a cura di Renzo Sicco, Andrea Castellini e Alberto Dellacroce
 The Live Anthology - Tom Petty
Allora lo dico subito per quelli impazienti, o per quelli che devono spegnere il computer perché hanno da fare o da andare, o per coloro che, non riuscendo ad incantare con la mia prosa ridondante, non arriverebbero mai e poi mai alla fine dell’articolo: “The Live Anthology” di Tom Petty and The Heartbreakers è un capolavoro assoluto. Di quelli che speri gli altri non conoscano ancora per essere il primo a consigliarglielo. Di quelli, che metti via l’Ipod perché della playlist, per un po’, ne puoi anche fare a meno. Sì, vi confesso che non capita tutti i giorni d’imbattersi in un’opera di questo livello. Se proprio proprio volete un paragone potrei tirare fuori la Live Anthology 1975-1985 di Springsteen & The E Sreet Band (simile anche nella costruzione antologica) e, sapendo il valore che dò a questi ragazzi, il discorso prende una piega vicina al plauso assoluto.
La costruzione dell’opera non segue nessuna strada filologica-cronologica, sappiamo solo trattarsi di concerti che vanno dal 1980 al 2007. L’ordine dei pezzi è pensato quindi come se si trattasse di una setlist ideale di un concerto durato ventisette anni... (Sarà folle ma l’idea di un neverending concert non mi dispiace per niente, basta però che lo faccia solo e solamente una ristrettissima cerchia di artisti di mia imprescindibile scelta...)
I pezzi sono tantissimi e vanno, ovviamente, dalle pietre miliari della band fino a cover strepitose di brani che proprio non ti aspetteresti tipo Goldfinger, Good, Good Lovin’, pezzo esagerato di James Bown, Oh Well, incanto dei Fleetwood Mac. Ho volutamente sbagliato parlando di band e non solo di Tom Petty perché uno dei pregi massimi dell’Anthology è quello di ridarci un suono prodotto da un gruppo, da una summa di musicisti alcuni dei quali sono anche cambiati nel corso degli anni, un rock’n roll prodotto da un insieme e non solo da un singolo. Certo il capo c’è, su questo nessun dubbio ma il prodotto finale è il risultato di un’alchimia tra più elementi. E che piacere sentire musica che non è solo l’espressione di un uno, fors’anche geniale, ma la gioia di più musicisti che ritengono quel momento, quella nota, quel palcoscenico, quel pubblico un attimo ineguagliabile di passione e d’irripetibile energia. Per la precisione, ne esistono due edizioni: una da quattro cd ad un prezzo simil-popolare e una deluxe con cinque cd, due dvd, un blu-ray, un lp e gadget vari ad un prezzo robusto. Fate voi, decidete quali delle due volete ma vi prego: non uscite dal negozio a mani vuote.
Domanda: secondo voi cosa sto ascoltando in questo momento? ...
Riccardo Rodolfi
BETWEEN WAVES - DANIEL FONSECA
Sicuramente non viene facilissimo parlare di alcuni fenomeni musicali volutamente tangenziali e rigorosamente di nicchia in un momento dove tutti pensano alla musica solamente come a un’entità in crisi, sia di vendita che creativa. Ma a guardar bene, non sono poi proprio questi piccoli prodotti elitari che con un passa parola preciso da parte di noi ascoltatori diventano i cavalli da tiro dell’intera industria discografica?
Ed è di uno di questi artisti che vi voglio parlare: David Fonseca.
Portoghese di nascita, ma sicuramente anglosassone di ispirazione musicale, è arrivato al suo quarto album solista, prima aveva un gruppo chiamato Silence 4, dopo un disco davvero strepitoso, Dreams in Colour, che lo aveva rivelato al di fuori del suo paese facendolo conoscere anche dalle nostre parti.
Fonseca nasce come fotografo di moda, andatevi a vedere gli scatti, soprattutto autoritratti, che ha messo nella sua pagina www.davidfonseca.com, ma la cosa che colpisce di più è sicuramente la sua voce. Non amo il gioco delle somiglianze ma devo dire che la prima volta che l’ho sentito ho pensato subito: “E’ tornato Brian Ferry. E’ in forma smagliante. Grazie a Dio perché ne avevo proprio bisogno”. Tutto giusto tranne il fatto che non era Brian Ferry ma David Fonseca. E non solo la voce ma anche le sonorità del disco mi risultavano gradevolmente amichevoli e conosciute in gioventù.
Quindi via ad informarsi su chi fosse questo musicista portoghese che usa un vellutato inglese come lingua cantata e via a fare proselitismo tra quelli che ancor non cambiano lato della strada quando m’incrociano. Ma soprattutto cominciava l’attesa per l’uscita del nuovo disco arrivato alla fine dell’anno appena trascorso. Between Waves: 11 tracce che riconfermano questo musicista esattamente nella stessa posizione di Dream in Colour.
Un pop di gran classe rivolto, a volte, verso ritmiche latine dove però svetta su tutto una voce indubbiamente straordinaria. Il risultato è un disco del mondo contemporaneo dove le frontiere non sono poi così nette e i suoni si mischiano tra novità e tradizione. Dove, tanto per dire, un riff alla “My Sharona” lascia il posto a due passi di fado passando per una sonorità Roxy Music.
Curiosa e riuscita operazione che non vuole chiudersi in nessun recinto di genere. Divertente e divertito. Un disco che, oltre ad andare in rotazione continua, potrebbe servire a un padre furbo per insegnare a un figlio, anche quello preferibilmente sveglio, la storia del pop così come dovrebbe essere: totale, divertente, piena di riferimenti che potrebbe essere affascinante, ma non obbligatorio, riconoscere. Sembra inoltre che Fonseca sia un grande performer dal vivo: appena passerà da queste parti sarà mia premura confermarvelo...
Riccardo Rodolfi
Joe Jackson
Nell’estate del 1967 i Lovin’Spoonful, un gruppo che rappresentava, insieme ai Byrds, la risposta americana al trionfo dei Beatles, lanciò “Summer in the city”, una canzone che divenne il tormentone dell’estate e un successo internazionale riproposto nel tempo da tantissimi altri artisti. Tra questi l’inglese Joe Jackson che nel 2000 ne ha addirittura intitolato il suo album live aprendolo proprio con una raggiante versione di questo brano.
La dirompente vitalità di questo cd, dopo anni dedicati al jazz, al sinfonico e alle colonne sonore dei film, ha accompagnato molti nostri viaggi estivi in furgone tra una tappa e l’altra dei tour. Forse anche per questo nei giorni di maggiore tranquillità natalizia, nella possibilità di sfogliare tra i vecchi cd, sono caduto nel riascolto di due piccole perle.
Joe Jackson è un artista straordinario, molto acclamato dalla critica tra il 1979 e il 2001 ed insieme a Elvis Costello e Graham Parker ha rappresentato un trio di artisti britannici capaci di contrastare la scena punk di quegli anni, riuscendo a riproporre il sound della new wave fin negli Stati Uniti.
Nell’82 con un album tributo allo stile di Cole Porter “Night and Day” ha firmato la prima delle due perle che vi invito a riascoltare. Ci trovate “Steppin out”, uno dei suoi maggiori successi, ma sono le tracce di “Real men” e soprattutto di “A sloow song” a comporre il capolavoro di un disco perfetto senza cadute. Passano 18 anni per arrivare nel 2009 a “Night and Day II” e non si tratta assolutamente di carta carbone. Ascoltare l’incredibile voce di Marianne Faithfull in “Love Got Lost”, per credere.
Se volete nell’intera collana inclusa tra “Look Sharp!” del 1979 e il recente “Rain” del 2008 avete a disposizione altre 21 occasioni (tanto è stata ricca la produzione del nostro Joe). Ma al momento, ve lo assicuro, basta riprendere in mano questi due cd. Buon ascolto.
Renzo Sicco
THE PURSUIT - Jaime Cullum
È recentemente uscito "The Pursuit" il nuovo cd di Jaime Cullum.
Una copertina dove appare un pianoforte a coda devastato da un’esplosione e' la nuova provocazione lanciata ai jazzisti doc da quest’eccentrico musicista.
Il reportage di un concerto visto al festival jazz di montreal in canada, nell'estate del 2005, risulta ancora pienamente pertinente a descrivere la ricchezza e qualita' di questo disco uno dei migliori dell'anno appena terminato.
È ritenuto a ragione il giovane prodigio e l'enfant terrible del nuovo jazz internazionale ma Jamie Cullum è sicuramente molto di più. Il suo show è uno degli spettacoli più travolgenti a cui uno spettatore possa partecipare. Da quando appare sul palco del Theatre Maissonneuve di Montreal, in occasione del ventisettesimo festival del jazz, in jeans tagliati e sdruciti, camicia bianca, cravatta nera e giacchetta con inserti in pelle, bottiglia di birra alla mano e alla bocca a quando esce di scena con la t-shirt dai colori fluorescenti madida dopo oltre due ore di interrotto fluire della musica è davvero energia pura. L'energia è la prima cosa a colpirti perché la sua forza sulla scena è comparabile solo a grandi rockstar quali Mick Jagger o Tina Turner, gente che ha fatto della presenza fisica un marchio di fabbrica. Cullum non ha la stessa prestanza fisica, è bassino, minuto e tutto pare avere meno il phisique du role di un sex-symbol, eppure lo è. Sul Palco in breve tempo piovono mutandine e reggiseni tirati dalle ragazze del pubblico e le urla in risposta ai pochi ammiccamenti concessi sono assordanti. Lui suona il piano quasi sempre in piedi e ci butta sopra le dita come un centauro agguanta l'acceleratore di una moto di enorme cilindrata. Improvvisamente tra lo sconcerto dei jazzisti doc salta in piedi sul lungo pianoforte a coda e inizia a suonarlo con le sue immense scarpe da ginnastica. Il suo corpo è tutto suono dalle dita ai capelli che volteggiano nell'aria alle gambe che ininterrottamente battono il tempo, ma sono suono anche il tronco e le natiche da rimanere ipnotizzati. La voce, usata a tratti come un puro strumento è capace di emettere ogni sorta di suono o di ritmo e anticipa o rincorre il pianoforte, motore e anima di una band superlativa. Poi a sorpresa Cullum trasforma il piano in una percussione e con le sole mani scandaglia a ritmo travolgente ogni possibilità timbrica del legno poi esplode, salta, schizza sulla scena e tutto il gruppo è trascinato dentro al flusso ritmico. Il pubblico è totalmente in piedi, impossibile restare seduti, Cullum lasciato il piano è al centro della scena e percuote un grande tamburo, poi suona la chitarra acustica e il piano elettrico per passare infine anche alla tromba. Nella sua musica convivono Keith Jarrett e Michael Jackson, Elton John e Jimi Hendrix. La sua irruenza intelligente e sempre ironica è contagiosa e cancella totalmente il contenitore del bellissimo teatro. Non esiste più palco non esiste platea e infatti Cullum scende in sala accompagnato dal solo contrabbassista e senza microfono a voce naturale canta come un qualsiasi musicista da metropolitana camminando tra il pubblico sulle poltrone. Tutti sono in silenzio e trattengono il fiato elettrizzati dalla potenza magnetica di questo ragazzo che dimostra come la musica sia viva, come l'arte possa essere viva. La sala esplode in applausi travolgenti che rendono l'energia, la dolcezza, la classe e l'irruenza che questo grande musicista ha saputo regalare, spargendo tra i brani conosciuti qualche perla inedita, calda come onde di vento. Poi nella notte profonda ogni vento si spegne. All’uscita del teatro il selciato è bagnato, nel cielo di Montreal gli ultimi lampi e i tuoni di un fragoroso temporale estivo. Nell’animo la stessa fresca sensazione. Qualcosa che scuote.
Renzo Sicco
ESTREMO OCCIDENTE - VITTORIO NOCENZI
9 composizioni per pianoforte
C’è stato un tempo in cui l'uscita di un disco nuovo di un artista amato aveva i contorni dell'attesa col contare i giorni fino alla corsa al negozio di fiducia a recuperare l'album (così chiamavamo i vecchi 33 giri). Poi ci si chiudeva in camera e dalla prima all'ultima nota nessuno poteva disturbare. Seduti a terra o sdraiati sul letto ci si cibava come api sui fiori. L’ascolto attento, disponibile e silenzioso non era solo sacrale, era un atto di amicizia e di pieno rispetto del lavoro che ci giungeva. Era il nostro premio primo all'autore e agli interpreti.
Un disco di Vittorio Nocenzi merita per me un recupero di quel fare perchè so, conoscendolo, che la sua dedizione alla musica e all’ascoltatore nasce da quello stesso rispetto. Così stacco il cellulare, faccio vuoto e silenzio e lascio che le sue mani inizino a scorrere sulla tastiera, e il premio arriva perchè i brani mi trasportano.
Infatti non basta dire che Nocenzi è bravo perchè viene da una formazione classica che si è fusa in anni di esperienza rock o altre meraviglie.
E’ che Vittorio appartiene, come Ennio Morricone, a quella specie di compositori che regalano fantasia. Ascoltare la sua musica è mettere in moto il lato creativo della mente che permette di vedere immagini, costruire ponti, saltare montagne e percorrere luoghi. Nei suoi suoni non c’è solo la bellezza del tocco ma c’è l'intelligenza del vivere, c’è aria, respiro orizzonte, c’è "sereno", "lago" e "straripamento" perchè l'ape che ascolta possa mettersi ancora "in volo" e "seguire" con dedizione e piacere sino allo spegnersi del suono sull'ultimo tasto.
Se avete difficoltà a reperirlo, non dubitate ad ordinarlo da un negoziante di fiducia. Sarà un ottimo regalo di Natale che Vi potrete fare.
Mica sempre i regali bisogna farli agli altri! Alcune volte vale la pena regalarsi un viaggio anche da soli… nell’ “Estremo Occidente”.
Renzo Sicco
Greatest Hits - Bruce Springsteen
Live e disco!
Ritrovarsi in estate al Comunale di Torino per ascoltare il passaggio italiano della Estreet band di Bruce Springsteen. Un concerto, la passione e l’energia che ti entrano nelle ossa sono qualcosa di chimico che va oltre l’ascolto di una registrazione.
Da quest’estate ascolto qua e là Bruce Springsteen, lo faccio ogni volta ripensandolo sul palco, a sessant’anni, a non mollare per tre ore tenendo sempre vivo un accordo e correndo a destra e a manca perché la musica è movimento!
Consiglio quindi, per i momenti di tranquillo “revival”, questo disco ed invito ad ascoltare la musica dal vivo che spesso è costosa ma vale tanto quanto scalda.
Alberto Dellacroce
The Resistance - MUSE
I MUSE, la band inglese che da anni stupisce per il suo eclettismo e per l’abilità dei suoi componenti, in settembre ha dato alle stampe il suo nuovo disco “THE RESISTENCE”, un mix di rock – suonato sempre al massimo – e brani sinfonici, con una dedica particolare ai mitici Queen.
In Italia, pur avendo oramai un forte riscontro sin dal 2003, anno del loro “grande salto”, il giudizio della critica spesso li ha relegati in media alle “tre stellette”, un sorriso appena accennato, condito da commenti stravaganti: “I muse” si stancherebbero dopo solamente un minuto di suonare lo stesso pezzo per cambiare e innovarsi continuamente. Un inutile sfoggio di bravura che non interessa gran che.
A dire il vero anche un non intenditore come me resta un po’ perplesso. Il fatto che ci siano tre ragazzi su un palco che suonano “per otto” e che hanno il coraggio e la voglia di cambiare continuamente percorso affrontando le più diverse e affascinanti strade (anche se a volte “sbagliate”) è un motivo in più per ascoltarli e provare a conoscerli. Forse il dramma di questi tempi sta proprio lì, nel concetto statico di innovazione espresso da chi giudica e decide quante stellette toccano a ognuno. L’innovazione ha mille volti, bisogna avere la voglia di prenderne atto, se no si rischia di cadere (in musica come in teatro) nella solita élite di innovatori amati dalla critica che restano tali per lustri, a volte decenni, e l’avanguardia, quando scoperta, è già passata.
Alberto Dellacroce
Sounds of the Universe - Depeche Mode
Ho visionato recentemente il dvd del concerto di Milano dell’ultimo tour dei Depeche Mode ed ho capito che, chi per motivi generazionali non ha avuto occasione di vedere dal vivo Mick Jagger o Freddy Mercury, meno male ha avuto Dave Gahan.
E’ un performer di classe con voce, corpo e carisma.
Strano per un gruppo elettronico dove ciò che apparentemente conta è la freddezza sintetica dei suoni.
Ed in effetti nel nuovo cd Sounds of the Universe, questi ci sono tutti fin dalle prime note di sintetizzatore.
Come nello scorrere della migliore antologia si ritrova l’estetica di trent’anni di carriera, eppure i brani sono tutti inediti e ricchi di forza.
Ci cogli l’eco di Personal Jesus o di Enjoy the silence. Ma ci trovi anche nuova potenza da esibire nel prossimo tour live nell’elettrica Miles away/the truth is o nella morbida, quasi ruffiana, Jezebel.
Un cd comunque compatto, di grande maturità, poco indulgente al commerciale se non nell’ipnotico, allucinato e riuscito singolo Wrong e nella “più depeche di così si muore” Peace.
Renzo Sicco
Alcuni consigli contro la crisi
Ci sono alcune canzoni che se siete un po' giù di tono, se non vi mettono proprio di buon umore, ottengono almeno l'effetto di farvi ritrovare di umore migliore.
Per quelli che hanno la memoria lunga va sempre bene SOLSBURY HILL, dal primo album solista di Peter Gabriel, ma lo trovate anche in tutti i suoi live o nelle raccolte.
Se pero' siamo troppo in la nel tempo, recentemente è uscito l'ultimo cd dei Keane, che solitamente sono molto malinconici ma,
siccome siamo in tempi di totale incertezza, ci spiazzano. Così, se ascoltate e riascoltate ripetutamente la traccia uno, SPIRALLING, potete trovarvi in camera da soli a saltarecarichi di buon umore.
Se in genere siete degli allegroni anche un po' discotecari il portoghese David Fonseca non canta fado ma, col suo album Dreams in Colour, vi regala a scela o 4TH CHANGE oppure SUPERSTAR III con un fischiettato che lo potete intonare anche in tram.
Se siete più ricercati non c'è problema: mettete nel lettore l'ultimo dei Verve, Forth e con LOVE IS NOISE a manetta il divertimento è assicurato.
Se invece volete restare in tema, con un pezzo che anche nel testo presenta un excursus dei tempi passati, considerandoli indubbiamente migliori di quelli odierni, cantando con uno scanzonato "ci sei o ci fai?" il vuoto delle generazioni contemporanee, affidatevi agli statunitensi The Killer: il loro HUMAN è assolutamente infettivo di allegria.
L'aria di crisi con cui ci soffocano almeno per una manciata di minuti è allontanata.
Ovvio BUON ASCOLTO
e magari a volume così pieno da rallegrare anche i vicini (ovviamente consenzienti).
Renzo Sicco
 CANZONI DA SPIAGGIA DETURPATA Le luci della centrale elettrica
"Pensieri, parole e chitarre abbastanza scordate...",
ovvero Vasco Brondi,
ovvero Le luci della centrale elettrica.
Ha 24 anni, arriva dalla Provincia emiliana, sostiene di non essere cantautore bensì singerwriter (differenza alla quale tiene così tanto da essersi dato un nome da “gruppo”, Le luci della centrale elettrica). Canta parole dure, morde i pensieri e li caccia fuori urlando, parole che a volte sembrano quasi stridere, facendoci però ricredere con un secondo ascolto che svela vere e proprie costruzioni elaborate. Insomma, non facile questo “cantautore”, attaccato ad un mondo di denuncia, probabilmente di nicchia, racconta storie di amici, cose rubate nelle periferie o fra le pagine di libri letti, cose vissute. Accanto semplicemente una chitarra spesso nervosa e dura. Protagonisti: ragazzi un po’ disperati, drogati di società e mondo moderno, che provano a chiudere la testa e a gridare i loro pensieri. Difficile quindi anche da classificare, un “piccolo” cantautore-punk-rock che scrive canzoni minimali e nervosamente musicate di vita quotidiana, con una voce grave e rauca. Di lui si scrive che sia un “caso”, sicuramente una stimolante sorpresa che quest’anno ha vinto il premio Club Tenco per la migliore opera prima. Resta ai margini, canta in spazi alternativi e merita davvero, se non altro, di essere ascoltato. Va inserito tra quelli che ci provano e ci riescono, paradossalmente, nell’anno di Giusy Ferrero, senza bisogno di casting e valutazioni vip.
Anche i titoli restano di nicchia e socialmente divertenti: "La gigantesca scritta Coop", "Sere feriali" , "Perché non ci siamo mai rincorsi come nei film melodrammatici di merda?", "La lotta armata al bar", "E cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?", "Faremo dei rave sull'Enterprise, farò rifare l'asfalto quando ritornerai", "Siamo l'esercito del Sert"….
La copertina del disco è disegnata da Gianni “Gipi” Pacinotti, fumettista molto apprezzato che attraverso il disegno racconta atmosfere non troppo distanti da quelle che si trovano in canzoni da spiaggia deturpata.
voce: Le luci della centrale elettrica.
chitarra: Giorgio Canali
Alberto Dellacroce
 Peter Murphy - Concerto a Porto
Il concerto si apre con un fascio stretto di luce bianca puntato sul
microfono centrale e nel silenzio che si crea nella grande sala de Teatro
Coliseu di Porto, Peter Murphy vestito in completo nero, camicia bianca e
sciarpa azzurra da tenebroso dandy, avanza e inizia a cantare l'intero primo
brano a cappella. Solo la sua voce potente, scura, profonda, tagliente, poi
nel buio scompare.
E' gia' brivido! Ed e' una dichiarazione d'intenti : questo concerto sara'
questa voce!
Ed e' cosi' perche' immediato esplode il suono energetico della band, un
trio, chitarra- basso -batteria di bravissimi giovani ma poco importa
perche' dall'inizio alla fine delle due ore sara' lui, Peter Murphy, a
catalizzare l'attenzione.
Lui viene da un gruppo chiamato Bauhaus, icona del movimento dark punk, e
ben ricorda l'importanza delle arti, tanto da muoversi incessantemente,
miscelando danza, atteggiamenti plastici e massima teatralità. La voce si
inerpica, supera le vibrazioni profonde del basso o le zampate veloci e
ritmiche della chitarra elettrica. E' primadonna ed impera. Poi da quella
manciata di album solisti prodotti in vent'anni sceglie anche alcune intense
ballate acustiche. Imbraccia la chitarra a 12 corde e, con una splendida
"Strange Kind of Love", non molla. La voce continua a scavare incatenando
le centinaia di spettatori che riempono il parterre e le gradinate del
grande teatro di Porto. E' il suo terzo concerto in 19 mesi in questa
citta', lo ricorda ed e' amore ricambiato.
Centinaia di concerti in Nord America in questi ultimi otto anni ma solo
cinque in Europa , quattro in Portogallo, e di questi, tre a Porto ed uno in
Polonia. Il pubblico lo ama e lui si fa amare. Piu' volte scende tra gli
spettatori delle prime file canta con loro e alla fine strappa cinque bis,
l'ultimo con la sala gia' completamente illuminata.
Lui, ex dandy gotico, sorride e anche se leggermente imbolsito e con meno
capelli si slaccia la camicia e si concede.
Il Tour, in attesa dell'annuciata uscita del nuovo album solista appena
terminato si chiama "Retrospective" e pertanto attinge dall'ampia carriera.
Si va dai brani storici come "She's in the party", quanto a quelli
dell'inatteso e recentemente pubblicato album "Go Away White" dei riuniti
Bauhaus. Ma il fuoco si scalda con "Cuts You Up", con "I'll Fall With Your
Knife" o con una versione esplosiva di "Roll Call" dove chiudendo gli occhi,
non appaia sacrilego, si puo' anche pensare di essere caduti in uno dei
migliori concerti di David Bowie.
Renzo Sicco
THE COSMOS ROCKS - Queen
Non ricordo un album dei Queen che abbia ottenuto alla sua uscita un osanna della critica. I Queen erano sempre barocchi, eccentrici, ridondanti, caciaroni, eccessivi.
Poi Freddy Mercury è morto e dunque col mito anche il revisionismo critico ha fatto il suo corso: voce inimitabile (ma non lo era anche prima?), sregolatezza e genio, (e questo di certo accadeva anche e soprattutto in vita), bestia di scena (e quindi perdita irreparabile).
Irreparabile sì, per tutti i fans che nel mondo lo hanno amato e per i suoi compagni di viaggio, appunto i Queen.
Ora esce un nuovo album The Cosmos Rocks e la rete è stata ben tesa per soffocarlo un’altra volta sul nascere. Tutti pronti in coro a scrivere che Freddy era troppo meraviglioso e unico per sostituirlo. E’ vero, Freddy era unico ed era meraviglioso, ma dovevate dirglielo e scriverlo da vivo, come l’abbiamo urlato noi con convinzione a tutti i suoi concerti.
Ora Freddy manca da quasi vent’anni e ci continuerà a mancare, ma chi vive continua a vivere e a credere nel suo lavoro, ha macerato dolore, ha vissuto esperienze e ha trovato nuove collaborazioni e proposte.
Giudichiamo dunque il lavoro per quello che è, senza confronti sterili e inutili giacché inevitabilmente a favore del mito e di quello che fu!
Il presente è presente. Allora se ti piace il buon rock di cd così adesso ne escono davvero pochi. E’ suonato bene, intenso e potente. E’ cantato bene, intenso e potente. Mettilo nel lettore e non ne avrai dubbi, ne valeva comunque la pena. Per i rimpianti, senza problemi possiamo riascoltare l’intera discografia dei Queen ma al presente vai alla traccia 12 e ascolta “Say it’s not true”. E’ sufficiente per capire la raggiunta integrazione del marchio Queen + Paul Rodgers, buon vecchio rock dei campioni.
Renzo Sicco
DISPERANZA - Edoardo Cerea
C’è stata ancora un volta una brutta edizione del Festival di San Remo a dirci quanto la canzone in Italia sia banale, in crisi, ma soprattutto… brutta!
Bene. Basta mettere nel lettore il nuovo CD di Edoardo Cerea per accorgersi del contrario.
Canzone d’autore con una grinta da rocchettaro di classe che morde nei grandi o piccoli temi della quotidianità di un paese chiamato Italia.
Disperanza, brano che apre e dà il titolo all’album è un inno per un Paese che ha molti motivi per disperare ma giovani in abbondanza per credere che la speranza sia ben più di una possibilità.
Vento d’Africa, mescola mediterraneo fin dentro le nostre fredde città.
La mia impronta, Certe cose di me, danno spazio all’intimità ma è Vivo che produce addirittura gioia e nei suoi due minuti e trentanove è appena sufficiente a far vibrare lo scatto positivo che scatena.
È dunque obbligatorio mettere il repeat perché la scossa energetica entri in circolo.
Il CD scorre e come canta Cerea “niente d’eccezionale” ma finalmente, e questo ci pare eccezionale, è buona musica!
Ci senti echi di De Gregori così come di Ligabue e un pò d’America di Bruce Springsteen.
I suoni sono belli e i musicisti spingono i brani sotto la calda vocalità di Edoardo.
L’Italia può stare tranquilla, non ci sono solo la Tatangelo, Giò Di Tonno e Lola Ponce.
Resta però una domanda.
Quando invece di parlare inutilmente di loro, si potranno ascoltare alla radio o alla televisione Edoardo Cerea e i tanti bravi come lui che lavorano nell’ombra?
Renzo Sicco
YOUSSOU N'DOUR - Rokku mi rokka
E’ uscito un nuovo CD di Youssou n’Dour e quasi contemporaneamente la rivista Rockstar ha pubblicato una recensione di un concerto dell’artista senegalese che ho scritto a Dakar nel Natale 1999. Mi sembra il modo migliore per presentare l’ultimo lavoro, un album molto africano, e insieme tutta la discografia di questo straordinario artista.
Renzo Sicco
Il regalo di Natale di Youssou
Getta in un mondo nero una decina di bianchi, uno stadio con oltre trentamila senegalesi tifosi della musica e una manciata di occidentali colpiti dallo stesso male. Hai così la fotografia di una notte veramente speciale. Un mondo finalmente ribaltato non solo nel suo cromatismo, ma capace di mettere al centro il punto di vista del “sottosviluppo”, i suoi desideri e i suoi sogni giovani al di là del disagio e malessere, non più vero ma più motivato e visibile di quello d’occidente. Strano essere in quest’altro cuore del mondo, avere negli occhi le difficoltà e le speranze di una quotidianità più aspra. Entusiasmante sentirne l’energia fisica, ben lontana da quella ormai sfibrata nel consumismo omologante europeo. Fantastico viverne la solidarietà vera e generosa, l’abbraccio amichevole a noi “uomini bianchi” infiltrati. Un segno di tolleranza così in disuso tra i tanti giovani perbenisti d’occidente più usi a cadere preda di false dottrine di divisione che propensi a prendere lezioni di vita qui, dove la vita pulsa ancora vicina agli odori della terra.
E dentro a questi, quando i fari dello stadio si spengono e il laser traccia in turchese la grande scritta “Youssou” il campo, le gradinate e la curva sono un’unica esplosione. Si accendono centinaia di bengala e piccoli fuochi d’artificio e chi non li ha, dà fuoco a intere pagine di giornali. Il suono incalza mentre due colonne ai lati del palco sparano nell’aria veri tracciati d’artificio bianchi e un’onda di fumo invade lo stadio permettendo al fascio del laser di disegnare un lungo tunnel verde. Dentro a quell’antro appare lui e il delirio allora è totale, le urla dei trentamila coprono quasi completamente i primi tre brani. La scena, l’eccitazione ma soprattutto la straordinaria energia che si scatena nell’aria è comparabile solo ai ricordi dei concerti dei Beatles, c’è in ogni gesto quella ingenuità, quella liberazione e la convinzione che il mondo possa cambiare e cambiare per tutti adesso. La band è completamente illuminata dai fari, Youssou veste un completo blu in stile occidentale, Le Super Etoile hanno i variopinti abiti dell’Africa nera e in particolare i musicisti che suonano i fiati sono rialzati su di una pedana e portano divertenti e scenici berretti colorati. C’è tutto l’universo giovane del Senegal in questo stadio stasera, è la notte di Natale e Youssou N Dour ha portato il regalo più bello, un concerto di sei ore al prezzo di 1000 FCFA, il costo di un hamburger con patatine e di una coca cola, un quarto del prezzo di una discoteca. Per farlo ha radunato attorno a sè e alla sua band il meglio dei musicisti e dei danzatori della scena culturale del Senegal. Il suo è uno straordinario concerto, generoso, ricco della duttile, calda, tagliente e particolarissima voce, sicuramente una delle migliori del rock internazionale di fine millennio, ma c’è molto di più, perché c’è la grandezza di chi sa condividere con modestia la scena che ha in pugno. Sin da metà concerto sul palco riappaiono a duettare con lui tutti gli artisti che lo hanno preceduto facendogli da spalla. Ritornano così col ruolo di coprimari, prima i rappers Daara-J che insieme a Youssou N’Dour ricordano a tutti che “in Africa ogni volta che un vecchio muore è una biblioteca che brucia”. Dentro ai ritmi sfrenati e alle danze che si sono scatenate in ogni zona dello stadio, Youssou riesce a chiedere e ottenere un minuto di silenzio. Poi sulla scena salgono con lui Assane M. Bonjo e Dou Dou Ndiaye Rose, il più autorevole percussionista senegalese, ed è un continuo apparire e scomparire di danzatori moderni o tradizionali con costumi e maschere diaboliche e corpi truccati. Rimane, solo, alla chitarra Jimy M. Baye e il suo strumento argentato rinfrange e lancia contro il cielo mille raggi del laser quasi a voler colpire tutte le stelle di una notte africana. Dietro incalza Assane Thian al tama tamburo a braccia e nuovamente tutto lo stadio balla. Youssou guida il riscatto di una cultura e di un’identità forte del giovane Senegal e così senza interrompere la musica, fa salire sul palco la squadra di basket femminile (Les Lionesses) che da soli due giorni è campione d’Africa. Senza smettere di cantare presenta una ad una le ragazze ed anche l’allenatore e quando alza al cielo la coppa dorata, inevitabile, arriva un’altra esplosione dei trentamila che insieme a questo artista, che è un grande della musica con grande intelligenza e cuore, riescono veramente a credere che l’anno che verrà potrà rappresentare di più per ognuno. Il concerto termina tra una fantasmagoria di fuochi d’artificio. Ma è ancora presto per tutti e Youssou torna solo sul palco con una canzone del suo ultimo album SANT LUIS, che suona a tutti come un inno. Capisci che la sua sola figura è carismatica, e non ha attorno quel vuoto che accompagna ormai le grandi rock-star, ma rappresenta chi sa capire e interpretare i desideri, i sogni e i bisogni di una intera generazione di giovani. Le luci si accendono ad illuminare l’intero stadio e Le Super Etoile ritornano per suonare con Youssou per altri quaranta minuti affinché, anche nel defluire, i trentamila trovino la gioia che la musica e la danza sanno dare e così la sicurezza in qualche modo sia assicurata, non dall’esercito o dalla polizia ma, semplicemente, e pare folle dirlo, dalla forza vera della musica.
Dakar, 25 dicembre 1999
Renzo Sicco
SHEL SHAPIRO - Storie, sogni e Rock’n Roll
Storie, sogni e Rock’n Roll è un piccolo libro di Eduardo Berselli che contiene un prezioso CD degli Acustic Circus di Shel Shapiro (volendo è anche un semplice CD). Ci sono una manciata di indimenticabili canzoni dei Rokes. C’è una strana espressione nei tuoi occhi, Bisogna saper perdere, E la pioggia che va, Che colpa abbiamo noi, tutti pezzi che hanno segnato la storia del beat in Italia...
Continua in recensioni Libri
Creedence Clearwater Revisited
ALCUNI ANNI FA, UNA NOTTE A BUENOS AIRES MI SONO RITROVATO A VEDERE UN IMPROBABILE CONCERTO COME IN UNA MACCHINA DEL TEMPO, POI E' USCITO IL CD LIVE E ADESSO IL 29 NOVEMBRE I CREEDENCE CLEARWATER REVISITED SARANNO AL PALASPORT DI TORINO. DUNQUE RIPESCO DAL CASSETTO QUESTA RECENSIONE CHE TORNA STRAORDINARIAMENTE ATTUALE. LORO SARANNO SULLA SCENA NIENTEPOPÒDIMENO CHE CON I PROCOL HARUM. PER LORO, CHE VIDI NEGLI ANNI SETTANTA, NON HO NULLA DI SCRITTO MA MOLTI INDELEBILI RICORDI, E DUNQUE SUGGERISCO DI NON PERDERLI…
Quindicimila spettatori, due concerti andati totalmente esauriti, sono un risultato straordinario per un gruppo durato come una meteora solo tre anni tra il ‘67 ed il ’70, giusto il tempo di creare un dozzina di inossidabili hits. Canzoni criticate o apprezzate per la rude semplicità dal ritmo sostenuto. Canzoni quali MOLINA’, DOWN ON THE CORNER, TRAVELLIN BAND che il pubblico, in grande maggioranza molto giovane, conosce e apprezza con foga e passione travolgente. Così il concerto di questa formazione creata dai fratelli Fogerty, e che ora vive senza di loro, si trasforma in una straordinaria trance collettiva. La band vuole suonare come i vecchi Creedence e ci riesce, non solo per la presenza della sezione ritmica originale con Douglas “Cosmo” Clifford alla batteria e Stu Cook al basso, ma grazie soprattutto alla voce del chitarrista John Tristao specchio di quella di Fogerty. Chiudere gli occhi per vederlo. Musica a struttura elementare nata a San Francisco nella seconda metà degli anni sessanta, mentre i Beatles viaggiavano verso lo scioglimento e mentre pullulavano gruppi eccellenti come Greateful Dead, Quicksilver, Flying Burrito Bros. BORN ON THE BAYON, BAD MOON RISING, PROUD MARY producono l’effetto di una immersione in un juke-box della storia del rock’n roll, ma con SUZIE Q l’atmosfera si trasforma in psichedelia pura e grazie all’eccellente chitarrista Elliot Easton si precipita in un acid-act molto vicino alla scuola dei migliori Jefferson Airplaine. Con una versione super elettrica di I PUT A SPELL ON YOU l’emozione sfiora il brivido per perdersi nel gigantesco coro collettivo nella finale WHO’S STOP THE RAIN. Chiamate e bis a volontà. Oltre due ore di buona musica, energia e divertimento sul palco, uno stupefacente pubblico in sala riscattano questo ennesimo rock jurassico dal suo tallone d’Achille, dunque è molto chiaro che “it’s only rock’n roll but.... I like it.
Renzo Sicco
RADIOHEAD – In Rainbows
Nel pentolone dove nasce l'arcobaleno sono disposti tutti i colori possibili, ma nulla e' in disordine perche' bisogna permettergli quando si dispiega ed espande nell'aria di poterli tutti contenere ben visibili goccia su goccia. IN RAINBOWS, l'ultimo lavoro dei RADIOHEAD, reperibile al momento solo su internet e' ugualmente cosi': Un pentolone ricco di colori musicali che vanno dall'artigianalita' della mano che scivola percepibile sulle corde della chitarra o sulla tastiera di un pianoforte a quelli elettronici quali il battito di una rullata o le grida di giovani ragazzi campionati e louppati a miscelarsi con il cantato flebile quasi soffiato a forza fuori da bocca e polmoni.
Tutto ricama ballate ora delicate ora ritmiche. C'e' la poesia dei colori nella loro umida trasparenza. Sono canzoni d'aria e di polvere di cielo.
Dieci tracce, una sola elettrica, come una distesa di piccoli fiori in un prato a primavera. Ascoltare, lasciarsi andare e sentirne il profumo.
Renzo Sicco
ANNIE LENNOX – Song of Mass Destruction
Ci sono dischi che, come metti sul piatto, sin dai primi solchi non ti lasciano indifferente e non importa se oggi a contenere questa qualità delle emozioni è un cd inghiottito da un lettore.
Il nuovo lavoro di Annie Lennox, il quarto del suo percorso solista fuori dagli Eurythmics, “Song of Mass Destruction”, suona così. Forte, elegante, potente, attraente, mai banale.
La voce è incantevole (ma questo ormai è assodato), gli arrangiamenti ricchi, curati, sontuosi a volte, ricercati e minimali in altre. C’è una tensione e una utilità in tutto il lavoro, meno freddo e distante delle ultime pur valide prove.
A tutto va aggiunto, e non sembri poca cosa, l’impegno umanitario, visto che parte dei proventi della vendita saranno devoluti ad organizzazioni impegnate nelle battaglie per i diritti umani. Classe e cuore!
Renzo Sicco
WILCO – Sky blue sky
Sky blue sky, è il secondo album bianco dei Wilco ma al posto del guscio d’uovo, presente sul precedente, è cresciuto in questo un volo di uccelli neri. È sicuramente uno dei cd che ho consumato di più nell’estate 2008.
Un raffinato trattamento dei canoni tradizionali del rock americano fa di questo lavoro un disco contemporaneo fruibile e intenso al tempo stesso.
La chitarra solista visionaria e sanguigna, psichedelica e onirica ricorda il migliore Tom Verlain ai tempi dei mitici Television.
Se avete avuto occasione di vederli a Torino, nel loro unico concerto italiano, sapete che i Wilco quando passano ad una formazione a quattro chitarre, lasciando libere le tastiere, producono un suono che vibra fino a ricordare i tempi della Allman Brothers Band.
Rock americano senza ombra di dubbio sorretto dal telento di Jeff Tweddy. Formazione variabile ma ormai in giro da tredici anni i Wilco sono stati sempre amati dalla critica e meno, quando non tascurati, dal grande pubblico. Se ascolti Sky blue sky entrerai sicuramente anche tu nel giro dei loro fans che proprio con questo lavoro in America si sono notevolmente accresciuti al punto da spingere questo album fino al 4° posto nella hit parade nordamericana.
Renzo Sicco
MANU CHAO – La radiolina
E’ come se un improvviso bisogno di musica avesse riempito il vocabolario di Manu Chao.
In “La radiolina”, il nuovo CD, il quarto nel suo percorso solista, c’è sempre ben chiara “la pachanga” tipica dell’artista: suoni di radio, voci registrate, sirene della polizia, lingue e idiomi miscelati continuamente.
Così “Tristeza maliza”, “La vida es una tombola”, “Otro mundo”, “Me llaman calle" danno la certezza di essere nel sentiero di un altro possibile mondo che Manu ha tracciato sin da “Clandestino”. Anche il gioco dei rimandi alle produzioni precedenti, tipico degli altri album è conservato da una ripresa di “Besoin de la lune” che qui rivive in una veste ritmica travolgente che attraversa tutto l’album. E’ infatti dal quarto brano “Raining in Paradis” che entra potentemente un riff di chitarra forte e inusuale che segna molte altre tracce dell’album: “El kitapena”, “El moyo”, “Panik panik”, “Mama cuchara”.
Una sferzata elettrica che tonifica l’energia irruente di Manu Chao quasi che l’avventura vissuta con i Mano Negra non avesse più bisogno di macinare distanza ma tornasse ad essere un marchio di fabbrica utile da spendere, un’identità musicale non vanificabile per l’artista e per noi che ascoltiamo con vivo intenso piacere.
P.S. Due note importanti per il pubblico italiano. La prima riguarda la presenza di Roy Paci in stato di grazia e splendida forma, perfettamente a suo agio in questo universo sonoro. La seconda è la sorpresa di “A cosa” cantata da Manu anche in italiano.
Renzo Sicco
FINGER TIPS – Catharsis
Ricordano gli Ah Ah o i Coldplay e sono cresciuti sotto il segno degli U2.
Ma non vengono dalle terre fredde del nord, né dalla scuola british ma invece da un paese carico di storia dimenticata alle porte d’Europa: il Portogallo.
Sono di Finger Tips e hanno composto e registrato, rigidamente in lingua inglese, un album “Catharsis” di tutto rispetto.
Suoni intensi e cristallini, chitarre sferzanti, tastiere epiche e avvolgenti, ritmica serrata, voci gradevoli e accattivanti al servizio di belle canzoni e ampie ballads.
Registrato in Portogallo ai Mitro Studios, poi mixato in United Kingdom, “Catharsis” è un prodotto perfettamente internazionale, moderno e capace di annullare l’idea di triste arretratezza della terra lusitana. Lontano dal Fado e dal suono tipico della musica portoghese di tradizione segnala cinque musicisti perfettamente omogenei ai sentieri della musica giovane capaci di emozionare e trascinare nell’ascolto.
Chissà se senza marketing sapranno rompere il silenzio, come accaduto ai Keane che però dalla loro avevano il vantaggio dell’appartenenza al Regno Unito?
Renzo Sicco
Le Malecorde – Senza trama
E’ un gomitolo che si srotola. Rotondo, morbido, lento, come l’onda del mare calmo che sbatte e ribatte su uno scoglio.
E’ mare, è lana, è serenità il cd autoprodotto da Le Malecorde.
“Senza Trama” recita il titolo, senza trama è il filo che si dipana ascoltandolo. Un misto di brani di De Andrè (prima vocazione del gruppo pinerolese) e di canzoni inedite, una traccia scritta per una formazione che il pubblico è abituato ad ascoltare – numeroso – in versione live.
Chitarra, basso, violino, batteria, flauto e due voci femminili calde per un ensemble che ama raccontare storie di dolore e amore partendo sempre dal presupposto che ogni vita può essere raccontata in modo positivo, sereno, senza necessariamente dover urlare il male per fare critica sociale. Un percorso a zig zag tra brani originali e cover, interpretate con forte passione, di Fabrizio De Andrè…un girovagare tra testi e sonorità differenti…Così le lenzuola diventano sinonimo di casa, famiglia, e Faber assume il ruolo di compagno di viaggio.
Con Assemblea Teatro, Le Malecorde hanno realizzato gli spettacoli
“Il vangelo secondo De Andrè”
“La guerra di Piero”
Alberto Dellacroce
Yusuf (Cat Stevens) – An Other Cup
Non bisogna cercare i capolavori, quelli si intitolano Sitting,
Rubylove, Father and son, Can't keep it in, Morning has broken e
appartengono ad un altro tempo quando lui si chiamava ancora Cat
Stevens. Poi trent'anni di silenzio e adesso un nuovo CD firmato Yusuf.
La voce e' meno aspra di un tempo ma sempre molto calda e avvolgente,
la chitarra gli e' ancora compagna come allora nel costruire lineari e
semplici quanto immediate ballate e tutto il disco si lascia
piacevolmente ascoltare. Tutti i brani sono firmati Yusuf Islam tranne
una cover orchestrale e sinfonica di un classico quale Don't let me be
misunderstood che nei '70 era cantato da Eric Burdon con i suoi
Animals. An Other Cup e' il titolo dell'album e si lascia bere caldo e
piacevole brano dopo brano con arraggiamenti piu' pieni e potenti di un
tempo. Tra i brani spiccano per brillantezza maggiore Midday (Avoid
City After Dark), In the end e Whispers from a Spiritual Garden dove
nei cori e ben riconoscibile la splendida voce di Youssou N'Dour.
Sicuramente un ritorno gradito dopo tanta assenza, imperdibile per chi
ha amato Cat Stevens giacche' la classe e' rimasta intatta.
"La tazzina è qualcosa che condividiamo. Tra le invenzioni che hanno fatto la civiltà, la ruota appartiene ai romani, il rock and roll all'America mentre il caffè viene dai paesi musulmani: ma tutti lo beviamo. Per questo ho messo l'Oceano al centro della tazzina, per mostrare quanto è grande quello che condividiamo".
Yusuf
Renzo Sicco
Gianmaria Testa – Da questa parte del mare
Sempre percorrendo le strade fatte d’acqua!
C’è un banco dei fiori che s’apre alla piazza, che accoglie chi viene in un mondo che è un mercato, un passaggio veloce di gente che spinge per entrare e per uscire, per avere il suo fiore.
Per scrivere di da questa parte del mare non si deve necessariamente parlare di note, sonorità, acustica. Si può più semplicemente leggere e raccontare di undici poesie, un romanzo che scivola attraverso capitoli che raccontano una storia di quelle che partono da terre lontane, naviga in barche di legno o gommoni veloci, tocca terra e di lì, se possibile, rinasce.
Ecco allora i movimenti di popoli, le sofferenze, motivazioni di lunghi viaggi, passi lenti di contadini che abbandonano la propria terra alla ricerca d’altro.
Da seminatori di grano alla storica miniera, dalla dura Rrock - tentativo sapiente di raccontare una partenza – al mercato di porta palazzo, canzone dal sapore deandreiano, favola di speranza, che descrive la vita nel torinese mercato di Porta Palazzo. Al seguito delle parole strumenti che portano sonorità ora orientali, ora arabe, le mischiano alle note del nostro mediterraneo per dare ancora più netto il senso d’una terra che oramai accoglie culture che si incontrano, si scontrano, si conoscono.
Musica d’autore, un disco scritto per un bisogno forte, di raccontare. Un modo diverso di guardare al mare, certamente personale, ma importante, perché nuova voce perché immigrazione non rimanga solamente una storia di coste, di sbarchi, di naufragi e di cinque minuti al telegiornale. Perché immigrazione non sia semplicemente odio, periferia, lavoro rubato a mani italiane, lavoro sfruttato, badanti di vecchi e prostitute, per padri e per figli.
Alberto Dellacroce
Muse – Black holes and Revelations
Il mondo sta male, la politica non esiste, siamo controllati ovunque e la nostra vita è decisa dai potenti seduti a tavolino.
Di questo parla il nuovo album della band britannica capitanata da Matt Bellamy.
Parole forti e di grande significato come l’immagine di copertina creata dall’artwork dei Pink Floyd, che raffigura quattro persone al centro della terra sedute al “tavolo delle decisioni”.
L’inizio affidato a “Take a bow”, pezzo in pieno stile Muse, che non deve ingannare, infatti l’album è un cocktail (peraltro molto ben riuscito) di vari generi musicali.
In “Supermassive black hole” sembra di sentire cantare Prince mentre “hoodoo” e “Knight of cydonia” sono un chiaro omaggio alla musica di Ennio Morricone, insomma rock, elettronica e sinfonia mescolati assieme danno un risultato veramente esplosivo.
La potenza del suono è sicuramente l’arma in più dei Muse, una potenza che non lascia spazio per riprendere fiato, ti strascina e ti fa desiderare immediatamente di sentirla dal vivo( esperienza che consiglio, Bellamy e co. sono straordinari).
Il talento di questa band sembra veramente inesauribile, ogni disco suona diverso dal precedente ma non perdono mai di vista il loro stile e il loro percorso musicale.
Insomma gente correte a comprarlo, è sicuramente tra le cose migliori uscite quest’anno.
Andrea Castellini
Delta V - Pioggia Rosso Acciaio
Ecco un gradito ritorno. Carlo Bertotti e Flavio Ferri , leader del progetto DELTA V , tornano all'antico con questo nuovo disco. Dopo la fortuna parentesi con la vocalist americana Gi Kalweit, torna al microfono Francesca Tourè. Cantante degli esordi (quella di “Se telefonando” per capirci). “Quando abbiamo composto le nuove canzoni, sentivamo che calzavano perfettamente con la voce di Francesca”- hanno dichiarato Carlo e Flavio. È infatti ascoltando questo Pioggia.Rosso.Acciaio non possiamo certo dargli torto. Il disco registrato a Torino dal produttore Carlo U. Rossi, vede anche la presenza al basso di Pierfunk, (ex Subsonica) che infonde ai brani un suono più autentico e sensuale.
Il disco è un ottimo concentrato di pop raffinato che affonda le radici nell'elettronica. Si inizia con “Adesso e mai” primo singolo, un brano delicato in pieno stile delta v che esalta la voce calda e dolce della Tourè. Non mancano comunque parentesi dal taglio decisamente rock. “Fuori Controllo ” e “ L'assedio” lo stanno a testimoniare. Immancabile in un disco dei Delta V, la cover, questa volta tocca a “Ritornerai” vecchio successo di Bruno Lauzi. La chiusura del disco è affidata alla polemica “S. Babila ore 20” , aperta critica alla politica odierna accompagnata da frenetiche sonorità elettroniche. La chiusura del brano è affidata ad Angela Baraldi che legge un comunicato scritto da Francesco Cossiga (allora Ministro dell'Interno) agli studenti dell'università di Bologna ai tempi dell'assassinio di Francesco Lorusso .
Andrea Castellini
Elvis Costello e Allen Toussaint a Montreal
Montreal 27 Festival Internazionale del Jazz. Come Ry Cooder con Buena Vista Social Club è riuscito a far riemergere dalla dimenticanza e riportare in luce alla nostra attenzione uno straordinario universo musicale cubano vanificato dall'ottusa ricerca di "nuovo" incentivato dal mercato consumistico internazionale. Così Elvis Costello incontrando Allen Toussaint compie uguale miracolo mettendoci di fronte ad un manipolo di straordinari musicisti. C'è di più, incrociando Beatles e New Orleans Costello cancella in un sol colpo il ciclone Caterina. Il tornado per una notte diventa gioioso e si sposta nel grande teatro Wilfrid Pelletier di Montreal dove il pop inglese si mescola al suono nero americano per i duemila spettatori presenti. L'effetto è travolgente e fa rivivere tutto l'impatto della straordinaria stagione del suono Talma Motawn quando il primo beat incontrò il soul cambiando totalmente il corso e il destino della musica. La suggestione è potente, i musicisti sono tutti semplicemente grandiosi, la voce di Toussaint impressiona per il timbro giovane che riesce a contenere, quella di Costello è calda e sapientemente matura. Graffianti sferzate di chitarra si fondono alle scariche della sezione di fiati, un vero battaglione agguerrito: trombe, sax ed un entusiasmante trombone che come un barrito elettrizza il pubblico facendolo scattare letteralmente in piedi in un tributo al suo gigantesco musicista capace di danzare leggero come una farfalla. Il vento soffia fortissimo e turbinoso per oltre tre ore in una scaletta interminabile inclusiva di sette o otto inarrestabili bis chiamata dietro chiamata. Tra i brani svetta come uno smerigliato diamante una cover di Lennon, del John graffiante quello capace di trasportare il pop inglese lontano dall'Inghilterra fin dentro i ghetti neri bisognosi di uguale dignità anche musicale. Costello ha raccolto il testimone per proseguire la corsa e il concerto quasi doverosamente si chiude con tutto il pubblico coinvolto nel canto di The shargest Thoru, un brano che ricorda fortemente Hey Jude. Poi nella notte profonda il vento si spegne. All'uscita del teatro il selciato è bagnato, nel cielo gli ultimi lampi e i tuoni di un fragoroso temporale estivo. Nell'animo la stessa fresca sensazione. Qualcosa che scuote.
Renzo Sicco
Jamie Cullum - Catching Tales
Se non avete il suo cd Catching Tales correte a comprarlo, rende solo in parte quanto ho cercato di raccontarvi ma ne vale comunque la pena. Io resto in attesa dell'uscita del prossimo cd di cui qua e là nel concerto ha sparso perle inedite e non mancherò di rivederlo alla prossima occasione, dove confido vivamente di farlo con voi. Un'esperienza necessaria.
Renzo Sicco
Mau Mau - Dea
Ecco un gradito ritorno. Dopo cinque anni li ritroviamo, e sembra che il tempo non sia passato.
Luca Morino,Fabio Barovero e Bienvenu Nsongan ci regalano un disco in pieno stile mau mau. Si poteva pensare ad una loro svolta musicale dopo i progetti solisti di Morino e soprattutto di Barovero carichi di influenze elettroniche, invece no.
Dea è un mix di folk, dub, suoni provenienti da tutto il mondo in particolare dal Brasile e dai Caraibi.
Comunque questo nuovo lavoro della band torinese è fresco e scorre veloce, i testi sono sempre di grande fattura e mai banali, la musica come sempre invita a ballare. “Dea” (il singolo di lancio) e “Cannibal” (che fornisce uno spaccato del periodo che stiamo vivendo), sono le parentesi migliori, c'è anche la collaborazione con i Sud Sound System i mau mau del salento nel brano “La casa brucia”.
Il piemontese stavolta è ridotto ai minimi termini per l'esigenza della band di lanciare nuovi messaggi e farsi capire da tutti.
Un buon disco che se avesse osato di più avrebbe sfiorato il bellissimo.
Andrea Castellini
Quell'aria triste che Tenco amava tanto
Sarò pur strano: a una settimana da Natale, con l'orda di cofanetti e special editions e acchiappagrulli che si riversano sul mercato (peraltro quasi inesistente...), io me ne sto qui a baloccarmi con un disco che sicuramente non troverete sugli scaffali dei centri commerciali, e forse con difficoltà dei normali negozi, e che probabilmente non ha neppure ambizioni di vendita: un cd «secondario», anche in quanto discendente da un evento «primario» che è uno spettacolo teatrale.
Insomma: un nonsenso di marketing. Eppure, di questo vi voglio parlare, dato che questo mi è piaciuto, in settimana. Allora: il cd si intitola «L'aria triste che tu amavi tanto», come lo spettacolo, che è uno spettacolo di Assemblea Teatro, compagnia che da sempre si confrica con musica e musicisti - ricordiamo mitiche collaborazioni con il Banco - e stavolta ha scelto un soggetto in fondo scontato fino alla banalità, Luigi Tenco, riuscendo a tirar fuori qualcosa di speciale. La specialità dello spettacolo - e di conseguenza del disco - consiste in primo luogo nell'interprete delle canzoni, tale Edoardo Cerea, cantautore di suo, pure bravo e ovviamente ignoto ai più; Cerea reinterpreta il repertorio di Tenco con passione e autonomia, senza tentare mimesi improbabili, ma attualizzandolo senza stravolgerlo. Avvantaggiato dal fatto che Tenco, di suo, non era un fenomeno vocale, e dunque non si pongono paragoni tecnici imbarazzanti: scelta saggia, e ponderata, come si desume dal fatto che, volendo inserire nello spettacolo - e dunque nel disco - la bellissima «Preghiera in gennaio» che De André scrisse per l'amico morto, quelli di Assemblea Teatro hanno astutamente preferito limitarsi a una lettura del testo affidata ad una brava attrice, piuttosto che andare a scontrarsi col Titano.
L'omaggio a Luigi Tenco che esce dal cd - 15 brani del cantautore di Ricaldone, più il citato titolo deandreiano e «Festival», che De Gregori dedicò al «piccolo principe che non credeva nella morte» - è davvero un «omaggio», rispettoso e utile; utile soprattutto ai giovani che volessero avvicinarsi a un autore vero, e ascoltare qualcosa di bello, di alto, di nobile. Tanto per cambiare, e vedere l'effetto che fa.
Gabriele Ferraris
La Stampa Tuttolibri - ROCK E DINTORNI
"Luigi Tenco" - un monumento
Ogni tanto ci sono dischi che sfuggono alla logica da schiacciasassi dell'attualità. Riaprono finestre sul passato, aprono stanze in cui assistere al parto di una canzone, schiudono gli archivi di un personaggio chiave della discografia italiana e regalano momenti indimenticabili o inediti di uno dei più grandi cantautori italiani.
Il discografico è Walter Gürtler che a fine Anni 50 lanciò Celentano, Dallara, Jannacci, e poi Leali, Gabriella Ferri, Battiato e altri.
Il cantautore è lo straordinario Luigi Tenco le cui canzoni restano monumenti che ingrandiscono più passa il tempo. Giusto iniziare con "Luigi Tenco" (GMG, 2Cd) il progetto di riordinare e ripubblicare tutte le registrazioni dell'archivio Gürtler, che uscirono sulle etichette Jolly e Music.
Registrazioni riproposte come documento, senza ritocchi o missaggi, per riconsegnarci un lavoro, tecnicamente molto bello e pulito, coi sapori di uno stile che marchia un'inconfondibile epoca.
Il primo Cd difatti ripropone le 23 canzoni (tra cui "Ho capito che ti amo", "Vedrai vedrai", "Ragazzo mio") che Tenco incise nel '64 e '65, tutto il primo album per la Jolly e 5 versioni alternative. E poi i brani pubblicati postumi nel '72, alcuni dedicati agli amici Jannacci, De Andrè - nonchè una versione di "Blowin'in the wind" di Dylan -, alcune ballate per un programma tv.
Altre sorprese nel secondo Cd: altre 5 versioni scartate, un medley strumentale (20 minuti) dei brani celebri eseguito da noti jazzisti italiani diretti da Paolo Tomelleri; per finire in bellezza con 22 minuti dove si ascoltano Tenco e il M° Ezio Leoni discutere, provare e riprovare i passaggi di "Com'è difficile". In più un bellissimo libretto in cui precisi dati discografici si accompagnano a numerose testimonianze che ricostruiscono un'epoca e celebrano un geniale musicista e poeta.
Edizione da applauso, difficile fare meglio filologicamente.
[Alessandro Rosa - La Stampa - 3/11/'03 - pag. 32 dischi]
Keane - Hopes and Fears
Tra le cose di facile ascolto da mettere mentre si viaggia in auto o mentre, con le cuffie si corre per la citta', suoni semplici ma capaci di riempire il paesaggio attorno senza invadere e disturbare ci sono sicuramente i Keane. Formazione al minimo: pianoforte, batteria e voce ma una voce di quelle che si insinua sotto la pelle.
Hopes and Fears e' fatto di armonie semplici che si fissano immediatamente nelle orecchie, sin dal primo ascolto ma hanno il garbo che produce il desiderio di riascoltarli. Sono direi dissetanti e non stancano.
Si percepisce il sound nuovo modello Travis, Starsailor, Coldplay ma si captano anche echi che paiono venire da piu' lontano per certe aperture "sinfoniche" o depurate dall'elettronica dei primi anni ottanta.
U2 - Achtung Babies
Agli U2 non chiedi un disco normale. In tanta miseria che ci circonda agli Dei si chiedono i miracoli. E se invece con realismo chiedessimo solo un buon disco? Realismo perche' e' vero che sono gli U2, ovvero uno dei miti assoluti della musica contemporanea , ma non puoi chiedere ad un gruppo che sta sulla scena da oltre vent'anni di sfornare ogni volta il capolavoro. Peraltro il gruppo di Bono i capolavori li ha creati nella decade 80 arginando decisamente il proprio apice creativo nel 91 con la produzione di Achtung Babies. Dopo di che certo ricerca, rigore, qualita' e qualche buon tiro in porta non sono mancati ma il capolavoro era altra cosa.
Questo nuovo How to dismantle an atomic bomb e' un buon disco, onesto e potente dove senti la forza e la grinta di una grande band, dove pulsa un progetto piu' intenso e percepibile che negli ultimi lavori e dove almeno tre o quattro pezzi ti inchidano all'ascolto e ti fanno venire la pelle d'oca. A me personalmente e' accaduto con Sometimes you cant make on your own , Yahweh, Miracle drug e Original of the speces.
Bluenile - High
A sorpresa senza annunci plateali e' comparso nei negozi. Sto parlando di HIGH il nuovo CD dei BLU NILE. I piu' tra voi diranno " e cosa c'era da annunciare?" E' vero! Sono passati otto anni dal loro ultimo lavoro -Peace at Last- del '96 e bisogna tornare al 1989 per -Hats- e andare al 1983 per -A Walk Akross the Rooftops- loro album di esordio. Un album ogni sette anni, dunque un semplice ritardo di un anno!!! Altri ancora potrebbero dire "tanta eccitazione per che cosa? Chi sono sti Blu Nile?". Legittimo, perfettamente legittimo. Le radio non li trasmettono e con un disco ogni sette otto anni non puoi pensare di essere un fenomeno da Top Ten ne tanto meno qualcosa che vada oltre l'ascolto di nicchia.
Ma e' la qualita' particolare degli ascoltatori che fa dei Blu Nile un gruppo fuori dall'ordinario. Lavoratori e cesellatori in sala d'incisione, come gli Steely Dan negli anni 70-80, hanno influenzato il suono di molti artisti lungo questi ultimi vent'anni. Molti li hanno corteggiati per averli nelle produzioni dei loro dischi ma Paul Buchanan e soci si sono concessi , e solo per una canzone, soltanto ad Annie Lennox. In un mondo in cui la musica e' veicolata sempre di piu' dentro a contenitori vuoti , e saturi allo stesso tempo, dove rischia di essere schiacciata dentro un eterno presente, in cui suoni lontani solo di qualche anno sembrano, specie all'orecchio piu' giovane "anticaglie sonore",ecco la particolarita' dei Blue Nile e ' quella di conservare un proprio universo sonoro in lento, tranquillo e incorruttibile divenire.
Fedeli a se stessi anche in questo High regalano perle di quella musica notturna e urbana che li caratterizza e il cui ascolto vale sicuramente il prezzo del biglietto pagato per accedere al piccolo palco da cui si puo' spiare il lavoro appena finito (dopo otto anni) in studio di incisione.
Consigliati la sera poco prima di addormentarsi, cullano e producono ottimi sogni.
Duran Duran - Sunrise
Cosa restera' di questi anni ottanta? Ricordate questa domanda contenuta nel ritornello di una consumata canzone? Bene abbiamo finalmente la risposta. I Duran Duran. Ed e' una risposta spiazzante perche' il loro Astronaut e' un disco perfettamente anni ottanta e per di piu' piacevole.
Il suono e' allegramente pop, disperatamente alla ricerca dell'hit e Sunrise e' l'hit riuscito gradevole e potente. Arriva immediato con un basso perfetto, la voce di Le Bon inconfondibile ed un gruppo compatto che non sa di asfittica reunion ma di voglia di suonare. Insomma c'e' sale e c'e pepe, suonano bene il funk di Taste de summer, il pop aritmico di Astronaut, il tecno pop di Nice, il suono vgamente U2 di What happens tomorrow e nella lunga Still Breathing che chiude il lavoro la voce di Le Bon raggiunge il giusto grado di drammaticita' ed il gruppo recupera i livelli migliori di Ordinary World. Insomma c'e' di che essere soddisfatti. Capiamoci parliamo dei Duran Duran non di Mozart, ma come scrive Andrea Silenzi su Musica "non si capisce perche' debbano avere piu' dignita' band che copiano altri di una che copia (con discrezione se stessa).
I Duran erano innocui prima e lo sono anche adesso. Quello che hanno sempre offerto e continuano ad offrire sono canzoni facili da ascoltare senza pretese da inventori. Nessuna scoperta,nessuna verita' rivelata, ci sono solo canzoni. Nessuno gridera' al miracolo ed e' questa la vera fortuna".
|