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Approfondimenti

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10 anni fa la mostra fotografica archeologia dell'assenza raccontava per la prima volta agli italiani il vuoto vissuto dai figli dei desaparecidos.
Oggi quelle parole diventano testimonianza e atti di accusa in processi
in corso contro i torturatori dei padri.

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La storia dei figli dei desaparecidos che si presentano ai processi
come querelanti per rendere testimonianza.

Come spiegare ad un tribunale che cos'é l’assenza

Camilo Juárez, Carlos Pisoni e Veronica Castelli sono figli di vittime della dittatura che hanno reso testimonianza in processi contro i repressori. Sanno di essere gli unici in grado di raccontare cosa significhi la sparizione di una persona e la presenza tuttora percepibile dei genitori nelle loro vite.

Di V.G.

Camilo Juárez aprì la porta al nono piano dell'edificio “Brasil y Defensa”. Aveva sette anni e si trovò di fronte ad un nugolo di uomini armati e vestiti di verde. Riuscì a chiudere prima che potessero entrare. “Aspettate un attimo, sono in mutande", disse loro. Erano venuti a prendere sua zia. La portarono via. Si erano già portati via suo padre. Sua mamma si trovava a Devoto (carcere n.d.t.), dove poco più tardi sarebbe morta. Camilo e i suoi due fratelli vissero con i nonni finché anche loro, con il tempo, non se ne andarono. Camilo e i suoi fratelli fecero il possibile: crebbero, studiarono, divennero militanti. Oggi Camilo ha 41 anni, è musicista ed attende il suo turno per sedersi di fronte a tre giudici per raccontare loro che cos'è l'assenza.
I figli dei desaparecidos di solito sono trentenni che hanno vaghi ricordi del Processo alle Giunte. La maggioranza, di fatto, non ha nemmeno ricordi molto vividi dei propri genitori o del momento in cui essi furono sequestrati. Ma alcuni hanno deciso di diventare querelanti e rendere testimonianza nei processi. Non si tratta solo di una questione simbolica. Loro, come nessun altro, sono in grado di raccontare come il delitto emblema del terrorismo di Stato, la desaparición (il sequestro n.d.t.), si sia continuato a compiere nel tempo e ancora oggi continui a perpetrarsi. Sono molti coloro che hanno fatto parte del gruppo HIJOS (Figli per l'Identità e la Giustizia contro l’Oblio ed il Silenzio) o che attualmente ne fanno parte: essi sentono di rappresentare la chiusura del cerchio che hanno cominciato a tracciare sulla strada quando, dando voce alle loro denunce, fecero crescere la condanna sociale nei confronti di coloro che godevano dell'impunità istituzionale.
“Si parla molto del passato, si dice che questo è il passato. Per me il passato è il presente, oggi non c’è un luogo in cui possa portare un fiore a mio padre. Quei fatti sono attuali, non sono un qualcosa che ormai è successo. Va al di là di quanto ognuno possa avere più o meno elaborato il dolore. Io non voglio elaborare un bel niente”, dice Camilo, testimone nel processo contro i crimini commessi nella ESMA (Escuela Superior de Mecánica de la Armada). Camilo vuole raccontare al tribunale chi era suo papà, Enrique Juárez, cineasta e dirigente nazionale della Juventud Trabajadora Peronista (Gioventù Lavoratori Peronisti n.d.t.) e di come, quando lo portarono via, si fosse radunata una moltitudine di persone del quartiere nella casa di Calle Florida, perché suo padre “era amato da tutti”. In seguito, la mancanza. La sensazione di essere un po', ogni giorno, quel bambino che aspetta che suo papà ritorni per fare l’asado (arrosto di carne n.d.t.) con il carbone che trasportava nel baule proprio quel dì in cui non riuscì a fuggire da un maledetto appuntamento e si ritrovò nella ESMA.

Faccia a faccia

“Mi sarebbe piaciuto che mio padre mi insegnasse a fare un asado. O che mi portasse allo stadio”, dice Carlos Pisoni ai giudici che processano i repressori dei centri clandestini Atlético, Banco y Olimpo (ABO). A dicembre ha testimoniato in relazione alla sparizione dei suoi genitori, Irene Bellocchio ed Orlando Pisoni, rispondendo, fra le altre cose, all'avvocato difensore che ad ogni udienza si preoccupava di sapere chi aveva goduto del risarcimento economico. “Nel momento in cui si concesse tale beneficio, in pieno menemismo, si viveva in un'epoca di totale impunità: fu un’ammissione dello Stato che riconosceva di aver compiuto terrorismo di Stato. Ma il danno è irreparabile”, disse durante il suo intervento che si protrasse al punto che il giudice dovette chiedergli di attenersi ai fatti. “Nei giorni che precedettero la mia testimonianza cercai di raccogliere il vissuto e le dichiarazioni di coloro che non testimoniavano perché i loro casi non rientravano nei processi o semplicemente non se la sentivano. Cercai di rendere una testimonianza collettiva nelle parti in cui poteva esserlo. Per esempio durante la richiesta finale”. Prima di finire, Carlos si rivolse ai repressori che si trovavano in aula: "Guardatemi in faccia e ditemi dove sono i corpi". "Io ho reclamato i corpi di tutti, non solo quelli di mia mamma e di mio papà; ho anche ripetuto la richiesta relativa ai vivi, perché ci sono quattrocento fra ragazzi e ragazze che hanno 32, 33, 34 anni e non sappiamo dove siano. E sono vivi".
Lui li ha guardati. Loro lo hanno guardato. Samuel Miara, Eduardo Emilio Kalinec, Luis Juan Donocik. Forse hanno torturato i suoi genitori con le loro mani. O deciso delle loro vite. “Non è odio quello che provo. Vederli lì mi dà felicità. Dopo tanto tempo… che arrivino ammanettati e poi vadano a Marcos Paz (carcere di Buenos Aires n.d.t.)”, afferma.
Mentre aspetta che lo chiamino a testimoniare, Camilo cerca di presenziare al maggior numero possibile di udienze: " Dopo aver ascoltato i testimoni si finisce distrutti fisicamente. Certi giorni ho l’impressione di avere passato la giornata a scaricare sacchi al porto. Loro invece non fanno una piega. Vedi questi tizi piantati lì, senza emozioni. Continuano ad essere cinici come allora. Quando vidi (Alfredo) Astiz pensai: “ Cosa ci fa quella signora grassa in mezzo ai marinai?”. Invece no, era Astiz, col suo parrucchino, il suo pullover ed i jeans. Quel che si notava è che gli scocciava che gli scattassero delle foto, che esponessero le loro facce ai mezzi di comunicazione. Quel che mi piace è vederli arrivare ammanettati. Ci sono anche molti disertori. Nella ESMA sono un sacco. Non ci sono tutti. Ma è già qualcosa. Ti fa sentire meglio; non bene del tutto, ma meglio sì.

Parlare o non parlare

Veronica Castelli parla sulle scalinate di Comodoro Py mentre attende che cominci l’udienza in cui il repressore Adolfo Donda dirà di avere eseguito ordini sacri quando torturò e assassinò nella ESMA. Lei è una querelante nel processo in cui vengono giudicati i crimini commessi nel centro clandestino “El Vesubio”, nel quale furono visti suo papà, Roberto Castelli e sua mamma, Maria Teresa Trotta, incinta di sei mesi al momento del loro sequestro.

“Si parla molto del passato. Per me il passato è il presente, oggi non c’è un luogo in cui possa portare un fiore a mio padre”.

“Abbiamo atteso molti anni prima che la Giustizia ci ascoltasse. Oltre ad aver aspettato abbiamo lottato. Sebbene sappia che la prova concreta la daranno gli ex detenuti, e gli ex detenuti di “El Vesubio” hanno lavorato durante tutti questi anni sulla memoria, per me è importante trasmettere al tribunale le conseguenze sulla mia vita e su quella dei miei compagni: noi che subimmo gli effetti delle azioni commesse da queste persone. Esse non sono solamente colpevoli di quanto fecero ai miei genitori, ma anche della vita che mi imposero, di ciò che accadde a mia sorella (fu rapita e solo da un anno e mezzo ha recuperato la sua identità). Sono le conseguenze personali, oltre a quelle economiche, politiche e culturali che gravarono su tutta la società. Ciò che mi fecero non me lo fecero in un giorno”, racconta.

Veronica aveva due anni quando in sua presenza le sequestrarono il padre. Il ricordo con il tempo svanì, lasciando spazio alla bugia raccontatale dallo zio, fratello di suo padre e commissario della Polizia Federale: “Mi disse che i miei genitori erano partiti per un viaggio e sarebbero ritornati al compimento del mio quindicesimo anno di età. In seconda elementare la mia compagna di banco mi disse che non potevo essere così ingenua da pensare che dei genitori potessero partire per un viaggio così lungo, che era evidente che fossero morti. Tuttavia è difficile accettare la morte in seguito ad una semplice assenza. Carlos Pisoni e Paula Maroni, che testimoniarono nell’ABO, raccontarono che siccome le loro nonne partecipavano alle manifestazioni delle “Madres de Plaza de Mayo”, continuarono ad essere perseguitate per parecchi anni e non solo durante la dittatura. Io, a causa del sequestro dei miei genitori, rimasi in una situazione di totale abbandono e questa è una responsabilità dello Stato. Mi piacerebbe riuscire a far capire che cosa significhi aver sopportato per anni il divieto di parlare dei miei genitori: equivale alla proibizione di parlare di se stessi. Ancora oggi sto cercando di elaborarne le conseguenze. Me ne andai da quella casa per poter cercare mia sorella”.

Ha già affrontato l’incontro faccia a faccia con alcuni dei repressori che, capeggiati da Pedro Alfonso Durand Sáenz, appartenevano alla guarnigione di “El Vesubio”. “Quando cominciarono gli altri processi li osservavo e provavo una profonda indignazione. Vederli sorridenti, come se non avessero coscienza di quello che sono. Quando vidi entrare coloro che mi produssero tanto dolore sentii una profonda delusione. Non so se mi aspettavo di vedere entrare un lupo mannaro o chissà cosa, ma mi sembrarono un nulla... Pensai: questo nulla mi ha potuto fare tanto male? Provai una sensazione di vuoto. Non so cosa mi aspettassi di vedere, perché sono persone, persone che scelsero di essere ciò che sono e di fare ciò che fecero: tuttavia non sentii odio, nemmeno disprezzo. Non sentii nulla”, racconta. E il nulla la fa piangere.

Tutti concordano sulla necessità di insistere su un punto: si tratta di un momento storico che ottiene scarsa visibilità. I criminali più feroci dell’Argentina moderna sono sul banco degli accusati ma poca gente ne viene a conoscenza. I processi passano in sordina nelle agende della maggior parte dei mezzi di comunicazione. “Pare che non si sappia che li stanno processando. Non entra nella coscienza delle persone il fatto che sia possibile assistere ai processi. Per di più c’è gente che prospetta indulti e amnistie. Sono ambienti molto potenti”, insinua Camilo. “Credo che ci renderemo conto tra dieci o quindici anni. Tuttavia, ciò che sta succedendo è la base di una società che comincia a costruire democrazia, cittadinanza. La dimensione di tutto ciò la darà il tempo”, afferma Camilo. Veronica conclude: “Ho speranza che il tribunale giunga ad una condanna giusta che, secondo me, sarebbe l’ergastolo per tutti gli imputati, con detenzione effettiva. Non lo dico pensando in termini di fiducia o meno nei confronti della Giustizia. E’ importante che lo Stato, attraverso le sue istituzioni, ci ascolti ed emani una sentenza giusta in relazione a queste atrocità. E’ necessario che la Giustizia si pronunci su questi crimini. E’ l’unica cosa che può segnare una differenza e un ordine in un contesto di tale perversione”.


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