L'ultima lotta contro il tiranno
"Puro, o Cile, è il tuo cielo turchino": dice così il primo verso dell'inno nazionale cileno, ma tutto quello che è successo dal funesto 11 settembre 1973 all'11 gennaio 2000 ha cancellato definitivamente l'azzurro del cielo cileno.
Venni a sapere dell'arresto di Pinochet su un'autostrada italiana ed esultante mi affrettai a chiamare la mia compagna. Volevo sentire la sua voce. Speravo che non lo sapesse per essere io a darle quella magnifica notizia., ma appena rispose al telefono sentii il suo respiro alterato, la sua incredulità, la sua soddisfazione, il vortice di ricordi che la riportavano nell'inferno di Villa Grimaldi, alla nostra gioventù brutalmente massacrata.
"Dovremmo fare un monumento al giudice Garzòn" disse con voce piena di emozione. "Ci aspettano lunghe giornate di lotta per ottenere l'estradizione in Spagna" le risposi e, non appena riattaccai, mi tornò alla mente che anche l'11 settembre 1973 avevamo parlato di lunghe giornate di lotta per sconfiggere il golpismo e tornare alla normalità democratica. E quella lotta certamente ci fu, e fu durissima. Pinochet, la destra cilena e il dipartimento di Stato degli Usa, diretto da Henry Kissinger, ci misero la malvagità, la tortura, i desaparecidos, l'esilio, la morte. Noi ci mettemmo il coraggio e le vittime.
Fu lunga la lotta in Cile e anche in esilio. I compagni della resistenza interna non concessero al dittatore un solo giorno di tranquillità. Mentre dirigenti pusillanimi negoziavano una sorta di nuovo modello ispirato al Gattopardo, dove tutto doveva cambiare perché tutto restasse com'era, le donne e gli uomini della resistenza socialista e comunista, del Movimiento de la Izquierda Revolucionaria, del Fronte Patriòtico Manuel Rodrìguez e del cattolicesimo di sinistra si incaricarono di ricordare al ditatore, per 16 anni, che si trovava ad affrontare una dignità ispirata al Conte di Montecristo, con un motto "Non si dimentica nè si perdona", che sarebbe stato seguito e mantenuto a dispetto dei claudicanti sforzi di quanti negoziavano un possibile ritorno alla normalità democratica, ritorno che il dittatore accettò solo quando, malgrado i desaparecidos e gli assassiniii sistematici, si vide in condizionii di debolezza davanti a un popolo che resisteva.
Pinochet fu arrestato a Londra durante il mandato di Eduardo Frei, il secondo presidente "democratico" dopo la dittatura, la cui amministrazione fu caratterizzata dal mantenimento delle atroci leggi del tiranno e dalla tutela dei patti stretti con lui alle spalle del popolo. Era quindi evidente che sarebbe stato lo stesso governo cileno a difendere con più accanimento il dittatore e a opporsi alla sua estradizione in Spagna.
Alla fine Pinochet riuscì a farsi beffe della giustizia e a tornare trionfante in Cile. Ma non contava sul fatto che l'esempio del giudice Garzòn sarebbe stato seguito dai colleghi cileni, e i suoi difensori si videro costretti a ricorrere al più miserabile dei trucchi, dichiararoono malato di mente, pazzo, per sfuggire ancora una volta alla giustizia.
La sua detenzione londinese aveva visto giornate di lotte indimenticabili. I presidi, organizzati nelle vicinanze della clinica dove il tiranno era agli arresti, avevano svolto un tenace e instancabile lavoro di informazione che aveva riacceso la solidarietà mondiale con il popolo cileno e con la sua sete di giustizia. Ariel Dorfman ed io accettammo la responsabilità di rispondere alle infamie della destra cilena e agli spropositi e le menzogne del governo cileno. Ci comportammo da agitatori, scrivemmo articoli assolutamente sovversivi, perché la verità è sempre sovversiva.
Purtroppo dobbiamo riconoscere che non riuscimmo a far estradare Pinochet in Spagna, dove lo aspettava un processo giusto e con tutte quelle garanzie che le sue vittime non avevano avuto. Ma ho la certezza che i nostri articoli furono apprezzati da quelli che soffrono, da quelli che conservano la speranza e ripetono che un altro mondo è possibile.
Luis Sepulveda (Guanda Editore)
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