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IL FUNERALE DI NERUDA

12 marzo, 2015 - 21:00 Ex Convento di San francesco - Pordenone

garofani rossi per Pablo

testo scritto da Renzo Sicco e Luis Sepúlveda

realizzato da Giovanni Boni, Roberta Fornier, Silvia Nati, Marco Pejrolo, Sonia Belforte
musica Stomu Yamastha, Inti-Illimani, Victor Jara, Sigur Ros, Violeta Parra
direttore Renzo Sicco

L’ambulanza portò Pablo Neruda a Santiago. Lungo la strada furono frequenti i posti di blocco e i controlli dei militari. Il 23 settembre 1973 il Poeta morì nella Clinica Santa Maria.
Mentre agonizzava, la sua casa nella capitale ai piedi del monte San Cristobal fu saccheggiata, le finestre furono infrante mentre l’acqua del canale deviata provocò un allagamento.
Lo vegliarono tra il fango e le macerie.
Renzo Sicco

Sicuramente non è consueto che l’allestimento di un’opera avvenga nel luogo in cui sono realmente avvenuti quei fatti. Per questo motivo, sin dall’arrivo alla Chascona del regista, degli attori e dei tecnici per conoscere il luogo dei fatti, che sarebbe stato lo stesso della rappresentazione, quel lunedì 8 dicembre una strana sensazione pervase l’ambiente. Improvvisamente da una porta apparve Matilde, sorridente e disinvolta e, seduto sotto la pergola, Pablo Neruda, pensoso, tranquillo, mentre fumava. Per un momento realtà e finzione si amalgamarono dando origine ad un altro fenomeno strano, complesso, incerto, importante. Fra la casa e la strada si spostavano gli attori, si allestivano gli spazi, si installava il feretro, si studiavano le strategie della rappresentazione in quello scenario inventato. La luce ed il suono cominciavano ad essere adeguati e noi, pochi testimoni dei preparativi, avevamo la sensazione che la cerimonia fosse già incominciata da molte ore.
Cominciò poi a giungere il pubblico, il sole andò tramontando ed un silenzio molto cauto si impadronì di ogni cosa.
Risulta difficile spiegare la sensazione che la rappresentazione riuscì a generare grazie a quel racconto austero, misurato, carico della realtà dei fatti, senza alcuna necessità di ricorrere a clamori o movimenti esagerati.
Il silenzio iniziale si trasformò in mutismo emozionato.
La fine del poeta, il corpo abbandonato in un corridoio freddo, quasi nascosto, quasi clandestino, in grado di generare con la sua sepoltura la prima manifestazione contro la barbarie, una breve parentesi affinché la gente facesse sentire la propria voce.
I fatti sembravano spogliarsi dell’effetto della denuncia per assurgere solennemente al livello dell’epopea, della tragedia, paragonabili a tante scene di abbandono e di morte, impotenza ed inutilità che si sono succedute nella storia dell’uomo, quando al di là di ogni condizione, posizione, rango o fama, il destino si ostina a voler sottolineare la fragilità di ogni essere umano.
Questo è il notevole valore della rappresentazione: ricapitolare i fatti, collocarli dentro la storia, renderli noti a chi non li conosce ed avvolgere con un’incontrollabile emozione coloro i quali in quegli anni bui erano ancora molto vivi.
In questo modo si divideva il pubblico: chi imparava e chi ricordava, nell’unanimità di sentimenti che affioravano da quella riparazione, dal recupero di quell’istante di storia.
Indimenticabile.

Fernando Sáez
Direttore Esecutivo della Fundación Pablo Neruda

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