è gente che sa colpire senza lasciare traccia. Dicono che gente così ha lavorato per lei. Dicono che altri hanno ammazzato per lei. È vero?
Un giorno lo dirà a chiare lettere? Darà una spiegazione a tutta la serie di coincidenze, sofferenze, morti dietro cui si legge la sua mano? Daremo spiegazione della paura o rispetto che lei incute con il silenzio impressionante che lasciano quei morti? Non sappiamo nemmeno quanti. Meglio non sapere il numero. Così il terrore è più grande. Che rapporto c’è tra morte e potere? Tra patria e morte? Da quando lei è entrato nella mia vita sono venuta a conoscenza di tante morti. Forse è casuale. che lei sia stato al potere quando succedevano cose orribili in queste paese. Mi dica che è stato inevitabile, però sia convincente, la prego. Alcuni dei suoi lo affermano. Fanno la faccia triste e scuotono la testa con un certo dolore. Il peso della storia. Lei non pronuncia la parola morte. È strano quello che lei fa alle parole. Io dico morte e non succede nulla. Lei non dice nulla e può morire tanta gente. O dice che non dice, che è ancora peggio. Questa è forse la cosa più importante. Il perché di questo incontro. La mia vita è piena delle sue parole. Per poche che siano. Voglio avere almeno la soddisfazione di riempire alcuni minuti della sua vita con le mie. Lei è entrato come un selvaggio, nella mia vita. con la forza. Come i pompieri che fanno a pezzi la casa dicendo che vengono a salvarmi dal fuoco. Certo, mi salvano dal fuoco. Ma rimango senza casa. Lei mi ha imposto il suo nome e la sua presenza, ha deciso per la mia notte e per il mio giorno. Ha deciso che le mie notti sarebbero state lunghissime e i miei giorni brevissimi.
Ha trasformato la notte in terra di ombre, di fantasmi. Ascolto passare le automobili autorizzate, sono le macchine della morte. Portano via qualcuno? Cercano qualcuno? Nella notte, ombre coprono il segreto. La città è pericolosa. Ombra e silenzio. Non vedo i suoi occhi, ma ovunque mi sento osservata. Il silenzio è ascoltare la sua voce onnipresente. I giorni sono obbligatori. Le notti proibite. Per quanto tempo ancora?
Sto cercando di capire tutto ciò che lei ha fatto con me. Con me, con la mia generazione. Con il mio paese. Con il mio giorno. Con la mia notte. Con il sole e con la luna.
Non sono una sua vittima diretta. Non sono morta, non mi hanno torturato, non sono entrati nella mia casa a cercarmi, né mi hanno messo una pistola alla tempia o alla nuca. Non mi hanno mandato in esilio. Ho pianto qualche volta, di notte. Ho avuto paura. Ho ascoltato gli spari nel mio quartiere. , certo non era lei a sparare, ha le mani pulite dal sangue, non credo la coscienza. Sembra non capire ciò che le sto dicendo. Ci ha addomesticato con la paura. Siamo diventati un paese sottomesso. Prima era solo tranquillo e ordinato . A proposito, non sono marxista. Non so sparare. Non milito in nessun partito politico. Non può considerarmi una nemica. Il mio tesserino dimostra che sono psichiatra. Si tranquillizzi, non ho la minima intenzione di farle una diagnosi. Penso che lei sia un soggetto assolutamente responsabile delle sue azioni. Quasi invidio la risolutezza con cui ha preso certe decisioni .
Ebbe paura il giorno del suo attentato? Io non volevo che la uccidessero. Volevo parlare con lei. Volevo sentirla parlare. Volevo capire come com¹è riuscito a permettere che in questo paese succedesse tutto quello che è successo, continuando a dormire tranquillo. Come fa a dormire tranquillo? Non le fanno male le orecchie quando ascolta tutto quello che dicono di lei? Come fa? Dice che sono bugie. E i corpi? I nomi? Lei fa finta di non capire Non dica di nuovo che eravamo in guerra. Non racconti la solita storia sulla difesa della costituzione della democrazia in pericolo, del caos e dell¹anarchia.
Mi fa perdere la pazienza.
Bravo! Un punto per lei. Lei sa come farmi perdere la pazienza. “Nemmeno una foglia si muove in queste paese senza che io lo sappia.”
Ci ricordiamo tutti di questa frase. È arrogante, ma efficace. Niente si muove in questo paese senza che lei lo sappia. In poche parole, lei sa tutto. Per questo non parla. È un saggio.
Conosce la verità. Non me la vuole dire? No? Forse non può. Forse è troppo tardi. O forse la sua mente non la tollera.
Lei vuole apparire come una vittima del destino. Ma non si rende conto che questo rovina la sua immagine di eroe . Si sente un eletto. Io non le credo, ma capisco che se c’è un “POTERE SUPERIORE” lei è un messaggero di questo POTERE. Cosa mi vuole dire Dio con la sua apparizione? Chi è lei nei piani divini? Lei è una frase di Dio. Forse una parola, forse un segno dell’apocalisse, forse la morte, la punizione. Un castigo per un paese con troppa fiducia in se stesso. Una punizione per un paese lontano e terminale perché vuole essere tanto, ma tanto, troppo moderno . Forse è venuto ad illuminare con il sole della morte il senso della vita. Forse dobbiamo essere tutti pinochistas per cessare di esserlo. Il potere non l’ha stancata? È o non è afrodisiaco? Quanto s’è corrotto? Molto, poco o nulla?
Ha mai visto un morto? Quanti ne ha visti? Parlo di morte violenta. Lei afferma che non è nemico di nessuno. Per fortuna. Figuriamoci se fosse stato nemico di qualcuno. Mi ricordo di quando l’ho conosciuta: ero una giovane studente in medicina. Ho curato sostenitori e oppositori del suo regime. Ho ascoltato e visto cose orribili. Noi medici, lo sa, vediamo molte cose troppo da vicino. Un mio compagno di scuola, anche lui medico visitava i torturati. Era, ed è, un buon uomo. Ma visitava i torturati perché continuassero a torturarli. Come si visitano i bambini ammalati per vedere se possono riprendere la scuola. Io per paura non ho fatto nulla che mi abbia potuto mettere in pericolo. Sono stata codarda, anche questo è opera sua . Ha reso codardi e traditori tanti cileni.
Siamo ammalati di paura e di senso di colpa Siamo come cani da presa affamati e voraci. E di incerto pedigree. Dalla paura siamo passati alla rabbia. Sono parenti.
La transizione alla democrazia è lenta e dolorosa. L’inaffondabile Pinochet. A volte penso che lei ha pianificato tutto. Lei stesso ha deciso di essere deposto , per darci il piacere di vederla mordere la polvere. Ha instaurato la sua famosa modernità, ingiusta, individualista, insostenibile, perché la amministrassero i suoi nemici. E così finirono di essere i suoi nemici. Io lavorai con loro fino a quando mi resi conto che tutto quello che stavo facendo, ancora una volta, non era quello che volevo. Ancora una volta ha cambiato la mia vita. Me jodiò la vita. Non mi lamento di tutto. Ho viaggiato, mi sono potuta indebitare, ho l’auto, mi è andata bene, come si dice. Ma so che jodiò mi vita.
La gente non sa cosa vuole. Meno ancora quello di cui ha bisogno. Chi può saperlo? Qualcuno di cuore molto, ma molto pulito. La democrazia, è mercato, il giornalismo, propaganda , la pubblicità scienza occulta del potere.
Augusto Pinochet.
Augusto.
Curioso, lei ha un nome romano.
Roma, ovunque.
La storia dell’impero. Tutti i nomi hanno una storia.
Alcuni la vivono.
Lei ha vissuto la storia del suo nome. Ha fatto sempre quello che ha voluto...
Pinochet.
A volte penso che questa era di mercanti sarà seguita da un tempo di santi e di mistici. Con un cuore che questo secolo non ha avuto. Pinochet.
Improvvisamente tutto cambiò. Tutto divenne irreversibile. Come la morte. La morte, la morte, si lo ripeto perché è una parola povera e terribile, l’unica importante. Nei primi anni del suo governo temevo che sarei diventata pinochetista da un momento all’altro. Avevo molta paura. C’era la morte nell’aria. E allora mi comportavo bene. La paura mi spingeva a diventare suo suddita.
Non volevo che mi arrestassero,
o che sequestrassero mio marito,
non volevo essere torturata.
Ci comportavamo tutti come paranoici, stando attenti alle possibili spie, misurando le parole.
Le parole si sono spezzate.
Lo so, non avrei sopportato la tortura, non sono coraggiosa. Forse non ho mai militato, per non tradire . Non sono forte. Per questo, pensavo, sarei diventata pinochetista.
Pinochet.
Ha ucciso le parole
Ha distrutto la patria
Ci ha lasciato senza paese
Senza bandiera.
Senza territorio.
Senza lingua.
La paura ci ha impoverito,
ci ha gettati nel panico,
ci ha costretto a lobotomizzarci un po’ alla volta per resistere.
E i più fragili?
I più disperati?
Che parte del cervello hanno dovuto staccare per comportarsi nor-mal-men-te in un paese completamente impazzito?
Amo le parole. Quelle inaspettate...Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono. Vocaboli amati. Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada. Inseguo alcune parole. Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastio, le vesto a festa, le libero. Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di naufragio, regali dell’onda. Tutto sta nella parola. Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che s’andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria. Sono antichissime e recentissime. Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori. Avanzano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo. Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi. Dovunque passassero non restava pietra su pietra. Ma ai barbari, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti, la lingua. Fummo sconfitti. E fummo vincitori. Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro. Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto. Ci lasciarono le parole.
Negli anni sessanta, credevamo che le parole, potessero cambiare il mondo, e che questo cambiamento non centrasse con il potere, con la forza, con la paura . Si era prodotta una specie di pazza redenzione dovuta all’entusiasmo collettivo. Gli anni settanta hanno legittimato la guerra. Quando i militari entrarono nell’ufficio di Allende ebbe inizio questa grande tragedia nazionale che finirà solo con l’uscita di scena dei suoi protagonisti.
Lei ha sempre dominato la scena. Sempre. Quando lanciò diciottomila soldati nelle vie lo fece in tale modo da sembrare un dio onnipresente. Attraversava Santiago, con il suo seguito urlante, come una cometa di terrore. Molte cerimonie, molto apparato, molto “teatro” inteso nel modo peggiore.
Non credo che lei vada a teatro. E’ famoso! La gente famosa non frequenta il teatro. Fa teatro. A volte consapevolmente, altre volte no. Lei è un personaggio, non è più una persona. Non va a teatro. Non può. Amleto non può vedere Amleto.
Pinochet il dio della guerra, l’angelo sterminatore.
Perché parlo con lei? Forse per senso di colpa. Del mio silenzio colpevole, del mio quotidiano tradimento. Sono stata al suo servizio, sono stata una cittadina imbecille sotto la sua dittatura. Ho lasciato distruggere la mia identità. Sono stata una buona bambina. La maggioranza dei cileni sono diventati buoni bambini. Tutto il paese si è trasformato in un enorme asilo. Una lunga infanzia da cui non siamo ancora usciti. Quando potremo ritenerci finalmente adulti?
Il Cile: com'era (1930) e com'è.
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