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Lettere dal Cile

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Il silenzio degli assenti
Santiago del Cile , 10 dicembre 2001


Davanti a me un muro. Un grande muro ricoperto da grandi lastre di metallo che gli eventi atmosferici hanno reso materiche. Sulle lastre sono incisi i nomi di duecentoventisei cileni scomparsi o fucilati negli anni della dittatura. Il luogo dove sorge il muro è l’ultimo della loro esistenza. Un monumento impressionante e unico. Nel nuovo Cile democratico sono stati eretti monumenti per ricordare i “benefattori della Patria”, i generali o i detentori del potere per via politica o economica. Questo è l’unico monumento che parla di gente comune, di gente che ha difeso o costruito democrazia. Chi ha lottato e si è battuto negli anni dell’oscurità per ridare luce ad un paese occupato militarmente non è degno di memoria tranne che in questo luogo, su questo muro che prima ancora è stato un grande pannello di legno verniciato di bianco sui cui campeggiava una frase del poeta Mario Benedetti “El olvido esta lleno de memoria” - “la dimenticanza è ricolma di memoria”. Il monumento è stato intensamente voluto dai familiari degli scomparsi e da un gruppo di democratici resistenti che nel Cile del silenzio e della paura hanno saputo imporre allo Stato la necessità di un museo della memoria. Il luogo è Villa Grimaldi.
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Era una villa patrizia, agreste, circondata da un colonnato e con un bel patio al centro. Attorniata da alberi e roseti era per tutti Villa Paradiso sino a quando nei primi anni 70 Carlo Vassallo, ambasciatore del Governo Allende in Italia, e suo fratello Emilio, divenuti i nuovi proprietari, decisero di ribattezzarla Villa Grimaldi in omaggio alla bellezza del paese che li ospitava. Poi caddero le bombe sulla Moneda, esplosero le violenze, iniziarono gli arresti. Neppure la figlia dell’ambasciatore passò indenne. La sua incolumità e libertà furono ottenute attraverso il baratto della villa stessa. Così dal 1973 per un decennio Villa Grimaldi è stata il centro di detenzione, tortura e sterminio più importante della D.I.A. (Dirección de Inteligencia Naciónal), la polizia segreta di Pinochet. La villa patrizia come sede dei militari, i magazzini trasformati nella prigione clandestina. In celle di un metro per un metro erano stipati tre prigionieri, altri erano incatenati e tenuti sempre in piedi dentro a loculi verticali poco più grandi di una bara. Tutto intorno terre dell’esercito e l’aeroporto militare, nessun possibile occhio civile poteva spiare o sapere l’orrore che si perpetrava all’interno. Si passò così, agli inizi di dicembre del ’73, dal paradiso all’inferno. Dentro Villa Grimaldi si sono sperimentate ed eseguite tutte le forme più violente di tortura. Gli alberi sono diventati forche dove appendere i prigionieri per i piedi o per i testicoli, la piscina è diventata un bacino d’acqua dove affogarne altri provati da ogni genere di brutalità. Le sue caratteristiche di prigione non riconosciuta hanno permesso da subito la connotazione di luogo privilegiato per la “desaparición” dei prigionieri politici.
Le informazioni ufficiali oggi disponibili permettono di sapere che 226 persone sono state assassinate o fatte scomparire in questo luogo mentre si può calcolare in circa 4.500 il numero di persone complessivamente detenute e torturate in questo campo.
Dieci anni di barbarie, poi la distruzione e il fuoco purificatore per cancellare le prove. Distrutta e bruciata la villa, le celle, la torre, gli alberi. Chi ci è passato sopravvivendo ricorda solo ciò che ha respirato giacché perennemente bendato, di questo luogo ha intravisto solo il suolo o i pavimenti. Gli unici veri testimoni sono soltanto alcuni grandi alberi che nonostante il fuoco hanno voluto ricrescere. Al centro di tutti, un grandissimo olmo, dentro il suo tronco scavato oggi si celebrano messe. Deve essere stata questa resistenza della natura ad aver ispirato i parenti degli scomparsi a trasformare questo campo, simbolo del dolore, in un luogo di pace e di speranza.

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Oltrepassi il portone d’ingresso ed entri in un mondo di ricordi che parla di sofferenza ma anche di solidarietà e tensione nella lotta per la verità e la giustizia, entri dentro il ricordo di persone che attraversando quello stesso portone cambiarono il loro sorriso in un grido di dolore. Da quel momento la loro vita fu segnata solo dall’atrocità, molti si spensero in un silenzio che si ascolterà per sempre. Una grande fontana al centro, che ricorda quelle di Gaudí al Parque Guell a Barcelona, tempestata di frammenti di piastrelle ritrovate tra le macerie, quelle stesse dei pavimenti spiati dai prigionieri. Sentieri e camminamenti, tra i tanti alberi piantati di recente, poi ancora i segni di quello che è stato attraverso la segnalazione dei luoghi del dolore. Ma anche una panchina in mattoni, l’unico luogo in cui i detenuti in attesa trovavano un contatto scambiandosi gesti, carezze, gocce di vita in una esistenza di dolore, lacrime di fratellanza dentro al terrore. Non abbiate paura entrando: non vi troverete in un museo dell’orrore, le sale di tortura adesso non esistono, esiste un parco con alberi e fontane a ricordare che un tempo lontano è stato un paradiso, poi l’inferno. Ora è tornato ad essere un luogo dove al canto degli uccelli e al mormorio dell’acqua si unisce il silenzio degli assenti. Solo giunti al fondo trovate questo grande muro, frontiera dell’odio dell’uomo. Quanta ignoranza deve segnare un uomo? Quanto odio deve accumulare per poter esercitare un potere così devastante su un altro corpo? Te lo chiedi e non trovi risposta sapendo che qui è accaduto ma ancora accade.

Renzo Sicco
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