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"Nei mari estremi"

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NEI MARI ESTREMI

di Renzo Sicco e Gisella Bein

dall’omonimo romanzo di Lalla Romano
(Giulio Einaudi Editore)

Quando eravamo appena sposati, tradusse per me I morti di Joyce.
Cade la neve, in quella novella? (0 forse la leggevamo mentre nevicava). Ho sempre, collegato le due cose.

E anche un tempo della Hammerklavier; dissi al mio grande amico Turin che stava morendo, come fosse bello ascoltare quella sonata mentre fuori nevica, e pensavo: mentre uno sta morendo. C'è anche in Tetto Murato la neve come morte, e la morte come pace.

Era stata Silvia, mia sorella - l'aveva scoperto prima di me - a dirmi: - "Guarda le sue mani mentre parla".
Lui era in piedi, le gambe un po' divaricate , raccontava, tenendo una mano sul petto, l'altra levata. Le sue mani erano grandi e lunghe, le dita unite, distese; e il gesto quasi ieratico Magari il racconto era per ridere, del tipo: - Le mie sorelle sono due rape.
Per i nostri gusti di allora - miei e di Silvia - quella stilizzazione del gesto e delle mani, chiaramente spontanea, era attraente, emozionante. E lui subito molto diverso dai soliti compagni di gita, cosi poco interessanti.

Lui aveva scoperto loro, prima ancora di scoprire veramente me.
dal finestrino li aveva visti ed era rimasto come folgorato.
- Ma chi sono quelle due persone? - Sono i genitori delle Romano.
Si era stupito, anzi indignato, che persone cosí straordinarie potessero essere nominate con tanta naturalezza, quasi con noncuranza.
Erano lí, fermi, e silenziosamente sorridevano. Gli occhi di lei, lucenti e profondi, rendevano misteriosa la sua bellezza; e papà, piú anziano, coi suoi baffi alla francese, aveva certo un'aria festosa e indulgente. Sorridevano come per una specie di felicità altruista, ingenua' e nobile insieme. Gli sembrarono persone grandi, come sovrani, eppure semplici, benigni.

Uguale, improvvisa e sconvolgente presenza loro, apparve a lui tanto tempo dopo.

Loro erano morti da anni fu di nuovo un'apparizione: un sogno. Me lo raccontò subito - di notte -ancora preso da timore e gioia: - Suonano, vado io ad aprire, Sono loro, sorridenti come sempre, ma fradici di pioggia. "Entrate, - dico, - venite ad asciugarvi".
" No, dobbiamo andare. Vogliamo soltanto dirvi che ora tutto va bene. Siamo insieme".

Non so piú le parole precise, ma hanno detto press'a poco cosí. E io ho sentito una grande pace, una sicurezza. Anche se era molto triste che non volessero entrare, e io capivo che non li avrei piú visti.

Si diceva "l'8 e il 9" e si intendeva la coincidenza di due giorni festivi a dicembre. L'8 e il 9 di quell'anno è una delle rarissime date del mio curriculum interiore quasi del tutto sprovvisto di reperti cronologici.
La strada era gelata, noi leggeri, sci a spalla.
Folate di nebbia fitta apparivano e sparivano. Lí avvenne il nostro primo bacio: improvviso. Fu dolce, non travolgente;un po' solenne, forse, e non del tutto a nostra insaputa. C'eravamo appena staccati, che vediamo, fuori da quella strana nebbia, una figura. Apparizione magari magica, certo non mistica. Un prete, con la sottana nera. assolutamente reale. Ci salutò, e sparí nella nebbia.
Piú tardi, al lungo tavolo del Caccia Reale io ero all'ultimo posto e lui accanto a me, d'angolo, cosi che eravamo quasi di fronte, e isolati (gli altri, rumorosi, non esistevano). Lo guardai e incontrai, vicinissimi, i suoi occhi marrone, dorati. E in essi una tenerezza profonda, calda, misteriosa. Una tenerezza severa.

La scadenza seguente è di nuovo in un luogo chiuso. Nella camera mia e di Silvia in via Barbaroux, io sono inquieta; dico: - Lasciamoci. Non voglio che questa storia finisca come le altre -. E lui, tranquillo, quasi se lo fosse aspettato : - "Non è necessario che ci separiamo. Potremmo sposarci". Mi appoggiai a lui, però non risposi. Aggiunse: -" Io non sono niente ricco; ma lavorerò"
La cosa prendeva una piega non di mio gusto. Non mi sfuggiva l'eleganza di non aver usato la parola "povero", ma anche "ricco", per quanto accompagnato, da una ne-gazione, era pure un termine economico; e io aborrivo la pratica, e persino la buona volontà. Però rividi l'immagine di lui che spaccava la legna al Pagary, e ritrovai quella garanzia di una vita selvaggia, libera, lontana. L'improbabile prospettiva mi rassicurò.
Non me l'ero mai detto, ma pensavo, o meglio sentivo, lo sposarsi come qualcosa di fatale, abissale, una specie di morte. Avvertivo un senso di rischio, anche esaltante, ma staccato da me, dalla nostra storia. Quasi un'investitura: per qualche fine ignoto.

Solo zio Alessio, sempre intemperante, gridò "viva gli sposi". Non ci furono fotografie, e cosí non fu mai chiarito se io avessi le trecce sul petto come sempre o i capelli raccolti.
Quel giorno io ero solo ansiosa di scappare. La festa era per me, e sentimentale. 0rrore. Non avevo idea dove saremmo andati, e non me ne importava. Forse mi dissero il nome dei posti. Sapevo soltanto che la prima stazione si chiamava Desenzano. Il nome aveva un suono musicale.
La sera, a Desenzano, camminavamo sulla sponda del lago in una nebbia di luna. Doveva avvenire quella cosa. Lui si era sempre astenuto - è certissimo - solo per rispetto; e lo rammaricò poi tante volte, in tono tra malinconico e comico. Se io non l'avevo né proposto né aspettato era perché la cosa non mi attirava, non mi incuriosiva nemmeno. Quel momento tenuto segreto e perciò misterioso mi sgomentava; soprattutto per il timore di non essere all'altezza. Tanto piú quella sera a Desenzano. C'era la vaga paura per l'evento biologico e l'imbarazzo di apparire troppo ignorante, ottusa, poco sensibile. Se lui avesse dei problemi, non me lo domandavo.

Rimase l'impressione di un disagio, sforzo, fatica.
Qualcosa di tecnico come un'operazione (chirurgica), nella luce troppo cruda: infatti nelle operazioni è necessaria. Dopo mi addormentai con la testa sulla sua spalla, come poi sempre nella nicchia tra la spalla e il petto. Ebbi un breve pensiero, dovuto a una sensazione: la sua camicia di seta aveva un leggero odore acido. (L'odore di lui era fragrante come l'odore del pane fresco). Sua madre, pensai, gli ha dato una camicia di seta artificiale.

E stato cosí; non so cosa farci. E nemmeno so come avvenne che nella camera rustica dal pavimento scricchiolante io fossi cosi beata. Già a, Riva, la sera dopo Desenzano, era stato bello; anche un po' esaltante. Lui mi aveva presa di peso sotto le ascelle e messa in piedi su una colonna mozza a lato della scala come per farmi un monumento?
In quella camera piena di sole del paese senza nome non mi sentii piú né rozza né imbarazzata.
Mi viene in mente adesso il sogno di Casetta. Casetta era ironica, intelligentissima. Era una mia devota. Fummo compagne al ginnasio, poi all'università. Dopo è sparita, non so come né dove.
Lei mi aveva raccontato in una lunga lettera che aveva sognato le mie nozze. Lo sposo era bruno, e io ero felice. Ma la carrozza era da lutto e i cavalli avevano gualdrappe nere.

Non è nelle malattie che temevo di perderlo; ma nelle assenze, nella lontananza. Morire è allontanarsi: l'ho saputo poi.
Nella nostra prima, separazione dopo le nozze, quando partiva, io sprofondavo in una specie di disperazione, annaspavo come stessi per affogare. Come se - senza di lui - mi mancasse il respiro.

Sul nevaio, - nel salire eravamo distanziati - distinguiamo davanti a noi nel bianco uniforme una filza di segni neri ben spaziati, che si precisano come piccoli corpi puntuti: uccelli, rondini.
Confitti nella neve. Sette. Certo abbagliati dal bianco, avevano sbagliato la mira nel loro volo radente.
O un urto, una violenza improvvisa del vento.
La piccola immagine tragica era quella di una sconfitta, ma anche di una trasfigurazione.

Lesse Figli e amanti, dopo che era morta la mamma, e mi disse: - Non leggerlo -. Io l'avevo letto tanti anni prima, non capii l'avvertimento. Cosí fu terribile. Anch'io avevo avuto una passione per la mamma che moriva.
Lawrence dice qualcosa intorno alla bellezza degli occhi di lei, e che gli pareva che lei morisse per quello; cosí io pensavo che lei forse moriva per la delicatezza dei suoi polsi.
Quando morí papà, fui sopraffatta dal ricordo della sua dolcezza, della sua bontà incredibile; ma la sua malinconica, silenziosa vecchiaia mi aveva già staccata da lui. Passionalmente ero lontana. E chi lui fosse davvero l'ho capito adesso, attraverso le ritrovate fotografie di Demonte. Come ho capito veramente cosa fosse stata sua moglie - mia madre -per lui.

Quando morí, era molto vecchio e stanco. Guardò lei a lungo, intensamente, poi chiuse gli occhi. Quello sguardo era rimpianto, gratitudine, e ancora amore.

Ho sempre detestato le parole: moglie, marito, e anche amante (le funzioni); e perché non insofferenza per padre, madre, figlio? Perché è il sesso che con l'ufficialità diventa ridicolo, goffo, imbarazzante.
Avevo notato, da bambina, che le coppie anziane dormivano in letti separati, se non in camere diverse.
Questi ultimi anni, negli alberghi, chiedevamo sempre letti separati e mi divertiva che dovessero trovare la cosa, naturale per noi anziani, che invece ancora ci amavamo. Dormivamo separati per la differenza di gusti nelle coperte, per la mia insofferenza: lui finiva sempre. per liberarsi, del lenzuolo, e avvolgersi nella coperta..
Anche l'ultimo panno, che l'ha avvolto non è stato. un lenzuolo ma un plaid. Nel " corporale " eravamo diversi, opposti.
Per questo o nonostante questo, c'era tra noi quell'intesa (erotica) costante, viva, senza stanchezze. La rispondenza dei corpi, la si chiami eros o amore, è misteriosa. E, come ogni valore materiale, simbolica.
Se ero certe volte restia nell'intimità, non era per pudore, ma per resistenza selvaggia, altra faccia dello scatenamento. Credo che intendesse questo quando mi scrisse "tu non sarai mai vecchia".
Considero "consolazioni": che lui sia stato vecchio soltanto un mese; e che non mi abbia vista vecchia. Avevo sempre pensato (sentivo) che non saremmo mai stati deturpati. Io magari lo sarò, ma non importa piú.

Non so se fossero quelli che si potrebbero chiamare sintomi, come si dice o si diceva, in medicina. Questi segnali sono stati pochissimi.
Un avvertimento mi venne da un'immagine. Non la pensavo di vecchiaia, ma di stanchezza.
Lo vedevo qualche volta, di spalle, seduto sull'orlo del letto, curvo ad aggiustarsi qualcosa, e mi pareva un mendicante che fruga, chino sui suoi stracci, seduto su uno scalino del marciapiede.
E' un'immagine transitoria nel tempo di una lunga vita; eppure eterna: nel senso di "per sempre". Dalla quale non si torna indietro.

Per me l'estate è paurosa, e il suo approssimarsi angoscioso. L'ho sempre sentita come separazione, lontananza. Anche la troppa luce mi opprime; come il mezzogiorno che per me è nero. In sogno mi è accaduto di pensare questa immagine dell'estate: "le funebri frange" (dei cavalli bardati a lutto?)
Eppure quell'agosto - l'ultimo - adesso lo sento come un tempo disteso, illimitato, e in qualche modo persino felice.
Una lentezza cosmica dilatò il tempo, perché il tempo era così poco.

"I discepoli dormono mentre Gesú è al Monte degli Ulivi, e poi lui li rimprovera. E io dormo mentre lui soffre". Pensato questo mille volte quando lui per l'emicrania andava su e giú tenendo la testa fra le mani, e io dormivo; non avrei voluto, ma piombavo nel sonno senza accorgermene.
A settembre, invece, ho vinto il sonno. Non dormivo; tale era, penso. la volontà di non abbandonarlo neppure per un attimo.

Dalla disattenzione alla dedizione, forse. Non dico all'abnegazione, che sarebbe troppo, come parola e come cosa. La dedizione era naturale. Era tutto quello che mi rimaneva. Se è vero che si ha quello che si può dare. Ma ero pur sempre io. E c'è stato un momento, che adesso mi appare mostruoso: un momento di impazienza. Non uno scatto, ma una decisione suggerita in piena incoscienza.
Nella mia natura di compagna non casalinga, non aveva mai avuto posto la conoscenza, non dico la cura, del vestiario maschile. In questo ero rimasta zitella. Ora lo aiutavo a vestirsi, e provavo insofferenza. Era cosí complicato: tirare su i calzoni, infilare la canottiera, la camicia... Dissi: -Non puoi usare la vestaglia?-
Non ho capito che significava: non ti vestirai mai piú. E lui accettò, perché era lui che ancora capiva e compativa me.

Non mi parlava, non mi guardava.
-Guardami, sono qui.-
- Sono io che non ci sono.-
Era coscienza - dunque presenza - della diminutio (cosí chiamavo tra me il suo approssimarsi alla fine). Era come una crescita della non-presenza. Un attenuarsi dell'esserci. Quasi un'affermazione: del "non-esserci piú". L'affermarsi infine di una estrema impotenza.
Era un'accettazione. Non proclamata, nemmeno affermata. Semplicemente detta. Anche il materialismo può essere grande. Coscienza severa, fermezza non esibita, ironia.
Il suo silenzio era anche meditazione? Non posso escluderlo; non sembra possibile che l'intensità delle sue rare laconiche frasi non fosse un vertice di lunghi pensieri.
Lui non aveva bisogno di consolazione; ma qualcosa mi tentava. Non osavo, mi pareva un'ipocrisia proporgli una preghiera. Ipocriti, sentimentali non eravamo stati nell'amore, avremmo dovuto esserlo nella morte? E poi una preghiera non occorre dirla. A lui era sempre tanto piaciuto quello che si ascolta in chiesa ai funerali : "Questo nostro fratello che si è addormentato nella speranza della resur-rezione ". Avrei voluto un suo pensiero su questo. Dissi:- Gli uomini, i popoli, le religioni hanno sempre pensato che ci si ritroverà... - Sarei stata felice se avesse detto:"Lo spero"? Ma non era possibile. Quello che disse è la chiave di tutto lui.
Disse: - Io non ho pretese.

Io non sono né stoica né devota. Consideravo il mio stato di disperazione nel senso di non speranza una buona base per la serenità. Per lui era certamente così. Ma io mi trovai a un certo momento come davanti a un baratro. Avevo bisogno di aiuto. Ho pregato infinite volte nella vita, proprio anche nel senso di dire ave marie; ma ora non potevo. Mi ricordai di Agostino: " Scendi in te stesso". E stato un attimo: mi ha salvata.
Era cosí vero, che dopo ho resistito alla tentazione di ripetere l'esperienza di quell'attimo. Potevo distruggerla, abbassarla a espediente.

Ormai è l'agonia, l'orrore. Nessuno ha rappresentato lo strazio dell'agonia come Bacon. Il Trittico. L'avevamo guardato insieme a lungo, tante volte. Il grido, il furore, la deformazione. Eppure è pietà. Non c'è pietà senza spietatezza.
Sono rimasta lí, tutta la notte, tutto il giorno dopo. Non volevo non esserci. Per me.
Pensai, riuscii a pensare che lui non era piú lí.
Nella sua lunga, lenta, ardua fine, lui era ormai situato “più in là”, nell’aria rarefatta, quasi irrespirabile, dei grandi silenzi, quella che io chiamo dei “mari estremi”.
Era troppo lunga, l'agonia. lo sono rimasta; non volevo rinunciare anche solo a un minuto di quella residua terrificante ma anche dolcissima presenza di qualcosa di lui.

Anche un sogno è un prodigio. Nasce da noi, non è " un fatto ", ed è ancor piú sconvolgente (in quanto coinvolge).
- Perché dicono che non ci sei, sei qui con me, -
gli dicevo nel sogno; e lui era davanti a me, seduto, col vestito di velluto verde a coste. Lo abbraccio, e mi sveglio. E' stato atroce.. Era una continuazione, ma illusoria.
Presto venne a trovarmi Giovanni.
- Giovanni, io sento che lui c'è, ma dove? dove sono i morti?
Risponde gravemente: - Dentro di noi.
Certo la purezza assoluta non è umana; l'amore lo è. La purezza è un nucleo, un nocciolo indistruttibile forse astratto, in quanto spirituale; mentre l'amore è sempre concreto. Nei momenti piú difficili, di scoraggiamento, mi viene da chiamare mentalmente: - Mamma!- e mi accorgo che adesso mia madre è lui.
Mi aveva detto che da giovane si augurava di morire prima di me; poi aveva capito che era meglio non lasciarmi sola.
Il privilegio di morire con lui accanto non mi era destinato.
Il termine “requiem”, che è un fecondo tema musicale, mi è famigliare dall’infanzia.
Veniva suggerito come preghiera pure per i morti di famiglia o ignoti.
Il primo “requiem”, dopo di lui, l’ho avuto nel marzo.
Pensai allora che avrei voluto chiamare “requiem” questo “compianto”, ma so che il senso sarebbe travisato.
Solo Antonio ha capito: “Io so, tu vuoi che significhi Inno”.

Avevo detto al geometra che volevo anche il mio nome sulla tomba;
mi aveva risposto che non si faceva.
Dopo alcuni mesi trovai il mio nome, a destra di quello di lui. Non il mio nome ufficiale, che mio padre aveva scelto per me, ma quello con cui sono sempre stata chiamata. Fu una grande gioia.
Però non saremo accanto. Sotto la pietra ci sono due loculi non affiancati, ma sovrapposti. Mi domandarono: - Dobbiamo metterlo sotto o sopra? - Io dissi: - Nel vagone letto lui si metteva sotto e io sopra.
Fate così.

F I N E

Il testo dello spettacolo è depositato e tutelato dalla SIAE sezione Dor.




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