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Un compleanno in Cile

La parte di popolo che subisce e ha subito in passato le maggiori sofferenze, che non possiede nulla, che è più debole, sogna, chissà perché, la libertà come una cosa semplice: qualcosa di labile, di allegro e di festoso e, nonostante tutte le sofferenze di ieri e di oggi, spera che un giorno o l'altro avrà questa libertà.
L'altra parte di popolo, sa invece che la libertà è un complicato corpo a corpo dove è sempre necessario essere più forti e dove è sempre necessario vincere.
La parte di popolo che sogna la libertà spesso muore senza averla mai vista.
L'altra parte muore ugualmente senza averla mai vista e nemmeno sognata.

Goffredo Parise

C'è dolore in giro per il Cile, ferite aperte, lacerate, profonde non rimarginate, silenzi e grida dell'animo.
Dopo tanta sconfinata natura, inondante i sensi e la vista, oggi sono approdato a Frutillar. Ho una stanza sul lago, una vista sul verde che entra nel lago Llanquique, il secondo in grandezza del Cile, sul cui sfondo si specchia immenso l'Osorno, un vulcano innevato. Delirio per gli occhi. Qui passeggiando ho conosciuto Alejandro, un pubblicitario fuggito da Santiago, che lavora a Puerto Montt. Abbiamo parlato e camminato e parlato ancora attorno ad una tazza di caffè, sul molo battuto dal vento, su un prato fiorito riscaldato dal sole, vicino al muro di un cimitero affacciato sul lago. Parlato e parlato dei suoi figli, di Oliviero Toscani, di come ascoltare il vento, del Teatro del Silenzio e di questo silenzio su cosa è accaduto qui, di un oblio che vieta di parlarne. Ero abituato alla Spagna di Franco e al bisogno di confrontarsi con chi veniva da fuori, poi, a Barcellona, ho capito il desiderio di voltar pagina, di non parlarne più, ma per fastidio, per noia giacché la spinta al cambiamento portava subito fuori, già oltre. Qui l'oltre non c'è. L'esercito è dappertutto, insistente, quasi africano. Ecco allora questo silenzio. Sfacciatamente ho chiesto di tutto ciò ad Alejandro e ho sentito che l'oblio non è dimenticare ma è l'impossibilità di dimenticare qualche cosa. E' un vuoto della mente in un pieno che non si è in alcun modo potuto assimilare. Ha detto Alejandro "mi ha fatto bene parlarne sai" e mi ha sorriso, un bel sorriso lucido. Ci siamo abbracciati quando il pullman è arrivato, più vicini e già nuovamente lontani a nord e a sud, ancora. Mi è rimasto in mente suo padre giornalista comunista, clandestino, perseguitato e poi nuovamente vivo in una società "democratica" anche se a questo punto drammaticamente orfano del modello sovietico e allora inevitabilmente castrista e filocubano; insomma fedele alla linea. Sono tornato pieno di mille pensieri all'hotel dove ho mangiato una fetta di torta che la padrona prepara, proprio come quelle di nonna Papera, un orgasmo del palato. Un vecchio mi ha sorriso, era bello, come mio nonno e gli ho sorriso. Mi ha chiesto di dov'ero e alla mia risposta mi ha detto che era stato contadino "fino a quando Allende non mi ha tolto la terra. Si sono fatti dei gravi errori, non si toglie la terra quando ci sono bravi produttori." Sono passati 24 anni, lui ne ha 81, cinquanta in più di Alejandro entrambi hanno ferite che il tempo ha lasciato aperte. "Il 21 settembre compivo otto anni, ma non si festeggia un compleanno in clandestinità. Da allora non ho più festeggiato il compleanno, da allora ogni 11 settembre non riesco a non essere triste. Ho lottato contro Pinochet, poi è arrivata la democrazia e non ho voluto essere di nessun partito, non voglio essere di nessun partito, so dentro di me che sono pronto, se serve, a lottare ancora contro qualcuno per la democrazia, ma adesso cerco la mia felicità perché mi è stata tolta quella che un bambino, che un adolescente deve avere".
Il vecchio mi dice "Los seres humanos seamos buenos, bien educados, respectuosos, cariñosos, responsables, limpios, creyentes en Dios" e di conseguenza mi torna alla mente la guida turistica del tour in Santiago che mi ha mostrato due villette della polizia dicendomi che erano state chiamate "il conservatorio". Due ville fine secolo, coloniali, come quelle tedesche che ci sono qui a Frutillar, belle, se non fosse stato che i canti che uscivano da quelle erano le urla dei torturati.
"Certo voi europei avete un po' esagerato sulla mancanza dei diritti umani, la dittatura qui ci ha portato ad un maggiore benessere e siamo tornati alla democrazia in un modo unico, senza spargimento di sangue". "Los seres humanos debimos actuar para seguir viviendo una vida sana, buena, limpia y verdaderamente maravillosa". Lunedì notte quando sono arrivato in Cile, 60 mila persone si sono riunite allo stadio di Santiago per commemorare in un gigantesco spettacolo Che Guevara. Quello stesso stadio che ci ha reso tristi tutti gli stadi del mondo. Dunque forse insieme può rinascere quella forza a cui Alejandro ha rinunciato lucidamente.
Ma per i militari la forza è ben consistente, non deve ricostruire nulla, è sufficiente prolungare. A ricordare questa banale realtà in Santiago ogni giorno un plotone sfila marciando con la banda di fronte alla Moneda. Divise e stivali tirati al meglio, passi impeccabili, rumori di sciabole e baionette e tacchi. Comandi secchi, gridati e tamburi e trombe, persino uno xilofono portato a spalla in una imbragatura. Forte e implacabile come uno sputo non perdo la smorfia sul viso di un operaio di passaggio. Un grido di schifo, morto in gola. E rivedo i giornali in Europa, la foto di Allende e la grande manifestazione del 1 maggio a Torino, sole e bandiere, ma il nostro sogno, insieme al loro, si era già spento. Vive in quello sputo, in quella rabbia, in quei 60 mila, nelle ferite di Alejandro e nella sua felicità che ascolta il vento che porta bel tempo ma qui adesso sa accettare anche le nubi, le piogge e le tempeste. Alejandro sogna l'Italia, non come un mito occidentale ma perché amerebbe venire a Genova per trovare le radici di una nonna venuta in Cile nel '38 che gli cantava, prima dell'11 settembre, quando i compleanni erano ancora possibili, ninna nanne in italiano.

ottobre 1997

Renzo Sicco


Un altro compleanno in Cile

Dall'Europa ci arriva una grande preoccupazione "In Cile la situazione adesso è molto ingarbugliata, può succedere di tutto, mi raccomando fate molta attenzione". Così ci dicevano al telefono dall'Italia. Ma tu quando sei lì puoi chiuderti in albergo o in teatro e non buttarti fuori nella mischia per capire? Metà dei cileni ha atteso da vent'anni questi giorni pensando che non sarebbero mai arrivati e adesso la storia spiazza di colpo loro e Pinochet. Tu sei qui e pensi sia possibile guardare gli avvenimenti dentro ad un televisore? No di certo! E allora ti butti in strada e parli e vedi. Cerchi un corrispondente de "La Stampa" e scopri che non c'è nessuno, e intuisci che in Italia scrivono le notizie su quello che ritengono sia necessario all'orecchio che ascolta. Noi qui sentiamo che c'è agitazione nell'aria e anche tanta, come quella che smuove un urlo quando si tocca un nervo vivo e scoperto. Ma è ben diverso dall'allarmismo. Qui qualcosa si è rotto. Si è frantumato il silenzio che regnava sovrano lasciando tutti ugualmente orfani, la sinistra di un presidente, la destra di un dittatore, figli adottivi di una presunta democrazia senza voce. Adesso pro o contro, in strada, in piazza si grida, e si parla nei caffè e negli alberghi, nei negozi e nei mercati, nelle fabbriche e nelle caserme.
Pro o contro, ognuno ha ritrovato un'identità smarrita dentro il silenzio degli anni. Ognuno ha, volente o nolente, un'identità ricomposta di colpo dai percorsi accelerati della storia.

Il 16 ottobre camminavo a Buenos Aires quando dal televisore di un bar ho sentito la notizia. L'irreale mi ha colpito, ho continuato a camminare e dentro ai miei passi mi è tornato alla mente Claudio, un giovane avvocato quarantunenne che di fronte a un lungo caffè americano solo un anno fa mi aveva detto con un bel sorriso "Noi cileni siamo opportunisti. Tutti hanno nostalgia, la sinistra di Allende, la destra di Pinochet. I militari, la dittatura non sono stati un male, li ha voluti la maggioranza del paese, il governo di Allende era un disordine incontrollato non più gestibile. Certo, subito non pensavamo alla degenerazione sul piano dei diritti civili, ma dove c'è regime infine accade. Sono stato tre volte a Cuba e sempre mi ha colpito la violenza dell'imposizione. I più non credono alla rivoluzione, ma devono subire. Qui adesso l'economia tira, ci sono investimenti, il capitale gira". E' avvocato civile, si occupa di contratti e può dirlo con certezza: ha amici ben piazzati, belle case piene di quadri e sculture, vista sulla città, giri nel jet set locale e in bar notturni riservati.
E' un liberale democratico e l'avevo lasciato pensando che la peggior menzogna è la verità leggermente deformata, e che a volte l'opportunismo abita più aree di pensiero che nella geografia di uno stretto e lungo corridoio andino chiamato Cile.

Sono entrato in un caffè a Buenos Aires e un'altra televisione rilanciava la notizia. "Pinochet in stato d'arresto a Londra". Una bomba in Sud America, l'impossibile si avvera, anche il più intoccabile dei dittatori è colpibile, non c'è più l'impunità. Senti il fremito nell'aria. Non ha vinto Coppi o il grande Torino, ma gli occhi di tutti sono incollati alle televisioni come allora. Il tam tam rimbalza, è partito, è un'onda in piena.

Sono passati pochi giorni e oggi 27 ottobre eccoci qui in strada, io e Gisella, nel centro di Santiago. La gente sfila con cartelli, c'è chi porta le foto. Ancora i volti dei torturati, dei morti, degli scomparsi, icone delle ferite che non si rimarginano, tagli nell'anima che adesso trovano un riscatto, un analgesico per il dolore dentro l'abbraccio degli altri, di nuovo insieme, finalmente privati del silenzio. Per il Cile democratico questi sono giorni veramente grandi. Non i giorni della vendetta, ma i giorni della speranza. Cile è una parola antica aymara che significa "il posto dove finisce il mondo". Qui dove finisce il mondo senti che inizia una nuova storia.
Tra chi cammina c'è chi piange per una casa saccheggiata dai militari, chi per fratelli o figli o padri assassinati, altri ancora per chi ha finito i suoi giorni nei cimiteri dell'esilio.
Santiago sino a pochi giorni fa era una città in cui si poteva udire il silenzio di chi abita in un luogo dove non vive più alcun sogno di libertà. Situata ai piedi delle Ande è divisa, in forma quasi inaccessibile da tutti gli altri paesi dell'America Latina, da questa specie di enorme muraglia. Adesso queste manifestazioni e queste grida rompono il silenzio che l'avvolgeva come un sudario che zittiva quella parte di popolo che sognò con Allende e a cui era rimasta piantata negli occhi la lama degli incendi della Moneda; queste grida rompono l'isolamento e sono più veloci dei fax e di internet e raggiungono ogni cuore palpitante di questo continente e rompono l'amnesia forzosa imposta dai tempi delle dittature. Dilagano e mescolano la felicità di questi istanti con il riemergere del ricordo vivo dell'orrore, mescolano la vergogna di una realtà non risolta alle ferite sempre aperte e sanguinanti.
Rientro in teatro dove il tecnico che ci aiuta ad installare e segue il nostro lavoro è stato per molti anni fonico per gli Inti Illimani, esule in Europa, mesi e anni trascorsi in Italia. Ha vergogna e mi dice "dovevamo attendere l'Inghilterra e la Spagna per affrontare una vicenda che è nostra interna". Gli dico che è la stessa cosa che con orgoglio nazionalista urlano la destra ed i militari denunciando l'ingerenza dei paesi stranieri. Gli dico che trovo più divertente lo striscione della manifestazione che definisce il dittatore "El paciente ingles". Mi racconta che nel 1987 l'allora Ministro del Lavoro tedesco, Norbert Blühmm, in visita in Cile si vide obbligato a salutare Pinochet. Il tiranno lo ricevette con una delle sue sortite più tipiche dicendogli: "La storia tedesca è stata molto falsificata. Nei campi di concentramento non morirono sei milioni di ebrei. Furono solamente quattro". Il Ministro si aggiustò gli occhiali e gli rispose "Una sola vittima sarebbe bastata per la condanna universale". "Capisci perché siamo convinti che fino a che il Cile non recupererà l'ultimo dei suoi desaparecidos, fino a che non si sappia come morì e chi sono stati i suoi assassini e dove sono i suoi resti, la nostra ferita resterà aperta. La nostra è la missione di uomini decorosi che questa ferita devono tenerla aperta, pulita perché è la nostra memoria storica".
Lo ascolto con quella attenzione che porta a confondere il proprio sangue con quello degli altri e capisco che chi non ha voce, quelli che per protestare per i loro cari sono accusati di non capire il modello economico, quelli che tuttavia portano le cicatrici delle torture o sentono ancora il freddo dell'esilio insinuato nelle loro ossa, questi oggi sperano e confidano nella giustizia.
Penso a quanta sofferenza gli americani hanno inflitto a questo popolo, e non potranno mai pagarla, e ricordo le dichiarazioni di Kissinger "non potevamo rischiare di finire in un sandwich comunista, tra Castro e Allende". Forte di questa protezione il generale Palacios poco dopo le 17 dell'11 settembre chiamò al telefono da campo e parlò con Pinochet "Missione compiuta, signore. La Moneda è presa. Il Presidente è morto". Allende uscì, la testa fracassata dalla raffica di mitraglia che lui stesso si era sparato, tutta l'ala presidenziale bruciava, crepitando sopra il silenzio muto della città.

Oggi i Lord britannici hanno appena finito di leggere le loro ragioni legali che tolgono l'immunità diplomatica a Pinochet. Comunque proceda l'iter di questa vicenda, la storia ha cambiato corso e la verità ha conosciuto nuove e impreviste ragioni. Difficile non rivedere sfilare davanti agli occhi mille volti e tra questo il tuo, Alejandro, e sorridere di quanto buffo possa essere il destino. Anche il dittatore, se pur gli restano pochi anni a disposizione, da questo 25 novembre, ottantatreesimo anniversario della sua nascita, non potrà più festeggiare un compleanno.
E tu dove stai brindando Alejandro?

Santiago del Cile, ottobre 1998 -Torino, novembre 1998

Renzo Sicco



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