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11 settembre 1973 - 11 settembre 2006

Davanti a noi un muro. Un grande muro ricoperto da grandi lastre di metallo che gli eventi atmosferici hanno reso materiche. Sulle lastre sono incisi i nomi di duecentoventisei cileni scomparsi o fucilati negli anni della dittatura. Il luogo dove sorge il muro è l'ultimo della loro esistenza. Un monumento impressionante e unico. Qui nel nuovo Cile democratico sono stati eretti monumenti per ricordare i "benefattori della Patria", i generali o i detentori del potere per via politica o economica. Questo è l'unico monumento che parla di gente comune, di gente che ha difeso o costruito democrazia. Chi ha lottato e si è battuto negli anni dell'oscurità per ridare luce ad un paese occupato militarmente non è degno di memoria tranne che in questo luogo, su questo muro che prima ancora è stato un grande pannello di legno verniciato di bianco sui cui campeggiava una frase del poeta Mario Benedetti "El olvido esta lleno de memoria" - "la dimenticanza è ricolma di memoria". Il monumento è stato intensamente voluto dai familiari degli scomparsi e da un gruppo di democratici resistenti che nel Cile del silenzio e della paura hanno saputo imporre allo Stato la necessità di un museo della memoria. Il luogo è Villa Grimaldi.

Era una villa patrizia, agreste, circondata da un colonnato e con un bel patio al centro. Attorniata da alberi e roseti era per tutti Villa Paradiso sino a quando nei primi anni 70 Carlo Vassallo, ambasciatore del Governo Allende in Italia, e suo fratello Emilio, divenuti i nuovi proprietari, decisero di ribattezzarla Villa Grimaldi in omaggio alla bellezza del paese che li ospitava. Poi caddero le bombe sulla Moneda, esplosero le violenze, iniziarono gli arresti. Neppure la figlia dell'ambasciatore passò indenne. La sua incolumità e libertà furono ottenute attraverso il baratto della Villa stessa. Così dal 1973 per un decennio Villa Grimaldi è stata il centro di detenzione, tortura e sterminio più importante della D.I.A. (Dirección de Inteligencia Naciónal), la polizia segreta di Pinochet. La Villa patrizia come sede dei militari, i magazzini trasformati in prigione. In celle di un metro per un metro si stipavano tre prigionieri, altri erano incatenati e tenuti sempre in piedi dentro a loculi verticali poco più grandi di una bara. Tutto intorno terre dell'esercito e l'aeroporto militare, nessun possibile occhio civile poteva spiare o sapere l'orrore che avveniva all'interno. Si passò così, agli inizi di dicembre del '73, dal paradiso all'inferno. Dentro Villa Grimaldi si sono sperimentate ed eseguite tutte le forme più violente di tortura. Gli alberi sono diventati forche dove appendere i prigionieri per i piedi o per i testicoli, la piscina è diventata un bacino d'acqua dove affogarne altri provati da ogni genere di brutalità. Le sue caratteristiche di prigione non riconosciuta hanno permesso da subito la connotazione di luogo privilegiato per la "desaparición" dei prigionieri politici.
Le informazioni ufficiali oggi disponibili permettono di sapere che 226 persone sono state assassinate o fatte scomparire in questo luogo mentre si può calcolare in circa 4.500 il numero di persone complessivamente detenute e torturate in questo campo.

Dieci anni di barbarie, poi la distruzione e il fuoco purificatore per cancellare le prove. Distrutta e bruciata la villa, le celle, la torre, gli alberi. Chi ci è passato sopravvivendo ricorda solo ciò che ha respirato giacché perennemente bendato, di questo luogo ha intravisto solo il suolo o i pavimenti. Gli unici veri testimoni sono soltanto alcuni grandi alberi che nonostante il fuoco hanno voluto ricrescere. Al centro di tutti, un grandissimo olmo, dentro il suo tronco scavato oggi si celebrano messe. Deve essere stata questa resistenza della natura ad aver ispirato l'architetto Luis Santibañez, Presidente della Corporación Parque por la Paz Villa Grimaldi, a trasformare questo campo, simbolo del dolore, in un luogo di pace e di speranza.
Oltrepassi il portone d'ingresso ed entri in un mondo di ricordi che parla di sofferenza ma anche di solidarietà e tensione nella lotta per la verità e la giustizia, entri dentro il ricordo di persone che attraversando quello stesso portone cambiarono il loro sorriso in un grido di dolore. Da quel momento la loro vita fu segnata solo dall'atrocità, molti si spensero in un silenzio che si ascolterà per sempre. Una grande fontana al centro, che ricorda quelle di Gaudí al Parque Guell a Barcelona, tempestata di frammenti di piastrelle ritrovate tra le macerie, quelle stesse dei pavimenti spiati dai prigionieri. Sentieri e camminamenti tra i tanti alberi piantati di recente, poi ancora i segni di quello che è stato attraverso la segnalazione dei luoghi del dolore, ma anche una panchina in mattoni, l'unico luogo in cui i detenuti in attesa trovavano un contatto scambiandosi gesti, carezze, gocce di vita in una esistenza di dolore, lacrime di fratellanza dentro al terrore. Non abbiate paura entrando: non vi troverete in un museo dell'orrore, le sale di tortura adesso non esistono, esiste un parco con alberi, uccelli, fontane a ricordare che un tempo lontano è stato un paradiso, poi fu l'inferno. Ora è tornato ad essere un luogo dove al canto degli uccelli e al mormorio dell'acqua si unisce il silenzio degli assenti. Solo giunto al fondo trovi questo grande muro, frontiera dell'odio dell'uomo. Quanta ignoranza deve segnare un uomo, quanto odio deve accumulare per poter esercitare un potere così devastante su un altro corpo? Te lo chiedi e non trovi risposta sapendo che qui è accaduto ma che ancora accade.

Santiago del Cile , 10 dicembre 2001 Renzo Sicco

Di fianco a questo "muro" abbiamo presentato i nostri "Più di mille giovedì", lo spettacolo sulla storia delle Madres de Plaza de Mayo, e "Parole spezzate" sulla desaparición in Cile.
Li abbiamo realizzati nel giorno dell'anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani.
Li abbiamo presentati di fronte a sopravvissuti del campo, di fronte ai familiari, alle madri, ai figli degli scomparsi.
Molto più di uno spettacolo. E' stato un rito nella notte.
Lola e Gisella erano attrici, certo, ma anche sacerdoti, sciamani che esercitavano un rito laico ma sacro. Non era la loro voce quella che sentivi ma quella di un dolore universale: era questo Cile che ancora non ha rimarginato le ferite, erano l'Afganistan e l'Iraq che portano sulla pelle squarci ben più recenti, erano i mille focolai della terra che bruciano follia. E' stata emozione, grido e silenzio. Il silenzio degli assenti.
Il 10 dicembre 1994 un ex prigioniero sopravvissuto pronunciò il discorso "Apriamo le porte di Villa Grimaldi".
Il 24 marzo 1997 è stato inaugurato il Parco per la Pace alla presenza delle autorità, dei sopravvissuti, dei familiari e di molte persone sensibili alla lotta per i Diritti Umani.
Il parco è diventato realtà grazie al sostegno del Ministero all'Urbanistica del Cile che ha espropriato l'appezzamento e si è fatto carico dei costi relativi alla prima fase di riqualificazione dell'area. Anche il Municipio di Peñalolen in cui è ubicato il Parco ha offerto il suo appoggio finanziando le opere di manutenzione.
L'11 settembre 1973, a poca distanza da Villa Grimaldi erano ubicati i Comandi delle telecomunicazioni dell'esercito, Pinochet era lì a dirigere da quel comando sicuro la distruzione a sangue e fuoco della democrazia cilena.
Il 10 dicembre 2001 e il 10 dicembre 2002 a Villa Grimaldi nella notte, abbiamo ricomposto nel silenzio e nel grido una piastrella spezzata di quella democrazia. Lo abbiamo fatto per il dovere della memoria che arricchisce e rende vivibile il presente.

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Un uomo nella sala del museo Salvador Allende di Santiago del Cile dove sono raccolte le foto di circa 700 prigionieri scomparsi sotto la dittatura del generale Pinochet.


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