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Lettere dal Cile

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Cile, la “presidenta” Bachelet nella stanza dove fu torturata
A Villa Grimaldi l’omaggio alle vittime di Pinochet


Rivivere quei momenti per lei è ancora doloroso, “è come se i brutti ricordi si fossero bloccati” racconta, però ieri Michelle Bachelet, prima presidente donna del Cile, è tornata proprio lì, a Villa Grimaldi, il famigerato centro di detenzione della polizia segreta di Pinochet, dove lei e sua madre furono torturate per quasi un mese nel 1975. E’ tornata per rendere omaggio a quelli che non ce l’hanno fatta, come suo padre, Alberto Bachelet, morto per infarto in un campo di prigionia, o il suo fidanzatino di allora, Jamie Lopez, desaparecido dopo settimane di torture. Un gesto che nessun presidente cileno aveva mai compiuto: “Torno da presidente della Repubblica – ha detto ieri con le lacrime agli occhi – sul luogo dove sono stata prigioniera con mia madre, più di trent’anni fa. Noi siamo dei privilegiati perchè siamo stati abbastanza fortunati da sopravvivere. Migliaia di cileni, tra cui mio padre e altre persone cui volevo bene, non sono riusciti a sopravvivere alla prigione e alle torture”.
Ieri la presidenta, con il pretesto dell’inaugurazione di un teatro, ha voluto bere l’amaro calice fino in fondo. Vestita in modo semplice, giacca marrone e pantaloni blu, visibilmente tesa, ha percorso lentamente, con al fianco la madre Angela Jeria, il parco della pace che ospita quello che resta del centro di detenzione, un tempo una bellissima villa all’italiana, abbellita da piante, statue di marmo e fontane. Solo un’occhiata fugace al modellino che riproduce la casa delle torture, che ospitò 4.500 prigionieri durante il regime di Pinochet. Una sosta lunga, invece, davanti al Muro dei nomi che ricorda le 226 persone che a Villa Grimaldi morirono: “Questi sono momenti dolorosamente evocativi che ci riportano a tristi ricordi quando il terrore regnava – ha detto Bachelet -, ma la cosa più importante di questa visita è riaffermare la vita, la libertà e la pace”.
Era il 10 gennaio del 1975 quando Michelle e sua madre furono trasportate all’improvviso a Villa Grimaldi. Lei allora aveva 23 anni, studiava medicina e, nel tempo libero, partecipava alle riunioni clandestine del movimento degli studenti.
Prima di essere portata via la ragazza riuscì ad avvisare la cognata e il fidanzato: “Ci eravamo messi d’accordo – ha raccontato in un’intervista – che se ci fosse successo qualcosa bisognava dire una certa frase. Immediatamente capirono che ci avevano prese.

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Un uomo nella sala del museo Salvador Allende di Santiago del Cile dove sono raccolte le foto di circa 700 prigionieri scomparsi sotto la dittatura del generale Pinochet.
Ciò spiega quello che successe a noi, a differenza di molta gente detenuta che scomparve… Mia cognata avvisò mio fratello che era in Australia. E chiamò mio zio, il generale Osvaldo Croquevielle, sposato con una sorella di mio padre. E lui chiamò Leigh (il comandante della Forza aerea, ndr), esigendo che ci liberassero, che ci trattassero bene. Se non fosse stato per tutto ciò, non so se saremmo qui a quest’ora”.
Per tre settimane rimasero bendate, senza sapere l’una dove fosse l’altra. La madre, chiusa nella famigerata Torre da cui pochi uscirono vivi, fu tenuta quasi una settimana senza cibo né acqua. “Sì, mi torturarono – ha raccontato la Bachelet -, mi costa ricordare i dettagli. Mi picchiarono. Ma ciò che passai io non fu niente in confronto a quello che subirono altri. Non mi misero sulla parillada (il tavolo di ferro usato per torturare i prigionieri con l’elettricità, ndr). Aspettavo le mie compagne di cella quando tornavano dalla tortura. Qualcosa di tremendo. I segni fisici da un lato e quelli spirituali dall’altro. Anche le più forti, uscivano con la volontà infranta.”
Dopo tre settimane la libertà, grazie alle pressioni di alti ufficiali del regime: “Un giorno mi lasciarono sulla porta senza un soldo per tornare a casa, coi vestiti tanto sporchi per averli tanto usati”. E’ l’ora dell’esilio. La fuga in Australia, a casa del fratello. E poi la Germania dell’Est, gli studi in medicina, il matrimonio, il primo figlio. Quattro anni dopo il ritorno a Santiago.

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Oggi da presidente del Cile Michelle Bachelet, madre single di tre figli, cerca ancora giustizia. Ieri ha voluto ricordare che il suo governo cercherà di abrogare una legge di amnistia approvata nel 1978, che finora ha impedito di perseguire legalmente i responsabili delle morti e degli abusi (duratne la dittatura di Pinochet furono uccise 3.197 persone). Perché l’ex ragazza semplice, oggi presidente, il cui sogno nella vita è “camminare su una spiaggia tenendo per mano il suo amore”, va avanti sapendo che il passato non si cancella: “Uno pensa di averlo superato perché è stato in grado di trasformare il dolore – la perdita del papà, degli amici, di gente molto amata, l’esilio – in una forza positiva, per lavorare affinché ciò non succeda mai più. Ma ricordando, il dolore torna a farsi sentire”.

Monica Ricci Sargentini

Il Corriere della Sera – lunedì 16 ottobre 2006
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