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Il Cile a TrentaTre anni dal golpe

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Gonzalo Millan
Il fiume inverte il corso della sua corrente
Le acque delle cascate salgono
La gente comincia a camminare retrocedendo
I cavalli si muovono all’indietro
I militari rompono le righe
I proiettili escono dalla carne
Le palle entrano nei cannoni
Gli ufficiali rinfoderano le pistole
La corrente entra dalle prese
I torturati smettono di agitarsi
I torturati chiudono le loro bocche
I campi di concentramento si svuotano
Appaiono le persone scomparse
I morti escono dalle loro tombe
Gli aerei volano all’indietro
I razzi salgono verso gli aerei
Allende spara
Le fiamme si spengono
Si toglie l’elmetto
La Moneda ritorna ad essere integra
Il suo cranio si ricompone
Si affaccia a un balcone
Allende torna indietro fino a Tommaso Moro
I detenuti escono di spalle dagli stadi
11 settembre
le forze armate rispettano la costituzione
i militari tornano nelle loro caserme
rinasce Neruda
Victor Jara suona la chitarra, canta
gli operai sfilano cantando:
“Venceremos”!


La casa di Allende

1973 - Santiago del Cile

Prima del palazzo residenziale hanno bombardato la casa di Allende.
Dopo le bombe i militari sono entrati per distruggere quel che restava: a colpi di baionetta si sono avventati contro i quadri di Matta, Guayasamìn e Portocarrero, e a colpi d'ascia hanno fracassato i mobili. E' passata una settimana. La casa è un immondezzaio. Sparse dappertutto, braccia e gambe della armature di ferro che adornavano la scala. Disteso a gambe larghe nella camera da letto, un soldato russa smaltendo la sbronza, circondato di bottiglie vuote. Nel soggiorno, si odono lamenti e ansimi. Lì è ancora in piedi, tutta spappolata ma in piedi, una grande poltrona gialla. Sulla poltrona la cagna degli Allende sta partorendo. I cuccioli, ancora ciechi, cercano il caldo e il latte. Lei li lecca.

Eduardo Galeano

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La casa di Neruda

1973 - Santiago del Cile

In mezzo alla devastazione, nella sua casa anch'essa fatta a pezzi a colpi d'ascia, giace Neruda, morto di cancro, morto di pena. La sua morte non bastava, poiché Neruda è uomo di lunga sopravvivenza, e i militari gli hanno assassinato le cose: hanno ridotto in frantumi il suo letto felice e la sua tavola felice, hanno sventrato il materasso e hanno bruciato i libri, hanno spaccato le sue lampade e le sue bottiglie colorate, i suoi vasi, i suoi quadri, le sue conchiglie. All'orologio e muro hanno strappato il pendolo e le lancette; e hanno conficcato la baionetta in un occhio del ritratto di sua moglie.
Dalla sua casa rasa al suolo, inondata d'acqua e di fango, il poeta parte per il cimitero. Lo scorta un corteo di amici intimi, capeggiati da Matilde Urrutia. (Lui le aveva detto: Fu così bello vivere quando vivevi).
A ogni nuovo isolato, il corteo cresce, A tutti gli incroci si aggiungono persone che si mettono a camminare nonostante i camion militari irti di mitragliatrici e i carabineros e i soldati che vanno e vengono, su motociclette e autoblinde, che fanno rumore, che fanno paura.
Da dietro qualche finestra, una mano saluta. Dall'alto di qualche balcone, sventola un fazzoletto. Oggi sono passati dodici giorni dal colpo di Stato, dodici giorni di tacere e morire, e per la prima volta si ode l'Internazionale del Cile. L'Internazionale mugolata, pianta, singhiozzata più che cantata, finché il corteo diventa processione e la processione diventa manifestazione e il popolo, che cammina contro la paura, comincia a cantare per le strade di Santiago a perdifiato, a voce piena, per accompagnare come si deve Neruda, il poeta, il suo poeta, nell'ultimo viaggio.

Eduardo Galeano

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