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Il Funerale di Neruda a DEDICA FESTIVAL / marzo 2015

17 marzo, 2015 - 18:07

Quello che ci è accaduto è una di quelle straordinarie storie che caratterizzano il percorso di Assemblea Teatro.

Si tratta di una resurrezione. Infatti IL FUNERALE DI NERUDA era per noi un importante lavoro concluso al Teatro Agnelli nell’ottobre 2013, con un ultima replica alla fine dell’imponente tour in sei paesi latinoamericani realizzato dopo cinque anni sui palcoscenici del mondo. Era tanto definitivo questo finale da essere documentato e fissato nelle riprese divenute un film del testo in lingua spagnola. Le ultime repliche in italiano risalivano invece al 7/8/9 maggio 2013 con lo spettacolo presentato al Teatro Agnelli di Torino in occasione del XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino in cui il Cile era “paese ospite”.

Poi ecco giungere, un anno dopo, una telefonata dell’amico Bruno Arpaia, direttore artistico del “Dedica Festival” a Pordenone che ci informava che l’edizione 2015 sarebbe stata dedicato a Luis Sepúlveda e che pertanto si riteneva doverosa una nostra presenza. In particolar modo ci diceva che Luis avrebbe molto gradito la presentazione del nostro nuovo MAX MIX e MEX per il pubblico dei suoi lettori piccini e de IL FUNERALE DI NERUDA per quelli adulti. Impossibile pertanto contraddire Bruno e ancor più dire di no a Luis.

Ed allora, qualche telefonata per radunare il vecchio cast, qualche giorno di prova, ed eccoci nuovamente in scena con questo spettacolo che non accetta il pensionamento. Nei tempi della Fornero lo avevamo “esodato” ma la storia ne ha negato la rottamazione, regalandogli un nuovo lustro in una sala esaurita alla sola prevendita.

Che questa Pasqua sia stata una festa per Neruda e Sepúlveda sono stati gli stessi spettatori, tutti in piedi a fine spettacolo ad applaudire per quasi 7 minuti, a decretarlo. Abbiamo così ancora e nuovamente condiviso una straordinaria emozione collettiva nel bel Chiostro di San Francesco a Pordenone.

Renzo Sicco

Martedì 10 marzo si è tenuto a Pordenone nell’ambito del “Dedica Festival” uno straordinario reading “poesie senza patria” che ha visto sul palco la poetessa Carmen Yanez accompagnata dal marito Luis Sepulveda e dalla cantante Ginevra Di Marco.
I poemi di Carmen riflettono il suo modo di vedere il mondo “non un bilancio, ma alla mia età, con quello che ho visto, posso esprimere la pienezza di quello che ho vissuto. Non mi pento di niente, e quando guardo indietro, l’unico rammarico è vedere il mio Paese che non è diventato quello che avrebbe potuto. Quello per cui io e Luis e la nostra generazione abbiamo lottato“.
Carmen è una donna delicata e forte e nel vederla sul palco risulta impossibile separarla dalla sua biografia, dalle torture di Villa Grimaldi, uno dei centri più infami tra i luoghi del terrore di Pinochet.
Le sue poesie esprimono “il sentimento controverso di un amore per il Cile che non è quello che si ama “. La sua è una sofferenza calma, priva d’odio ma intrisa di una sete assoluta di giustizia. “I colpevoli dei massacri sono ancora lì, può essere il medico, l’infermiere, il taxista. Il mio paese deve fare i conti con la giustizia. Non basta cancellare il passato“.
Nei poemi si miscelano e inseguono così la memoria, i profumi, i piccoli oggetti di un quotidiano che torna ad apparire ordinario.
Ginevra Di Marco, accompagnata dai bravi Francesco Manganelli alle tastiere e Andrea Salvadori alle chitarre, ne musica alcune con un lavoro accurato, pregevole e magico. Musica e poesia che in altre occasioni offrono un risultato lezioso si integrano invece con un effetto toccante che rasenta la commozione.
Sepulveda dà alla serata la sua zampata possente evocando “i miei morti“. Straordinariamente intenso quando proprio a Carmen e alle sue compagne dedica un poema capace di condensare e raccogliere tutto il coraggio e la fierezza delle donne della sua generazione.

LE DONNE DELLA MIA GENERAZIONE
a Pelusa, Marcia e Ana

Le donne della mia generazione aprirono i loro petali ribelli
non di rose, camelie, orchidee o altre piante
da salottini tristi, da casette borghesi, da usanze stantie,
ma di ebre pellegrine al vento
perché le donne della mia generazione fiorirono per strada,
in fabbrica divennero filatrici di sogni,
e dentro il sindacato organizzarono l’amore secondo i loro saggi criteri.

“Cioè” dissero le donne della mia generazione
“a ciascuno secondo i suoi bisogno e la sua capacità di risposta.”
Come nella lotta colpo su colpo, nell’amore bacio su bacio.
E nelle aule argentina, cilene e uruguaiane
seppero quel che dovevano sapere per il sapere glorioso
delle donne della mia generazione.
Minigonne in fiore negli anni settanta,
le donne della mia generazione non nascosero neanche le ombre
delle loro gambe che furono di Tania
erotizzando col più grande calibro
la dura strada dell’appuntamento con la morte,
perché le donne della mia generazione
bevvero di gusto il vino dei vivi,
accorsero a ogni chiamata,
tennero acceso il fuoco
e furono dignità nella sconfitta.

Nelle caserme le chiamarono puttane senza offenderle
perché venivano da un bosco di sinonimi allegri:
minas, grelas, parcantas, cabritas, minones, gurisas,
garotas, jevas, zipotas, viejas, chavalas, señoritas,
finché loro stesse non scrissero la parola Compagna
su ogni schiena e sui muri di ogni albergo,
perché le donne della mia generazione
col fuoco eterno delle loro unghie
ci marchiarono addosso la verità universale dei loro diritti.

Conobbero il carcere e i pestaggi.
Vissero in mille patrie e in nessuna.
Piansero i loro morti e i miei come fossero i loro.
Dettero calore al freddo, categoria al tempo e desideri alla stanchezza.
All’acqua dettero sapore e conservarono il fuoco della loro invincibile memoria.

Le donne della mia generazione partorirono figli eterni,
li allattarono cantando Summertime,
fumarono marijuana nel riposo,
ballarono il meglio del vino e bevvero le musiche più pure,
perché le donne della mia generazione
ci insegnarono che la vita non si offre a sorsi,
compagni,
ma tutta d’un colpo e fino in fondo alle sue conseguenza.

Furono studentesse, minatrici, sindacaliste, operaie,
artigiane, attrici, guerrigliere, persino madri e compagne
nei momenti liberi dalla Resistenza.
Perché le donne della mia generazione
Rispettarono solo il limite dell’orizzonte
E mai e poi mai una frontiera.
Internazionaliste dell’affetto, brigatiste dell’amore,
miliziane della carezza, commissarie del dire ti amo,
fra una battaglie e l’altra
le donne della mia generazione dettero tutto
e dissero che era appena sufficiente.

Le dichiararono vedove a Córdoba e a Tlatelolco.
Le vestirono di nero a Puerto Montt e a San Paolo.
E a Santiago, Buenos Aires e Montevideo
furono le uniche stelle della lunga notte clandestina.
I loro capelli bianchi non sono capelli bianchi
ma un modo d‘essere per il daffare che le aspetta.
Le rughe che spuntano sui loro visi
dicono: ho riso e pianto e tornerei a farlo.
Le donne della mia generazione
hanno preso qualche chilo di ragioni che non se ne vanno,
si muovono un po’ più lente, stanche di aspettarci alla meta,
scrivono messaggi che incendiano la memoria,
ricordano aromi proscritti e poi li cantano.

Ogni giorno inventano parole e con quelle ci spingono.
Nominano le cose e ci arredano il mondo.
Scrivono verità sulla sabbia e le offrono al mare.
Ci convocano e ci danno alla luce sulla tavola apparecchiata.
Dicono pane, lavoro, giustizia, libertà,
e la prudenza dell’uomo si trasforma in vergogna.
Le donne della mia generazione sono come barricate:
riparano e incoraggiano, danno fiducia e addolciscono il filo dell’ira.
Le donne della mia generazione sono come un pugno chiuso
che protegge con violenza la tenerezza del mondo.
Le donne della mia generazione non gridano
perché hanno sconfitto il silenzio.

Se qualcosa ci segna, sono loro.
L’identità del secolo sono loro.
Loro, la fede restituita, il coraggio nascosto di un volantino,
il bacio segreto, il ritorno a tutti i diritti,
un tango nella serena solitudine di un aeroporto,
una poesia di Gelman scritta su un tovagliolo,
Benedetti condiviso nel pianeta di un ombrello,
i nomi degli amici conservati con spighe di lavanda,
le lettere per cui baci il postino,
le mani che sorreggono il ritratto dei miei morti,
i semplici elementi dei giorni che sgomentano il tiranno,
la complessa architettura dei sogni dei tuoi nipoti,
sono tutto e sostengono tutto,
perché tutto arriva coi loro passi e ci raggiunge e ci sorprende.

Non c’è solitudine dove guardano loro
né oblio finché cantano.
Intellettuali dell’istinto della ragione.
Prova di forza per il forte e vitamina per il debole.
Ecco come sono, le uniche, irripetibili, indispensabili,
sofferte, picchiate, negate, invitte
Donne, Donne, Donne
Donne della mia generazione.

LUIS SEPÚLVEDA
(Gijón, Asturie, 1999)

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