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L’ultima notte del Rais

15 settembre, 2016 - 21:15 Stireria dell'ex manicomio di Collegno (ingresso Lavanderia a vapore)

da “L’ultima notte del Rais” di Yashmina Khadra (Sellerio)

riduzione per la scena di Renzo Sicco

in scena Sax Nicosia

paesaggio sonoro percussioni di Vito Miccolis, Roberto Leardi

musiche di Brian Jones, Mick Karn e Bombino

regia di Giovanni Boni

idea scenica di Renzo Sicco

una produzione Assemblea Teatro in collaborazione con Barricalla e Città di Collegno

 

L’ultima notte del Rais è incentrato attorno alla figura di Gheddafi. Affronta una realtà contemporanea bruciante e controversa, quella di un personaggio shakespeariano. Re Lear è Gheddafi, in carne ed ossa, non c’è bisogno di inventarlo né di affidarsi alle esagerazioni della finzione.

Il Rais è un personaggio complesso, che incarna molti ruoli contemporaneamente: è un megalomane, un idealista, un dittatore, un riformatore. Si vedrà cosa rimarrà di lui nei libri di storia: il beduino indomabile oppure il tiranno visionario? In ogni caso, è un paradosso vivente. Gheddafi mai pensa di fare il male, é sempre certo di agire per il bene della nazione e per garantire la sua longevità politica.

Nulla giustifica le atrocità di un uomo che paranoico, capace di perdere il contatto con la realtà, si lascia andare a impulsi incontrollabili. Anche in fuga, non si rende conto che la sua storia è finita, non riesce a crederlo, pensa di essere sprofondato in un incubo da cui prima o poi si sveglierà; spera in un miracolo perché non può immaginare che il suo destino possa finire in quel modo. Continua a credere di aver operato per il bene del suo popolo, che però sta per assassinarlo.

Ogni individuo è quello che gli altri vedono in lui. Un personaggio è sempre fatto della sua realtà e delle voci che lo circondano. Le dicerie e le leggende contribuiscono a costruire la sua immagine pubblica.

Gheddafi in fondo è stato anche ingenuo. Come tutti coloro che si credono al centro di una profezia, pensava di essere un eletto. Come uomo politico, sapeva che il suo era un Paese molto ricco capace di scatenare enormi appetiti. Ha quindi cercato di giocare con l’ingordigia degli altri. Non è stato ucciso perché fosse un tiranno, in fondo lo era da quarant’anni e nessuno aveva mai provato a eliminarlo veramente, al massimo avevano cercato di spaventarlo. E’ stato eliminato perché ha voluto tenere per sé le ricchezze del Paese, e non ha mantenuto le promesse fatte. Così gli hanno fatto pagare il conto. Prima malgrado il terrorismo e la sua politica destabilizzante, lo avevano riabilitato, perdonato, e accolto con tutti gli onori nelle capitali. Quando hanno scoperto che non era intenzionato a dare quanto promesso, si sono vendicati.

Alla sua morte il Paese è sprofondato nel baratro.

La Libia ha sempre avuto una struttura tribale e Gheddafi era l’unico collante che la tenesse insieme. Tra le tribù c’erano rancori secolari con una storia di guerre fratricide, vendette e razzie. Il Rais era riuscito a riunirle e farne una nazione omogenea. Aveva saputo creare un ideale nazionale, ma le divisioni non erano mai del tutto scomparse. Il Paese taceva perché messo sotto una camicia di forza che reprimeva qualsiasi forma di contestazione. Quando il Rais ha perso il potere ed è stato ucciso, le vecchie tensioni sono riesplose e alcune tribù hanno rivendicato la loro autonomia.

In preda al caos, la Libia ha finito per essere occupata dalle milizie e dagli islamisti.

Prenotazione consigliata tel. 0113042808       ingresso unico 10,00 Euro

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