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Il Cile a TrentaTre anni dal golpe

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Subito dopo il golpe di Pinochet le ambasciate a Santiago si riempivano di rifugiati. Tra tutte, l'ambasciata d'Italia era quella che continuava ad accogliere ondate di disperati alla ricerca di asilo politico per più tempo, fino a metà del 1975.
L'ultima ondata si verificava nell'autunno del 1974, in concomitanza con un'impennata repressiva scatenata dai militari per evitare manifestazioni di piazza nel primo anniversario del golpe.
In tale già di per sé difficile congiuntura, i militari cileni - particolarmente scontenti della presenza di rifugiati nella nostra ambasciata, che dimostrava il persistere della violenza in Cile - mandavano via l'ultimo funzionario giovane ancora in servizio nella nostra ambasciata da prima del golpe. In attesa di una soluzione definitiva alla situazione creatasi, venivo prelevato dalla mia sede di servizio, Buenos Aires, e inviato in missione per due mesi a Santiago.
Nel giro di pochi giorni, mi trovavo in una città che mostrava ancora la violenza di un dopoguerra: militari dappertutto, edifici semidistrutti, lo stesso Palazzo della Moneda con ben visibili i segni del bombardamento dell'anno prima, strade prive traffico ma con lunghissime file alle fermate di mezzi pubblici che sembravano non arrivare mai, il coprifuoco la notte, negozi praticamente vuoti e con prezzi altissimi, irraggiungibili per una popolazione immiserita che, nelle periferie, sopravviveva grazie alla "holla comun", mense popolari in cui ogni famiglia versava ciò che riusciva a racimolare quotidianamente e il risultato finale veniva distribuito fra tutti.
Ma, soprattutto, mi trovavo ad abitare nell'ambasciata d'Italia, che mi appariva simile ad un'università occupata, con dappertutto scritte inneggianti ad Allende e materassi arrotolati contro le pareti. Insieme a 250 rifugiati, in maggioranza militanti dei partiti di sinistra e sindacalisti.
Uomini e donne psicologicamente molto provati per il crollo del progetto politico cui avevano dedicato la loro vita, molti dei quali erano stati imprigionati e torturati al momento del golpe. Ma anche anziani, consorti e una quarantina di bambini.
Vivevano nella più grande tensione, sia perché il governo italiano rifiutava di concedere loro il visto di ingresso, che per la possibilità di un'irruzione dei militari cileni, appostati all'esterno di un muro di cinta alto appena due metri.
Non mancavano certo problemi e motivi di preoccupazione e conflitto, eppure tutto funzionava. I rifugiati avevano dato vita a una commissione per ognuno degli aspetti pratici della vita in ambasciata (sicurezza, pulizia, cucina, scuola, attività ricreative, ecc.), composte in maniera proporzionale alla consistenza numerica degli iscritti ai diversi partiti presenti in ambasciata. Vi era inoltre un comitato politico composto da un rappresentante per ogni partito, che si riuniva quotidianamente per discutere sia dei problemi che si verificavano all'interno dell'ambasciata, che la situazione in Cile e l'andamento dei rapporti tra il governo di Pinochet e gli altri Stati. Vi era infine un presidente. Ognuna delle cariche era elettiva.
Grazie sia alla loro abilità politica, che all'interessamento delle forze politiche italiane, i rifugiati riuscivano a partire nella primavera del 1975. Era tuttavia una vittoria amara, dato che dopo la loro partenza il muro di cinta dell'ambasciata veniva fortificato e la sorveglianza da parte dei militari cileni accentuata, in modo da scoraggiare qualunque tentativo di scavalcamento.
Per me, il breve ma intenso periodo trascorso a Santiago restava una esperienza indimenticabile, che mi permetteva di familiarizzarmi sia con le atrocità che accompagnano un colpo di Stato, che con le possibilità di intervento umanitario da parte di una diplomazia rispettosa dei diritti umani.

Enrico Calamai



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