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Diario dal Sud America

28 settembre, 2014 - 21:58

Diario 25_

Mi piacciono i librai, quelli che ti conoscono e che sanno segnalarti tutto ciò che appena uscito potrebbe interessarti.
Mi piacciono i librai quelli che se non ti conoscono hanno passioni e conoscono gli autori che vendono e quando parlano sanno di cosa parlano e non ti citano, come il Sindaco di Madrid, una bravissima scrittrice di nome Sara Mago.
Mi piacciono i librai che hanno il senso, la cultura, e il gusto di cosa deve essere una libreria.
Così nell’epoca dei libri digitali in ogni città in cui vado, non ho vergogna di essere retrò e mi infilo volentieri dentro le librerie.
Passeggiando nel centro di Porto in rua das carmelitas 144 mi sono trovato davanti alla libreria Lello y Irmao.
Chiunque ami i libri e le librerie obbligatoriamente deve farci un salto. Sviluppo della libreria internazionale Chardron, fondata a porto nel 1869, il nuovo edificio in stile neogotico con sviluppo su due piani fu fatto progettare da Xavier Esteves, un noto ingegnere dell’epoca, e venne inaugurato nel gennaio del 1906.
Milioni di pagine ti avvolgono dentro una autentica cattedrale del libro in cui respiri storia, arte, scienza e cogli l’eco di infinite conversazioni letterarie. Tra legni intarsiati e straordinarie scale ricurve si articolano e sviluppano quasi due secoli di editoria.
La bellezza è sconcertante e lo è ancor di più pensare che poco più di cent’anni fa qualcuno potesse sognare di costruire un simile luogo per la carta stampata e la cultura. Un vero e proprio tempio del libro. Ma non crediate  di trovarvi tra anticaglie da negozio di antiquario.
Restaurata completamente nel 1994 la libreria Lello pur conservando il suo aspetto sontuoso e solenne, come un caffè mulassano del libro, è una moderna libreria dove ti accolgono tra letteratura e storia, geografia e musica pop, 60.000 diversi titoli, ma anche compact disc, periodici e riviste specializzate. Tutto rigorosamente organizzato in un catalogo computerizzato.
Ad attenderti, al secondo piano, anche un caffè letterario ed uno spazio mostre dove giovani artisti espongono proprie pitture o sculture.
Santificato dunque ma anche attuale il libro stampato qui vive e non resiste, e inutile sottolinearlo, il libraio, pur travolto da centinaia di turisti interessati più a fotografare che a comprare, ti parla, consiglia e sorride.

Un altro mondo è possibile.

Diario Diario 24_ Quasi di ritorno da una tappa supplementare di tour, scrive Renzo Sicco

Durante il nostro viaggio ecco raggiungerci in Argentina una chiamata dall’Assessore alla Cultura Maurizio Braccialarghe per conto del Sindaco Piero Fassino che ipotizza un nostro coinvolgimento in un tour da effettuarsi in novembre atto a presentare Torino 2015 in alcune Capitali del Sudamerica. Invito lusinghiero certamente ma da far tremare i polsi visto che i tempi sono davvero risicati.
Penso ad un libro che alla sua uscita nel 2005 non ho letto “Torino è casa mia” di Giuseppe  Culicchia. Me lo faccio inviare.
All’epoca ero troppo impegnato nell’allestimento di “Interferenze”, una super produzione che coinvolgeva tangenzialmente Assemblea Teatro, che ne era però produttore, e vedeva in scena i migliori interpreti cittadini del nuovo teatro, da Michele Di Mauro a Lucilla Giagnoni, passando per Beppe Rosso e Gisella Bein e vari altri. Dunque il libro non l’avevo potuto nemmeno sfogliare.
Adesso che l’ho terminato lo consiglio vivamente a tutti quelli che come me non l’hanno letto a suo tempo e obbligherei tutti gli insegnanti delle medie inferiori e superiori a segnalarlo ai loro studenti come lettura, se non indispensabile , assolutamente necessaria.

Culicchia è divertente e accompagna il lettore in un viaggio articolato guidato dall’idea che pienamente condivido, che “Torino non è una città grigia: però grigi sono spesso i torinesi, dentro”.
Primo merito di aver scritto questo libro quando Torino era l’altra Torino e non la Torino post olimpica e appetibile. Dunque di averlo scritto intuendone i possibili mutamenti e scommettendone sul divenire. Leggerlo anni dopo, per l’esattezza 9 anni dopo, permette di verificarne molti accadimenti.
Secondo merito: è scritto con critica ed enorme affetto che scandaglia virtù ma soprattutto vizi dei torinesi. Il viaggio è condotto da una curiosità viva che ne accende molte altre nel lettore in un gioco che spinge a scendere in strada e a scoprire o reincontrare i luoghi o i locali descritti.
Sono distante e non posso farlo fisicamente ma so che tanti luoghi non ci sono già più. Eppure la loro presenza anche passata diventa identità.
Ti accorgi che ogni città avrebbe bisogno di un bravo scrittore a raccontarla.
Dimenticavo. la proposta del tour non si realizzerà a novembre ma forse più avanti nel tempo. Io intanto il piccolo volume l’ho divorato un po’ perchè c’era fretta, ma molto perchè una volta aperto è un viaggio a casa che fai veramente volentieri.
Terzo merito: il caso. Leggerlo distante da Torino mentre vivi ed abiti altre Città non produce nostalgia. Siccome non è la Torino di prima, quella in cui si gira ma, è la Torino di adesso, ti scatta una cosa dentro che fino al 2005 non c’era, e si chiama orgoglio.
Confido accada alla maggioranza e che quel dentro finalmente orgoglioso e colorato renda definitivamente meno grigia la Città.


Una foto giunta a margine del Tour che ritrae Renzo Sicco in compagnia del Delegato Culturale e dell’Ambasciatore Cileno in Ecuador

Diario 23_

In queste ultime ore, come per ogni chiusura, diventano tante le impellenze, saldare i conti in albergo, prenotare il taxi per l’aereoporto, etc… Dunque lascio ad Angelo, che si è dichiarato disponibile, il diario di oggi.

Quando si ha l’opportunità e il privilegio di vivere un esperienza come la nostra – l’esperienza di un tour internazionale in America Latina – una quantità di emozioni, volti, situazioni, ci colpiscono e finiscono col diventare parte di noi.
Ora che il viaggio volge al termine è inevitabile guardarsi indietro per fare un piccolo bilancio di ciò che ci è accaduto. Pur nella nostalgia che molti di noi provano in queste poche ore che ci separano dall’Italia, tutti noi siamo consapevoli di quanto esperienze come queste ci mutino e consentano di tornare alla nostra vita di tutti i giorni più ricchi e, mi auguro, migliori rispetto a come eravamo qualche settimana fa.
Allora vale la pena di chiedersi cosa resterà con noi di questo viaggio, degli incontri, dei luoghi e delle emozioni.
Un freddo elenco allora … non necessariamente in ordine cronologico.
Ci sono i volti, le facce di una mescolanza di secoli che ti colpiscono, qualunque sia il luogo in cui ti trovi. Che siano le facce di una metropoli come Bogotà o Quito, o quelle ritratte con umanità e intensità da Marco Pejrolo, oppure i visi di Cuenca, poco importa, i loro sguardi raccontano storie incredibili.
Affascina quel meticciato radicato nel tempo che, in alcuni luoghi ha mescolato indigeni, conquistadores, migranti e schiavi producendo esiti inattesi, splendidi e umani, impossibili da riscontrare in altri luoghi del mondo. Poi ci sono le facce degli indios che ancora si ostinano a vivere a grandi altezze, sopra i quattromila metri di altezza, vivendo da pastori e contadini, in luoghi in cui il vento ti sferza e sembra volerti cacciare via come fossi un corpo estraneo per la montagna. I loro visi cotti dal sole raccontano una fatica antica e una caparbietà certo encomiabile, che in qualche modo stupisce… pare impossibile che ancora oggi nell’anno del signore 2014 qualcuno possa accettare una sfida del genere e vincerla al costo di grandi sacrifici. Così si alternano davanti a noi quei volti che a tratti fatichiamo ad osservare per pudore, per paura di essere degli intrusi inadatti a grandi altezze. Ma loro, quei volti, si mostrano ugualmente, sorridenti, stupiti, oppure sudici come quelli di alcuni bambini che osservano curiosi.
Poi i luoghi, quelli bellissimi come le valli che si inerpicano oltre Salinas De Guaranda, imponenti e maestose. Uno spettacolo di cui puoi godere solo pagando il prezzo di un’aria rarefatta a cui noi non siamo abituati. Linee curve, vegetazione bassa, tracce di eruzioni vulcaniche si alternano quando osservi con attenzione. Il Chimborazo, il vulcano che svetta oltre i 6000 metri di quota gioca con noi avvolto dalle nubi per non farsi svelare. E nei luoghi, oltre la bellezza che mozza il fiato, ci sono i contrasti contenuti nelle metropoli, i quartieri popolari cresciuti repentinamente in un caos assoluto, le case non finite e quelle abbandonate, i grattaceli che strizzano l’occhio al nord America, le chiese del periodo coloniale che ti travolgono con l’oro e gli stucchi.
Poi ancora la follia delle auto, il traffico perenne, i tassisti indemoniati che ti stordiscono di musica latinoamericana piena di cuori, amori e belle fanciulle irraggiungibili. E poi i furgoni su cui carichiamo tutti i nostri averi, costumi e oggetti, fino a trasformarli in Carri di Tespi pronti al bisogno e alla trasferta.
E poi il cibo, il formaggio fatto in montagna con una sapienza e una passione simili a quelle dei nostri margari… la carne deliziosa, le infinite varietà di frutta di cui spesso non conosciamo i nomi… e il flan di cocco, meraviglioso… le colazioni indimenticabili…
E ancora mille altre cose vanno ricordate… i lama e gli alpaca, i cani che di notte diventano padroni di Salinas, la standing ovation all’università di Bogotà, le botteghe misere, l’artigianato, il freddo, il caldo, gli odori di cucina, i mercati, i colori, i ritmi lenti, le incongruenze, i contrasti, la fatica e la bellezza di recitare in una lingua non tua, il wifi free, il fiato corto, il cibo di strada, i compagni di viaggio, il mais in tutte le sue innumerevoli varietà, la disorganizzazione di certi luoghi, le situazioni complesse, i problemi da risolvere, i musei, l’opera di Oswaldo Guayasamin, le accoglienze calorose, i mal di testa da alta quota, Padre Antonio, Bernardo, Oscar, Tatiana e tutti gli esseri umani che hanno incrociato i loro passi con i nostri e molto, molto altro ancora.
Alla fine di queste settimane intensissime viene voglia, appena tornati a casa, di fermare la gente per la strada e provare a raccontare, a spiegare ciò che ci è successo nella speranza di trasmettere loro un po’ di quelle emozioni vissute.
Forse non riusciremo fino in fondo. Ma per chi, come noi, ha scelto di fare il mestiere dell’attore, raccontare le nostre emozioni rappresenta una sorta di dovere, di obbligo morale. Proveremo dunque.
E chissà se a qualcuno, in questo modo, verrà volgia di percorre le strade che abbiamo percorso per primi.
Noi, dal canto nostro, continueremo a viaggiare e a fare teatro per il mondo se ci verrà concesso, con la speranza di poter narrare, al nostro ritorno, qualcosa di indimenticabile…
Hasta luego, dunque.
Alla prossima avventura.

Angelo Scarafiotti

Diario 22_

Venerdì 24 ottobre è stata giornata di ben due debutti. La notte è toccato a ” La buona novella”, un lavoro che miscela le parole di Erri De Luca a quelle di Fabrizio De Andrè attorno al tema dell’annunciazione e della nascita del salvatore. Cristiana Voglino ha realizzato il suo primo debutto impegnativo in una lingua straniera in modo eccellente insieme ad un intenso e toccante Luca Ocelli, coadiuvati entrambi dalle presenze di Andrea Castellini e Angelo Scarafiotti, che ne ha seguito anche la regia. A fine spettacolo molti calorosi applausi e l’incontro all’uscita con una raggiante ed entusiasta bellissima signora brasiliana, moglie del responsabile Eni per l’Ecuador, sponsor della serata, che si è spesa in elogi assolutamente non formali segnalati dall’emozione ancora ben presente sul suo viso. Ci sarebbe di che essere contenti ma, ci sono a volte dei ma pesanti: pur felici di quanto fatto, l’evento poteva essere esponenziale se fosse stato realizzato, non in una pur bella sala teatrale, ma nel luogo per cui era stato pensato o in una analoga situazione. Infatti questo lavoro, rubato alle poche ore libere di questa estate e di questo tour, ha preso il via in una conversazione avuta a Torino con l’Ambasciatore Italiano in Ecuador pensando alla possibilità di realizzare l’evento nel magnifico chiostro di San Francisco nel centro della Città coloniale. Non è stato possibile e si è dovuto riparare su altra sede. Avevo proposto la Chiesa Di Guapulo, con una semplice inversione di date, sarebbe risultato ugualmente perfetto. Ma le richieste degli artisti, si sa, sono pur sempre “capricci”. Si da il caso che invece uno dei pregi storici di Assemblea Teatro sia saper collocare le sue opere nei luoghi giusti al momento giusto. Proprio l’Ambasciatore di Quito aveva visto come primo nostro lavoro il Giordano Bruno in Miniera a Prali, ma probabilmente da allora è passato troppo tempo. Ecco dunque la leggera amarezza di aver smarrito una buona occasione consapevoli comunque di aver messo a segno un nuovo spettacolo che potrà sicuramente vivere altre sere di successo come questa.

Il secondo debutto di cui voglio parlare più diffusamente è avvenuto nel pomeriggio. Si tratta della bellissima nuova mostra fotografica “Espejo” , specchio, realizzata da Marco Pejrolo. Marco è stato con me in Ecuador lo scorso anno quale interprete de “El funeral de Neruda”. Pochi giorni dopo saremmo andati in Uruguay dove oltre allo spettacolo avrebbe allestito la sua mostra di trittici in cui miscelava immagini dell’ Italia a quelle scattate in diverse tourneè precedenti in Uruguay. Ci fu occasione di parlarne qui a Quito e nacque così l’idea di realizzare una nuova mostra ad hoc sull’Ecuador. Marco, che non difetta di entusiasmo e di coraggio, è dunque tornato in questo paese al centro del continente latinoamericano per tre settimane nel febbraio scorso. L’ha percorso in lungo e in largo dalle sue coste alle altezze sopra i quattromila. Ne ha realizzato un servizio fotografico ampio da cui ha selezionato queste sessanta straordinarie immagini. Straordinarie perchè? Di certo non perchè sono realizzate da un amico, ma bensì perchè sono realizzate da un occhio che ha cuore.
L’Ecuador è un paese di bellezza paesaggistica notevole e chiunque avrebbe potuto gettarsi su quella e vivere di rendita. Marco ha scelto i volti di questa umanità che come tutte raccoglie uomini, donne, vecchi e bambini. Ma che uomini, donne, vecchi e bambini ci mostra!
Lo sguardo è il punto di vista del fotografo, non lo sguardo del fotografo che spara il click ma lo sguardo che importa è quello di chi impresso sulla stampa in bianco e nero ci guarda e, appunto, ci si specchia. A ragione Marco propone per ogni fotografia un intervento del visitatore. Una interattività a specchio appunto. L’emozione immediata che quello sguardo ci procura può essere scritta su di un piccolo blocknotes appeso ad ogni immagine. Dai suggerimenti e dalle suggestioni stesse del pubblico Marco trarrà il titolo di ogni scatto per la prossima esposizione che mi auguro possa essere a Torino. Ieri all’inaugurazione una signora locale diceva “straordinario che uno straniero, un italiano, sappia farci leggere meglio che altri la nostra identità “.
Bravo Marco.

Diario 21_

La giornata parte decisamente bene, al risveglio il grande e bel sorriso della signora che sta alla reception del nostro piccolo hotel, l’unico hotel che conosca, abitato da un coniglio nero che ne è la mascotte. E’ un sorriso carico di riconoscenza il suo, non quello ordinario di servizio. Infatti ieri sera è venuta a vedere il nostro spettacolo nella Chiesa del Guapulo, una “Consolata” locale carica di oro, statue e fiori. Mi parla della sua grande emozione, sottolinea la bravura di tutti gli attori che ha accudito con attenzione e tenerezza durante questa settimana, ma soprattutto si dice colpita e affascinata dalla storia e dall’impasto tra musiche, recitazione e immagini. E’ orgogliosa perchè uguale entusiasmo ha riscontrato in tutti gli amici con cui è venuta e nelle persone che le erano attorno. In effetti la storia che raccontiamo qui in latinoamerica risulta per tutti molto forte e in certa forma ancora attuale e bruciante. Va sottolineato che Laura Pariani, che nel prossimo novembre riceverà non a caso il Premio Letterario Carlo Levi, ci ha fornito un testo denso e speciale per intensità e poesia, dove ha saputo ben miscelare vita quotidiana e spiritualità. Oltretutto ieri tra gli spettatori c’era un altro sacerdote, Padre Pio, da non confondersi con quello delle stigmati, che qui è stato sempre molto amato e apprezzato per percorsi analoghi a quelli di De Agostini. In ultimo, è vero, i filmati hanno una forza incredibile! Ogni volta che li vedi ti raccontano dell’uomo Don Patagonia il coraggio a scalare, ad affrontare il freddo, lo sterminio degli indios e la crudeltà e l’ignoranza dell’uomo. Fai il confronto e ogni tua difficoltà oggi è comunque una inezia.

Oggi due ultimi importanti appuntamenti: l’inaugurazione della mostra fotografica “Espejo” di Marco Pejrolo e il debutto de “La buona novella”, un lavoro che abbiamo fatto intrecciando De Andrè ed Erri De Luca, appositamente per il Chiostro di San Francisco a Quito, che però, purtroppo, non potremo utilizzare. Ripiegheremo su di una sala dell’Università. Poi domani in viaggio.

Diario 20_

Oggi va in scena Las Montañas de Don Patagonia qui a Quito nella bella Chiesa del Guapulo. E’ un impegno non da poco realizzare teatro in una Chiesa consacrata e non resta tempo per scrivere. Ieri sono tornato per la quarta volta alla Capilla de l’Hombre per vedere le opere di Guayasamin e la sua collezione personale per accompagnare Andrea, Angelo, Cristiana e Luca nella loro prima volta in Ecuador. Dunque volentieri lascio ad Angelo il compito di segnalarvi impressioni ed emozioni.

“Come posso descrivere questa giornata? Soprattutto mi è difficile descrivere quelle tre ore passate di pomeriggio in un luogo così speciale e potente da lasciarmi sin palabras, come si dice qui in Latinoamerica… Ecco, forse posso cominciare proprio da qui, da quell’insieme di emozioni profonde e travolgenti che mi hanno lasciato senza parole. E questo nonostante io sia un buon conversatore, il classico soggetto che ama chiacchierare e discutere di tutto, specialmente delle cose preziose e stupefacenti che ci sono in giro per il mondo. Eppure, dopo aver trascorso quel buon tempo camminando in quello scrigno di arte, memoria e testimonianza, non sono riuscito a spiccicar parola. Nè io, nè i miei compagni. Muti e silenziosi. Emozionati e scossi. Ci siamo scambiati sguardi di intesa, qualcuno ha scosso il capo, qualcun’altra ha provato a scherzarci su ma con poco successo. Così ci siamo arresi tutti, io per primo, all’idea di dover fare i conti con ciò che ci era appena accaduto.

Cosa? In realtà si tratta, almeno sulla carta, di qualcosa di semplice e consueto per chi ha occasione di viaggiare: visitare un museo, o perlomeno una specie di museo. La Cappilla del Hombre, una sorta di luogo di culto sorto non in nome di un dio, ma per affermare la centralità e l’importanza dell’uomo e della donna. Un regalo fatto al mondo da uno dei più grandi pittori dell’America Latina, Oswaldo Guayasamin, scomparso ormai da 15 anni. A questo punto però devo fare una confessione: sino a ieri non conoscevo l’opera del pittore. Nulla di ciò che aveva prodotto mi era noto. Ho cercato in me giustificazioni senza però trovarne…

Si è trattato di semplice, banale ignoranza, tutto qui. La vita però a volte ti consente, come in questa occasione, di colmare il vuoto. Già dall’inizio, appena arrivati, Renzo, che lì è già stato – non solo per una banale visita ma per portare in quel luogo la memoria teatrale di Pablo Neruda e della sua poesia – ci guarda sornione, consapevole di quanto quel luogo sia speciale, e di quanto ci scuoterà nel profondo. Entriamo e subito colpiscono le dimensioni e la sacralità di quello spazio certamente laico ma carico di un atmosfera quasi claustrale, un edificio austero e al contempo mosso ad impressionante vitalità dalle opere dell’autore. Opere che sono memoria e tributo all’uomo e alla donna, e che contengono lo spirito di una nazione e di un continente. Guayasamin ci racconta corpi e volti segnati da spigoli, da pennellate materiche che ci narrano esseri umani segnati, ma vivi, opere di grandi dimensioni ci mostrano corpi spesso nudi, esposti per descrivere emozioni, deprivazioni, sofferenze, ma anche tenerezza, maternità, fratellanza. Ci sono alcune incursione nella scultura, potentissimi tributi agli indios che per anni hanno popolato il continente. Colori e forme che ti scuotono come nel caso di Lagrimas de sangre, quadro che ti lascia li senza nulla da poter dire di più di un mamma mia! sussurrato a mezza voce. L’esperienza potrebbe bastare, sarebbe già sufficiente a colmare tutta la giornata.

E invece no. Abbiamo il privilegio, noi guitti, di visitare la casa dell’artista e di salutare il figlio di Oswaldo, Pablo, che ci accoglie con gentilezza fraterna. E in quella casa cominciamo un viaggio nuovo tra collezioni e ricordi, tra immagini di amici e memorie di una vita intensa. Così svoltando un angolo ci imbattiamo in Goya, poi Mirò, poi i reperti di memoria precolombiana raccolti dall’autore negli anni, le immagini e le sculture raffiguranti Cristo risalenti al periodo Coloniale. Poi il meraviglioso pianoforte a coda posto a lato della sala principale. Tatiana, che ci scorta per quella casa meravigliosa, vuole sapere se tra noi ci sia qualcuno in grado di suonare. Ci voltiamo verso Cristiana che scuote il capo e dice no… non posso… insistiamo… accetta. Un’altra piccola magia accade, le note del piano e la voce nell’aria ci emozionano tutti.

E poi ancora l’atelier del maestro, i tubi di colori usati, gli immensi ripiani segnati dalle mescolanze dei colori, poi un video che racconta il suo modo di dipingere mentre Guayasamin ritrae Paco de Lucia. Colpiscono i suoi gesti rapidi e sicuri. colpisce il suo sguardo sul soggetto, la sua attenzione a cogliere i dettagli, l’abilità nel cogliere lo spirito del grande chitarrista. L’opera finita è poco distante su di una parete, all’altro lato della sala, un altro emozionante capolavoro.

Quando usciamo ci assale la consapevolezza dell’unicità di quell’esperienza, che ci costringe a pensare e a riflettere, e adesso, a distanza di qualche ora, ora che le parole le ho ritrovate quantomeno per scrivere, mi rendo conto di quanto in realtà risultino inefficaci e povere nel raccontare ciò che ci è, per nostra immensa fortuna, capitato. Ma questo è un bene, poiché ci fa capire che l’arte figurativa ha il potere di andare oltre ciò che è possibile raccontare.

Angelo Scarafiotti

Capilla de l’Hombre

In prova per LA BUONA NOVELLA

 

 Diario 19_

La gomma.
Ogni tanto tutto diventa difficile perchè cozzi contro persone che svolgono la loro funzione addestrati ad essere muri di gomma. Oggi nella verifica di un teatro universitario in cui ci troveremo a lavorare ho girato più di mezz’ora per trovare l’ufficio del referente che mi era stato indicato. Raggiunta la scrivania dell’incaricato, la segretaria mi ha annunciato che il responsabile era a casa ammalato e mi ha invitato a tornare domani. Le ho detto che avevo attraversato la città, che domani ero impegnato e che oltretutto, trattandosi di un semplice sopraluogo, forse poteva farmi accompagnare da qualcun altro. Perentoria mi ha detto che non poteva accompagnarmi e di ritornare domani. Ho rispiegato il concetto con calma, dicendole che non doveva necessariamente accompagnarmi lei ma era sufficiente mi creasse un contatto in grado di accompagnarmi alla sala. Mi ha ripetuto torni domani. Si da il caso che io conosca il responsabile trattandosi di un italiano supersimpatico di origini siciliane con cui ho positivamente collaborato nei due anni passati. Mi sono rivolto sempre educato alla giovane segretaria dicendole di essere amico di Salvatore e pertanto pregandola di poter parlare al telefono con lui. Mi ha risposto che se avevo il suo cellulare potevo farlo. Ho guardato rapidamente tra le mie carte ed ho trovato il numero per mostraglielo in quanto evidentemente, essendo lei la segretaria, avrebbe dovuto averlo e pertanto ho supposto credesse in un mio millantato credito. Con un sorriso le ho chiesto dunque di chiamarlo. Mi ha guardato e detto che non aveva un telefono. In effetti ne aveva almeno due. Nel mentre è squillato un cordless, inutile dire che sulla scrivania come per ogni segretaria utile e funzionale campeggiava un telefono. Senza ombra di dubbio ho capito che mi prendeva per i fondelli e che il suo quoziente di collaborazione era molto al di sotto del livello del mare. Travolgente mi è venuto l’istinto di tirare il telefono sulla sua nemmeno troppo bella faccia.

In questi giorni nei cinema sudamericani è in cartellone un film argentino straordinario. Candidato all’Oscar quale film straniero in lingua spagnola e prodotto, tra gli altri, da Almodovar.
Si intitola “Relatos Selvajes”, letteralmente Racconti Selvaggi, e si sviluppa in cinque episodi più il prologo affrontando vicende sociali, personali od occasionali che hanno in comune la vendetta personale. Contro ogni buonismo rivela il lato irrazionale o, più semplicemente, occulto, delle nostre reazioni e inevitabilmente ci fa abitare dalla parte del “feroce”: l’ho visto due volte.

Il film in questione mi è tornato inevitabilmente alla mente stamane.
Per fortuna il gentile taxista che mi accompagnava mi ha prestato il suo telefono. I misteri internazionali della telefonia impediscono infatti ad un cellulare italiano di avere la linea per chiamare un locale, ma ho così parlato con Salvatore che in pochi minuti dal suo letto mi ha creato un ponte con una persona squisita che mi ha accompagnato alla sala. Lì, ho trovato un tecnico gentilissimo con cui avevo lavorato due anni fa che mi ha abbracciato e felice si è reso disponibile da subito a tornare a collaborare con Assemblea Teatro: mi ha risolto ogni problema.

Dimenticavo la segretaria in questione si chiama Carla Montal. Come dice qualcuno, se la conosci, la eviti!

Diario 18_

Una travolgente risata ha segnato la nostra partenza da Salinas De Guaranda dopo tre giorni di incontenibile mal di testa. Infatti il nostro giovane autista appena imbracciato il volante ha sentenziato “quanto ho desiderato questo momento!” Abbiamo così avuto chiaro che 3.800 metri non sono solo un problema da europei ma che anche un ecuadoregno doc può patirli e non veder l’ora di scendere. Nonostante il disagio comunque qui lo spettacolo è stato unico perchè realizzato per un pubblico tremendamente coinvolto. Una storia speculare rappresentata di fronte a Indios autoctoni che fino a 40 anni fa erano sfruttati e costretti a vivere in miseria e cattività sino all’arrivo di Padre Poli, un salesiano di Venezia che vivendo con loro, come loro, ne ha guidato il riscatto inventando e organizzando forme di produzione e vendita collettiva e cooperativa unitamente al rilancio dei prodotti locali. Poi ha trasformato le loro povere capanne in case riscaldate e oggi, grazie alla presenza di volontari cattolici e laici, lavora nel progetto educativo e di riscatto dei più giovani e dei ragazzi.
Amato e rispettato, Padre Antonio, “padrecito”, come affettuosamente lo chiamano i più piccoli sempre pronti ad abbracciarlo e a saltargli in braccio, era in sala con loro. Una comunità emozionata e orgogliosa del fatto che una compagnia internazionale per la prima volta giungesse a Salinas de Guaranda.
Una comunità che si è ritrovata commossa nelle parole di Don Patagonia.
Padre Antonio Poli ci ha ospitato raggiante nella sua modesta casa offrendoci un caffè e dei biscotti di soia, confermandoci quanto sia importante la memoria anche a 3.800 metri di altitudine. Il responsabile della comunità di Salinas, 1.000 anime, ci ha abbracciato con grande calore regalandoci sei splendidi maglioni di alpaca.

Oggi arrivato a Quito sono andato al Cinema Otto e Mezzo, un nome una garanzia, un d’essai dove domani presentiamo “Il funerale di Neruda”. Ho controllato la proiezione sul grande schermo. Il giovane direttore è stato disponibile e accogliente, poi mi ha lasciato con un operatore a visionare tutto il film. Mentre ero seduto, il giovane è stato raggiunto dalla sua ragazza e, seduti nelle ultime file, si sono avvolti in baci ed abbracci come tutti i giovani del mondo. Eravamo soli in sala e mentre ascoltavo i miei attori sullo schermo, sentivo la loro passione e il loro ansimare nella realtà. Poi il silenzio. E alla fine li ho trovati inchiodati alla sedia, mi hanno guardato e detto “è accaduto anche nel nostro paese”.
Nel taxi mentre me ne andavo verso l’incontro con l’Ambasciatore avevo negli occhi i loro occhi lucidi e la verità di Neruda: la forza della parola.

Diario 17_

Siamo a Salinas de Guaranda a 3.800 metri e il mal di testa si fa sentire. Lo scenario è meraviglioso e arrivando qui abbiamo affiancato il vulcano Chimborazo transitando sotto la neve in uno scenario lunare. Il tempo è mutato tra sole e pioggia, sino a farci correre tutti fuori nel cortile del rifugio per guardare come bambini sorpresi il più bell’arcobaleno mai visto. Definito nei suoi nitidi colori abbracciava la valle che contiene il piccolo villaggio uscendo dal canyon, sulla sinistra, per nascondersi dietro la vetta che sta in fronte. Siamo partiti una settimana fa da Guayaquil sul livello del mare. E’ la capitale economica del paese. Fondata 194 anni fa in seguito ai moti per l’indipendenza, vanta nella storia la sua vocazione alla rivolta e il suo amore per la libertà, ma si presenta altresì come città ospitale e cosmopolita. Distrutta più volte da grandi incendi come l’araba fenice è risorta altrettante dalle sue ceneri, così come dagli assalti dei pirati che la invasero. Si presenta come una città moderna contraddittoria nel suo urbanismo improntato al modello Miami. Divertente nel centro città, un giardino abitato da centinaia di docili iguana, oppure la passeggiata sul recuperato Malecon, il lungofiume un tempo discarica di immondizie e di malaffare, e dunque intransitabile, e adesso da oltre un decennio luogo della movida, ricco di caffè, ristoranti, parchi giochi per bambini e centri culturali. L’abbiamo lasciata transitando nella campagna circostante tra piantagioni di cacao, risaie, banane, canna da zucchero e teck e ci siamo inerpicati a oltre 4.000 metri nel Parco Naturale riserva idrica del paese con i suoi oltre 100 laghi. Siamo scesi nella bella Cuenca, città coloniale ricca di chiese, mercati e bei ristoranti dove gustare un choclo de papa, la minestra tipica contadina. Ci siamo trovati a lavorare nel grande Teatro dell’Università Salesiana fornito di un palco ed una strumentazione straordinaria, ma c’è sempre un ma, senza una sola scala o una cassa attrezzi, ovvero due strumenti indispensabili in qualsiasi teatro del mondo.

Diario 16_

Anni fa sono partito verso la Patagonia perchè era una terra dal fascino attrattivo, portentoso, grazie ai racconti di Bruce Chatwin, Paul Teroux o Luis Sepulveda. Proprio di ques’ultimo mi impressionò una intervista in cui diceva che a Puerto Nadales, alla osteria Los Pioneros, si poteva mangiare la migliore zuppa di crostacei del Sud America. Ci andai, la gustai, poi presa una cartolina gli scrissi “compañero, hai ragione, è davvero una buona zuppa! Valeva la pena attraversare il mondo per venirla a gustare”. Grazie a quella cartolina siamo diventati inseparabili amici.
Ora non voglio obbligarvi a fare altrettanto ma se proprio ne avete occasione un’esperienza orgasmica alimentare non posso fare a meno di suggerirvela. A Cuenca, in Ecuador, al Ristorante Tiestos, trovate lo Chef Juan Carlos Solan. La sua filosofia: il cibo, dalla sua definizione etimologica, restaurant, è un restauro per corpo e anima, per cui devi mangiare non quello che ti servono ma quello che vuoi e desideri, che la terra ti offre, e devi farlo nella massima condivisione e convivialità.
Per cui le portate non sono individuali ma grandi porzioni da condividere. Così sulla tavola sono sfilate melanzane alla mostarda, gamberi in salsa e serviti col riso bianco, costine d’agnello in salsa di frutto della passione, tutto servito fumante e cucinato esclusivamente in antiche pentole di coccio, los tiestos per l’appunto, da cui il nome del ristorante. Su tutto scorreva nei bicchieri vino rosso cileno. Colpo di teatro alla portata dei dolci, serviti su piatti disegnati sul momento a mano dalla moglie Laura che con pennelli e marmellate dei diversi frutti e colori locali ha dipinto fiori e donne nei vestiti tipici. Il tutto bagnato da acquavite di canna da zucchero.
Se amate la buona cucina fateci un pensiero.
Piccolo ma non secondario dettaglio: abbiamo finito che era notte, giacchè era la festa per il nostro successo nel grande Teatro dell’ Università Salesiana di Cuenca, ma abbiamo dormito benissimo, nulla ha pesato sul nostro stomaco.
Ci siamo portati via solo il piacere e la grande simpatia e cordialità di Juan Carlos e Laura.

 

Diario 15_

Davvero complicato a volte muoversi per lavoro in America Latina. I problemi si affacciano quando meno te lo attendi. Come quando al chek in di un aereoporto tre biglietti vengono accettati e altri tre sono rifiutati dal”sistema”. Fai presente che siamo un gruppo teatrale e sono stati comprati insieme, dunque nella stessa agenzia, nello stesso pacchetto. Dunque se tre vanno bene non si capisce perchè gli altri no. La signorina non nasconde un certo fastidio e si barrica dietro il suo schermo di computer protetta dal “sistema”. Se non risolvi rischi a questo punto di rimanere a terra. Meno male che c’è Orlando, il paziente, professionale e tranquillo risolutore di ogni problema in Colombia. E’ l’autista dell’Istituto Italiano di Cultura, ma è molto di più. E infatti lo abbracciamo e partiamo. A Guayaquil dopo lo spettacolo muovendosi sul palco su di un piccolo dislivello non segnalato Andrea ha preso la classica brutta storta. Mettiamo del Voltaren che ci siamo portati dietro ma non basta, la contusione è forte e la caviglia gonfia. Cerchiamo ghiaccio in farmacia ma qui in Ecuador non lo vendono. Meno male che c’è Bernardo, il nostro vero “angelo custode”. E’ un giovane salesiano laico, assistente del Rettore. E’ elegante, garbato, attento e sempre pronto a risolvere le mille complicazioni che in questo paese si presentano. Trova subito un medico e il nostro Castellini in pochi minuti è in un ambulatorio pronto a svenire alla prima indicazione di una inizione. Pallido come un cencio rifiuta. Il medico desiste e opta per pomata, pastiglie e una bella fasciatura. Il tutto accompagnato da una super borsa del ghiaccio. Ma il Sud America nelle sue disfunzioni ormai è ben penetrato in noi per cui l’utile borsa del ghiaccio anzichè seguirci in albergo viene tranquillamente dimenticata fuori dal teatro da Luca che non occupandosi del montaggio è almeno responsabile della sicurezza e salute del suo compagno di stanza. Ma evidentemente non esiste più la solidarietà di un tempo verso gli zoppi. Andiamo a mangiare nel ristorante di Eugenio, un italiano venuto con la compagna a vivere qui, e ripieghiamo grazie al suo aiuto su una ben poco elegante borsa di plastica ripiena di cubetti grondanti.
Fortunatamente la notte di Cuenca ci inghiotte con tutte le nostre miserie e come cantava qualcuno “domani è un altro giorno e si vedrà”.

Diario14_

Alla fine eccoci giunti al debutto in Ecuador. Tutto è pronto, e manca solo un ora. Siamo nel Teatro dell’Universita Salesiana e qui il senso di questo lavoro assume connotati di grande peso specifico. In Italia quando dici Salesiani, in genere, sono due le cose che la gente ti risponde : “Ho studiato anch’io dai salesiani” oppure “ah, quei preti che sanno maneggiare i soldi”. Ovvero, tutto rientra nei confini delle scuole, degli oratori, dei collegi e degli istituti e nelle buone capacità organizzative e gestionali da cui derivano buoni bilanci e giri economici. Tutto questo anche a Guayaquil non è esente, ma l’enorme complesso salesiano che oltre al teatro e alle aule include piscine, campi sportivi, bar e ristoranti, sorge e funziona nel Barrio Cuba ovvero il bronx della città, la parte più povera della “Milano” dell’Ecuador. Il quartiere ghetto della povertà, della violenza e dello spaccio con la scelta e la sfida lanciata dai salesiani guidati dal Rettore Padre Javier Herran, proprio grazie all’installazione dell’enorme complesso, ha cambiato la sua natura ed è oggi estremamente più vivibile. Ma nonostante questo i Salesiani non hanno diminuito l’intensità delle loro attenzioni. Per esempio tutti i commercianti o le persone che hanno avuto il coraggio di avviare attività commerciali attorno all’Istituto hanno avuto la possibilità di seguire gratuitamente scuole di marketing o di economia o semplicemente di contabilità. Nei mesi in cui la scuola è chiusa gli spazi continuano ad essere aperti gratuitamente al quartiere per attività sostitutive delle vacanze che in genere i poveri non possono permettersi. Insomma, gli insegnamenti e il coraggio che Don De Agostini portò all’inizio del secolo passato al “fin del mundo” rimangono ben vivi al centro del continente latinoamericano e continuano ad essere vissuti nel quotidiano dai i Salesiani di Guayaquil. Non fosse altro, già questo è sufficiente a motivare ora un nostro forte e intenso spettacolo.

Diario 13_

Mentre lasciamo la Colombia per volare in Ecuador due cose mi impressionano nelle notizie che continuano a giungerci da Genova in queste ore, e sono due notizie estreme. La prima sono gli sciacalli, ovvero l’abbruttimento prodotto dalla crisi o dal naufragio del nostro paese, che spingono a Torino a derubare la carrozzina di un portatore di handicap e a Genova ad entrare furtivamente in qualsiasi casa o negozio che la violenza dell’acqua abbia reso accessibile. La seconda, sono i cosiddetti angeli del fango, giovani generosi che vedi nelle foto sporchi e stanchi ma luminosi e ricchi finalmente di un senso per se stessi e di un senso di futuro per tutti. Il paese si gioca su queste due sponde, chi pulisce e chi depreda, e forse bisognerebbe una volta per tutti ripulire il paese da chi lo depreda.

Solo dei secondi voglio parlare perchè sono schierato con loro. Poco più di quarant’anni fa non fu l’acqua a motivare me ed altri giovani a partire. Fu il terremoto in Friuli, a Gemona e dintorni. Non c’era fango ma macerie di sassi, mattoni e polvere. L’acqua arrivò a devastare le tendopoli che insieme ai militari avevamo costruito. Il dolore di quei volti, il loro abbraccio sono stati un punto formativo più forte e determinante di molte ore di lezione. Per questo in queste ore a Genova c’è dolore e paura, ma c’è anche un enorme scuola per un paese che ha bisogno di giovani sani e determinati, capaci di riprendere redini e ridisegnare regole in cui gli sciacalli non abbiano ossigeno.

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L’impatto con la citta’ e’ forte. Una coltre nera copre il cielo. Mi spiegano che e’ smog e non solo pioggia in arrivo. Mi chiedo come saranno le persone che vivono qui. Tutti conosciamo i contrasti di questo paese e Christian, un giovane ragazzo studente all’Universita’, facolta’ di filologia, si presenta a noi con un perfetto italiano. “Saro’ la vostra guida, se vorrete.” Il suo italiano e’ perfetto e il suo accento e’ un fantastico miscuglio di toscano con calabrese. Ci spiega di aver passato un anno a Reggio Calabria. Ci spiega come si vive, come reagiscono gli studenti alla pressione del governo e alla repressione della polizia. Con Luca Occelli e Christian parliamo della storia del nostro paese: mettiamo a confronto il ’68 e gli eventi del G8 con i suoi racconti. Christian dichiara una certa invidia: “Voi riuscite a osare. Qui non si arriva a tanto. Quando ci sono gli scontri, non sono scontri veri: partono i lacrimogeni e tutti scappano e la cosa finisce… in fumo”.

Ieri abbiamo girato la citta’ con lui, dichiarando la nostra paura di aggressione (cosi’ facile qui per i turisti). “Ma voi, con me vicino, non siete turisti. Se vedo qualcosa vi avviso per tempo”.
Non ci e’ successo nulla di sgradevole. Certo la prudenza l’abbiamo messa, ma con lui tutto si e’ reso possibile. Siamo andati al Museo dell’Oro: certo, e’ spettacolare, ma l’emozione piu’ bella e’ stata vedere questo giovane ragazzo commosso davanti al tesoro del suo popolo. “Ho la pelle d’oca, ragazzi. Grazie di avermi regalato questa esperiena!”. “Grazie? A noi?”.
In quanto donna di Assemblea Teatro non posso perdermi ora in mielismi: il resto del gruppo mi prenderebbe troppo per i fondelli, ma vi assicuro che e’ stato un momento RICCO come i PREZIOSI dell’eta’ precolombiana.

Non vi ho parlato dello spettacolo… Ha detto tutto Renzo. Aggiungo solo che sentire lo spessore del silenio del pubblico, la semplicita’ delle sue risate, la tensione del suo respiro e’ stato … NO TENGO PALABRAS.
Ho ancora nelle mani il ricordo della stretta forte di quelle di Marco Pejrolo e di Angelo Scarafiotti, accanto a me negli inchini, mentre il pubblico si alzava in piedi per applaudirci.
GRAZIE, BOGOTA’

Cristiana Voglino

Diario 12_

Oggi scendere nella hall dell’hotel al computer, aprire facebook alla pagina di Assemblea Teatro e vedere la foto del tavolo degli aperitivi di Domenicamattinateatro imbandito dei nuovi bicchieri ecologici mi ha dato un enorme gioia. Quella felicità che ti sale dentro quando ottieni qualcosa che hai sognato. Infatti per anni mi rattristava a fine spettacolo raccogliere nei sacchi neri della spazzatura centinaia e centinaia di bicchieri in plastica. Era contradditorio da un lato proporre una attiva partecipazione ai nostri piccoli spettatori attraverso il loro aperitivo rigorosamente analcolico ma dall’altro farlo inquinando quando proprio i nostri spettacoli parlano e insegnano le buone pratiche di una corretta attenzione all’ambiente. Adesso siamo finalmente più coerenti e questo di per sé è già un grande punto di soddisfazione. Ma il piacere più grande deriva dall’orgoglio di lavorare in un gruppo, Assemblea Teatro, capace di pensiero non solo per il suo modo di riempire la scena ma anche nei dettagli relativi al modo di proporsi. Un collettivo di lavoro dove una osservazione o una critica come quella, appunto da me più volte sollevata sulla negatività dei nostri bicchieri in plastica, ha messo in moto la ricerca di contatatti da parte di Alberto Dellacroce che ha saputo comunicare e trasmettere il nostro problema e bisogno unitamente alla possibilità pedagogica e promozionale di un percorso che Novamont ha saputo capire e voluto condividere.
Alrettanto sorprendente stamane vedere dalle foto che Piero Fassino, il primo cittadino di Torino, è voluto passare a salutare i cittadini più piccoli e i loro genitori al Teatro Agnelli. E’ la prima volta che accade in vent’anni di avere ospite il Sindaco della Città ma ci siamo arrivati. E’ davvero bello che sia accaduto perchè vent’anni fa quando, abbiamo per la prima volta avanzato la proposta, in molti nell’ambiente teatrale ci hanno “sfottuto” chiedendoci ironicamente se celebravamo la messa per i bambini laici non capendo la nostra intuizione sul fatto che la città era cambiata e viveva altri orari meno tradizionali. Abbiamo tenuto duro grazie alla caparbietà di Paolo Sicco che di anno in anno ha cucito programmi intelligenti, curiosi e diversificati, capaci di raggiungere un gran numero di famiglie e piccoli spettatori. Così oggi che anche altri percorrono il terreno tracciato proponendo teatro o cinema per i piccoli la domenica mattina non ci offendiamo, ma dopo tanta ostilità ci faceva piacere un cortese ringraziamento. Riceverlo dal Sindaco è stato un onore. Il nostro ringraziamento va tutto invece alle migliaia di genitori che in questi anni, e oggi, hanno deciso di far crescere i loro bambini con noi e a loro, come ben possono capire da queste righe, è andata e continua ad essere rivolta tutta la nostra attenzione e dedizione.

 

Diario 11_

Oggi finalmente abbiamo dormito. Può sembrare strano ma a volte nei tour e’ la cosa che desideri di più. Più di mangiare o vedere luoghi, desideri dormire. Il carico di fatica per gli spostamenti, gli orari improbabili degli aerei, le ore di volo, la tensione per i debutti, le complicanze del cambio di fuso fanno si che una bella notte di sonno sia il desiderio più ardito. Ce l’abbiamo fatta e oggi ci possiamo anche concedere un giro in Bogotà. Così andiamo alla Candelaria, l’antico quartiere coloniale e al Museo Botero. E allora sereni e riposati danziamo con i grassi ballerini di tango che il maestro colombiano ha dipinto. Lo facciamo nelle belle sale che raccolgono una ricca collezione dei dipinti di Botero ma altresì la sua personale collezione di quadri di artisti amici, C’è tutto il 900: Picasso, Chagall, Mirò, Klimt, Giacometti, Dalì, Bacon e tanti altri ancora. Una sorpresa e meraviglia dietro l’altra. Poi passiamo alle grandi e belle sale del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea del Banco di Colombia e anche lì le sorprese e lo stupore non mancano. Su tutte l’ingresso ad un caveau, come nel migliore racconto di Diabolik, dove brillano tre stupendi ostensori in oro tempestati di verdi smeraldi e rossi splendenti rubini. Una vera tentazione ma con noi non c’è Eva Kant per cui desistiamo e passiamo in un’altra parte del Museo dove una enorme sala ospita una mostra di oltre 200 incisioni di Albrecht Durer.Incredibili. Saliamo ancora di un piano per entrare nell’esposizione fotografica di oltre 100 immagini di Emmet Gowin dove tra scenari incredibili del nostro pianeta spiccano una decina di foto dei Sassi di Matera. Insomma, un’offerta culturale davvero strepitosa.
Usciamo esausti e una signora ci offre delle deliziose banane fritte. Le cosparge di sale e sono croccanti, profumate. Bogotà ci avvolge e brindiamo con birra locale alla celebrazione, incredibile, dell’October Fest in Colombia.

Renzo Sicco

Alcune immagini inviateci da Cristiana Voglino per accompagnare le parole che avete appena letto http://www.assembleateatro.com/museo-botero-bogota

Diario 10_

Costernati guardiamo in internet sui giornali italiani le immagini della bella Genova ancora una volta piegata dall’acqua e dal fango. Conosciamo troppo bene l’angoscia di queste ore. Il 4 novembre del 2011 il nostro “Viva La Vida” era programmato proprio a Genova al Teatro Cargo e vivemmo i minuti lunghissimi di quella giornata. Ricordo a tarda sera l’abbraccio di una anziana spettatrice che ci disse “grazie della rappresentazione, sarebbe stato troppo triste dover restare in casa sola stasera“. Decidemmo infatti di andare in scena ugualmente anche se a teatro esaurito solo una trentina di spettatori riuscirono a raggiungere la sala. Trema il cuore pensare a quanti altri anziani e giovani ieri notte e oggi ripeteranno quell’incubo. Ieri ricordavamo il Vajont e ancora l’acqua cinquant’anni dopo ci indica che il dissesto del territorio su cui abbiamo costruito il “benessere” chiede il conto. Sarebbe davvero ora di zittire gli idolatri del progresso e delle “leggi dell’economia” e ascoltare quelli che parlano di cultura del lavoro e del territorio senza aspettare che si trasformino sempre in inutili Cassandre.

Diario 9_

Successe all’inizio di un ottobre, a sfregio dei colori perfetti d’autunno. Com’era stata possibile quella notte di apocalisse? Per bocca di illustri commentatori si gridò alla rivolta della natura matrigna. Nessuna responsabilità umana. Infatti il monte si era spezzato mentre il grande muro aveva resistito. L’acqua l’aveva dovuto scavalcare. Si doveva continuare così, si dovevano domare le forze cieche degli eventi naturali. Nonostante i segni premonitori di cedimento, fermare i lavori della diga sarebbe stato un delitto di lesa maestà al dio progresso. C’era da portare l’elettricità al siderurgico di Porto Marghera e tanto bastava a tacitare chiunque. Fu così che sotto quel mare di fango restarono i corpi di duemila persone e la verita’”.

Oggi ricorrono i 51 anni dal disastro del Vajont e per non dimenticare quella strage e le sue innocenti vittime ho usato un brano tratto dal bel libro di Barbara BalzeraniLascia che il mare entri

Diario 8_

Il traffico è uno dei problemi assolutamente prioritari di Bogotà, una città di 12 milioni di abitanti. Spesso un percorso minimo di raccordo tra due luoghi può prenderti tre quarti d’ora o più a causa degli ingorghi che si accumulano. Così ieri sera gli organizzatori del nostro spettacolo erano molto preoccupati per la concomitanza di una importante partita di campionato tra due squadre locali nel grande stadio adiacente all’Università.
L’intasamento era garantito e i più ottimisti pronosticavano 150 presenze. Questa cifra è ancora scesa quando alle 17,30, un’ora prima dell’apertura del teatro, ci si è messa pure la pioggia con un temporale tropicale che ha rapidamente scaricato masse d’acqua capaci di accrescere a dismisura tutti i possibili disagi. Le facce si sono fatte plumbee e la debacle è diventata tangibile.
Invece no! I ragazzi sono iniziati ad affluire. Bagnati ma decisi. Così ho suggerito, contro le rigidità burocratiche, di ritardare di 20 minuti l’inizio dello spettacolo e infatti alle 19,20 la nostra fiducia è stata ampiamente premiata. Oltre 800 spettatori riempivano la sala. Una rapida presentazione con un doveroso ringraziamento al Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Angelo Mazzone che domani va in pensione e lascia l’incarico. Doverosa perchè con Angelo, dalla presentazione di “Fuochi” a Montevideo nel 1998, abbiamo condiviso sedici anni in diverse sedi e gli siamo riconoscenti di averci insegnato l’orgoglio nel presentare la nostra cultura nel mondo, ma sempre unita alla consapevolezza e all’umiltà di confrontarci con i limiti o la ricchezza di quelle dei paesi di cui siamo ospiti. Poi, dopo settimane di prove, ecco partire lo spettacolo.
Un vero debutto internazionale. Infatti “Le montagne di Don Patagonia” è un lavoro che avevamo già presentato anni fa ma in forma di reading, ovvero di lettura teatrale. Ora lo abbiamo tramutato in vero e proprio spettacolo e per di più per il debutto ci siamo misurati con la lingua spagnola. Ebbene, è stato un gran lavoro ma Marco, Luca, Cristiana, Angelo e Andrea hanno spinto la concentrazione e la disponibilità senza risparmio, ed ecco così adesso il pubblico, ridere, piangere, commuoversi, incazzarsi nell’evolversi della vicenda in un silenzio carico di quella tensione che sale ed esplode in un applauso di quelli incredibili. Tutti in piedi ed è un vero premio al nostro lavoro e alla memoria di Don Patagonia.

Diario 7_

Un grande campus, l’Università di Bogotà, praticamente una città nella città, però con una atmosfera rilassata e calda.
Molti i murales, gli spazi con scritte, molte le bancarelle sui viali dove gli studenti che vengono dalla campagna vendono prodotti della terra o della produzione artigianale fuori dai circuiti commerciali. Negli immensi spazi verdi, a gruppi, li trovi seduti sull’erba, numerosi nella pausa pranzo. Noi lavoriamo al montaggio e alle prove del nostro “Don Patagonia” supportati da ottimi tecnici molto attenti e disponibili. L’auditorium è una bella sala da oltre 1800 posti che ben conosciamo per averci presentato due anni fa Mas de Mil Jueves. Le prove scorrono bene.
Poi alle 18 locali è prevista la proiezione del film El Funeral de Neruda. Gli studenti sono super attenti e alla fine immediate partono le domande. Una su tutte: perchè un gruppo europeo si occupa della storia sudamericana. Racconto che siamo partiti dall’Argentina consapevoli che la desaparicion in un paese abitato al 40 per cento da persone di origini italiane ha rappresentato il più grande eccidio di connazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quell’esperienza ci ha portato al Cile e agli altri paesi del continente latinoamericano tutti ugualmente attraversati da dittature e sofferenze. Infine parliamo di teatro e allora dico loro che proprio il teatro per vivere ha bisogno di storie potenti e appassionanti e quella di Neruda, coi suoi sogni e la sua poesia, è una di queste. Pablo Neruda è immortale perchè coglie ed insegna della vita la sua bellezza mentre del sudamerica canta con infinita semplicità le tante ricchezze. Domani ne racconteremo un’altra, quella di Alberto Maria De Agostini.

Diario 6_

La settimana argentina volge al termine e siamo di partenza per la Colombia.
Per le incredibili circolarità della storia siamo partiti dalla provincia a Oncativo nel Teatro Victoria, un classico teatro all’italiana proprio perchè voluto e realizzato da Miguel Aimar, un immigrato italiano partito da Barge nel 1894.
Oggi Barge dopo aver regalato, come Miguel, tanti migranti al mondo, è il paese che attrae gli immigrati cinesi che hanno sostituito i locali nello scavo e nella lavorazione della pietra di Luserna, da sempre sinonimo di vita e motore dell’economia della cittadina cuneese.
Miguel Aimar, sposo di Francisca Bonetto da cui ha avuto otto figli, inaugura nel 1910 il Cine Victoria che poi rinnova e trasforma nel 1929 in teatro. Ci passano grandi nomi del teatro nazionale argentino e tutt’oggi la sala si presenta come un gioiellino con decori dorati e poltrone e sipario in velluto rosso, una bella platea e la doppia balconata.
Una storia come le tante che tra poco in Italia torneremo a raccontare nello spettacolo “Giorni Migliori” e che qua in modo diretto ha intrecciato la nostra quotidianità rendendoci orgogliosi di un paese chiamato Italia. Dunque è ancora possibile.

Diario 5_

Eccoci a ricomprendere rapidamente in 24 ore quali possano essere gli estremi del sudamerica. Ieri notte lo spettacolo lo abbiamo realizzato nel bellissimo Teatro Real di Cordoba ed oggi a Bell Ville, una cittadina di 50 mila abitanti all’interno della Provincia. In mezzo ci si è messa la meteorologia che dopo una bella giornata di sole ha riversato impressionanti quantità d’acqua per oltre 12 ore. Abbiamo fatto il carico sotto scrosci che erano pentolate d’acqua scagliate dal cielo. Siamo partiti sul piccolo bus che ci trasportava viaggiando in mezzo a fiumane vorticose, tra fulmini e tuoni roboanti e ad intermittenza sotto scariche di grandine, tra auto, pulman o camion in panne lungo gli oltre 200 chilometri di percorso.
Arrivati alla meta in ampio ritardo, il Teatro Tenda allestito per il Festival e pronto ad accoglierci era completamente allagato e impraticabile. Così abbiamo ripiegato sul gran salone dell’atrio del Palazzo Municipale e in poco tempo abbiamo trovato le soluzioni per reinventare lo spettacolo senza quinte, senza camerini e con sei soli fari. Ieri sera erano 60 per un superpalcoscenico e con a disposizione un impianto voce da paese delle meraviglie. Ieri tutti gli spettatori sedevano in poltrone di velluto, oggi su sedie e panche trovate alla rinfusa nelle diverse stanze del palazzo. Ciò che importa è che il risultato non cambia. Grande divertimento nostro e loro e alla fine tutti in piedi per applausi scroscianti. E per di più è anche terminata la pioggia così che il rientro lo abbiamo percorso su un autostrada tornata alla normalità. Adesso dopo questa doppia turbolenta ed esaltante prova le rapprresentazioni dei “Palloncini” sono terminate. Domani una meritata giornata di riposo, poi il viaggio riprende verso la Colombia e il testimone passa a Don Patagonia.

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BELLE VILLE – 200 Km da Cordoba.
Che emozione andare a lavorare in questi piccoli paesi (per quanto piccoli possano essere i paesi in Argentina). La gente e’ “fragrante” come gli alfajores che ci hanno offerto e che si sciolgono in bocca e ti lasciano un gi¡usto di “abbraccio della nonna”. Nella semplicita’ degli incontri e nella loro verita’, conosciamo un gruppo di ragazzi che fanno i clown in ospedale: una di loro sostiene di conoscere una “brujeria” che fara’ interrompere la pioggia. Cosi’, sotto l’acqua scosciante, sale con un’amica (armata di ombrello) sopra una scopa e cosparge del sale a terra, formando una croce. Tutti a ridere come matti. Dopo un’ora ha smesso di piovere e noi abbiamo fatto il nostro spettacolo. Adoro queste tournee e adoro andare in questi semplici e ricchissimi luoghi.
El globo es feliz de volar…

Cristiana Voglino

Salone di Belle Ville

Diario 4_

C’e’ a volte un gioco di casualità nelle emozioni. L’altro giorno passeggiando per Buenos Aires in diverse librerie ho incontrato El Peso de La Mariposa.
Domani torna in scena a Torino IL PESO DELLA FARFALLA, uno spettacolo che amo infinitamente e che ogni volta mi emoziona come la prima volta che ho letto il testo dentro i rumori ossessivi di un aereoporto, come la prima volta che l’ho visto in scena a Vinovo mentre fuori la neve rivestiva tutta la piana di silenzio, come quando al monte dei Cappuccini mi ha fatto incontrare Bruna e Anna e con loro Alessio.
Domani torna in scena e vorrei esserci e non ci sono.
Eppure no! Ci sono perchè sono nuovamente partito per aereoporti, sono lontano e ci sono perchè i voli e gli impegni mi hanno spinto sino a Cordoba dove ho fatto il mio ultimo viaggio con Erri e insieme abbiamo visitato La Perla, un campo di detenzione clandestino dove è stata sconfitta la sua e la mia generazione, ci sono perchè ho reincontrato le Madres e le Abuelas e proprio Tati Almeida, che nel suo ultimo viaggio a Torino ha voluto incontrare Bruna a Bussoleno.
Così a distanza sentirò le voci di Marco, di Manuela e di Sax unite a quelle di Edo e di Anna, sentirò la vitalità del camoscio e la sua stanchezza, il peso degli anni e degli errori e mi abbaglierà il biancore leggero della farfalla che ovunque batta le sue ali sa provocare onde ed emozioni al di là degli oceani, comunque.

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ONCATIVO – 7 km da Cordoba – Argentina:
Partiamo alle 4 di notte. Anche il buio e’ vasto qui, come questa terra. Viaggiamo sul Van (dalla cui radio esce la voce della Pausini che canta in porteño. Arriavti in teatro, una scheira di tecnici e´pronta ad aiutarci… ognuno con i propri ritmi, certo, ma tutti disponibilissimi.
Graziela ci porta il caffe’ e le paste… Ce la possiamo fare! E ce la facciamo!!! Ottimo debutto! I ragazzini molto divertiti, incantati… gli applausi scroscianti. Dopo pranzo, altra replica… Tutti siamo piu´stanchi: una replica alla 16.30, con ancora il jet lag, equivale a un ¨“Torino non dorme´´ da noi (5 ore di fuso).
Ma ce la facciamo! anche la replica va benissimo. E il gran premio della giornata arriva in uno di quei momenti che noi amiamo di piu´in queste tournee:´´ Vi´abbaiAmo preparato del salame e del pane con qualche dolcino´´.
Una splendida occasione per stare attorno ad un tavolo con persone semplici, ma profonde che ti raccontano in pòco tempo tutto della loro vita e della loro famiglia (ovviamente migrata dall’Italia nel sec olo scorso). A proposito della merenda: porca miseria! Mai assaggaito un salame cosí buono!!!
Grazie ONCATIVO!

Cristiana Voglino

Diario 3_

Raul Sansica lo conosco da oltre dieci anni. E’ il direttore del Festival Internazionale di Teatro di Cordoba. Era un giovane organizzatore talentuoso e la Città e la Provincia di Cordoba hanno scommesso su di lui.
Ha costruito una squadra di organizzatori e tecnici molto affiatata e squisita per cortesia e professionalità. Con loro ha fatto maturare e crescere l’offerta culturale sul territorio e così da oggi artisti olandesi, uruguayani, francesi, israeliani, brasiliani, colombiani, bolivianni, italiani e , naturalmente, argentini e cordobesi, offriranno oltre 60 appuntamenti e possibilità di incontro con lo spettacolo a Cordoba e in altre 25 località.
Il tutto attorno a un tema non da poco quale l’incontro intergenerazionale tra nonni e nipoti perchè se i nonni portano a teatro i loro nipoti anche questi ultimi possono trovare occasione per portare i primi a teatro a reincotrare storie o vicende della loro infanzia.
Noi di Assemblea Teatro non potevamo mancare perchè questo è proprio il primo motore di DOVE VANNO A FINIRE I PALLONCINI e il suo omaggio a Rascel. Ne avevamo parlato un anno fa e l’intelligente Raul ha colto nel segno. “La vita in comunità si compone di molteplici stimoli e difficoltà. Dobbiamo convivere e rispettarci accettando le differenze di ogni tipo e quelle generazionali fanno parte di queste difficoltà che dobbiamo saper acettare. – scrive nella sua presentazione – Se il Teatro è lo scenario dove abitano i nostri sogni, le virtù o le debolezze, può essere anche il luogo dove il mutuo rispetto possa essere naturale e dove accettarsi sia qualcosa di non forzato, qualcosa che non si propone, ma che accade“.

La nostra giornata è iniziata in sala prove a costruire la memoria in lingua spagnola senza perdere la freschezza e il divertimento. Poi tutti all’inaugurazione e a tuffarci dentro gli pettacoli delle altre compagnie.

I "nostri" palloncini all'entrata del Teatro Real

Diario 2_

“Mi chiamo Rosa de Roisinblit e sono la vicepresidente dell’Associazione Abuelas de Plaza de Mayo – mi alzai per stringerle la mano e la prima cosa che notai fu la stella di Davide che portava al collo e un paio di occhialini dalle lenti piuttosto spesse” Così ne scrive Massimo Carlotto ne Le Irregolari nel 1998.
“Mia figlia Patricia Julia partorì un maschietto nel campo di concentramento clandestino della ESMA. Lo chiamò Rodolfo Fernando. Già mamma di una bambina di 15 mesi, era all’ottavo mese di gravidanza quando se la llevaron e il fatto di essere ebrea non l’aiutò di certo. Ovunque Rosa chiese notizie, la cacciarono e la derisero. Così decise di rivolgersi al rabbino che scrisse una lettera di presentazione per l’ambasciata di Israele. Allora venne a sapere che un incaricato ogni mercoledì si recava al Ministero dell’interno con la lista degli scomparsi di confessione ebraica ricevendo sempre la stessa risposta negativa. Stanca di lottare da sola, si unì alle nonne .” Sono passati 16 anni da quelle pagine ed oggi Rosa è ancora una arzilla instancabile vecchietta di 92 anni che ha ritrovato con le Abuelas 115 nipoti scomparsi tra cui, nell’anno 2000, il suo Guillermo Rodolfo.
E’ seduta ad un tavolo nel sontuoso salone nel Palazzo della Legislatura della Città di Buones Aires con la Deputata Gabriella Alegre, con l’ex Sindaco della città Anibal Ibarra, con la Giornalista ed ex detenuta politica Miriam Lewin, per la presentazione del libro scritto da Marcela Bublik ABUELA che racconta la sua storia.
Parla con voce sicura, racconta di sua figlia, dei suoi nipoti, dei tanti chicos ritrovati, delle altre nonne e con un magnifico sorriso conclude “è un bel libro, è davvero una bella storia la mia”. L’applauso che l’avvolge è un abbraccio di stima e amore e percepisci tutta la forza di un inesauribile e straordinario coraggio.

Gli attori dei “Palloncini” sono arrivati dall’Italia. Ci siamo ritrovati all’aereoporto di Buenos Aires e siamo volati insieme fino a Cordoba. Siamo stati accolti come fossimo a casa dai tecnici del Teatro Real orgogliosi di presentarci le nostre nuove pecore per la scena. Adesso si riposa e domani inizia il lavoro.

Renzo Sicco

Diario 1_

Splende il sole oggi a Buenos Aires. Aprire la finestra della camera dell’hotel e poter dire, come scriveva Prevert in una sua poesia, “buongiorno compagno sole” è sicuramente un buon inizio .
Già, perchè oggi inizia una nuova settimana ma anche un nuovo mese di tour. Un privilegio, questo di Assemblea Teatro, di essere una Compagnia capace di vivere ancora le tournee. Un tempo era la regola nel teatro. Infatti le compagnie erano spesso definite di giro. Poi la trasformazione del sistema, le regole imposte burocraticamente e in ultimo la crisi hanno reso sempre più ristrette le possibilità. Così nell’era della globalizzazione e del “tutto il mondo è nostro”, il teatro se ne sta a casa propria e, se riesce, fa repliche nella sua città o al massimo in regione, e se non ci riesce, si illude come tutti di viaggiare postando su facebook. Assemblea Teatro corre ancora per l’Italia e si concede incontri col mondo perchè è il modo di far prendere aria ai pensieri non richiudendoli su se stessi ma confrontandoli con gli altri. Altri pensieri, altre culture, altri percorsi per non sentirsi mai troppo sicuri del proprio modo di fare. Aprire la mente impedendo la supponenza, infezione tanto diffusa in Italia. Ancora una volta sono a prendere lezioni di coraggio e di vita in questi giorni intervistando Tati Almeida. La conosco da ormai 15 anni ma mi concede il privilegio di parlare con lei di quegli aspetti della vita di madre e del dolore per la scomparsa di un figlio, più intimi che non fanno parte della comunicazione in pubblico. Sono ore profonde le nostre, uniti nelle parole e nei silenzi necessari a far riemergere momenti accantonati per sopire la sofferenza.
Adesso la nostra forte amicizia solidale e la nostra intensa comunicazione permettono di recuperare quelle zone buie e con esse molta memoria. Il tempo dei processi, delle condanne, il ritrovamento di nuovi nipoti e tra essi di Guido, il nipote di Estela, hanno la forza di una possibile riconciliazione con la storia e con l’Argentina stessa e concedono una serenità al ripercorrere questi lunghi anni con uno sguardo diverso, meno sofferente.

Oggi gli attori del cast dei “Palloncini” partono da Torino e domattina l’appuntamento è all’aereoporto di Buenos Aires per volare sino a Cordoba, lì ci attendono il Festival e i primi spettacoli.

Renzo Sicco

 

4 Responses to : Diario dal Sud America

  1. Maria Luisa Marello says:

    Chiusi nel nostro piccolo pezzo di terra e sempre di più attaccati a qualsiasi aggeggio che ci unisca al mondo tramite internet non ci confrontiamo che con l’immagine che abbiamo della realtà. Quanto ci mette alla prova e ci fa crescere invece il viaggiare e affrontare fisicamente,. con occhi e orecchie e bocche e mani e piedi curiosi, terre e popoli diversj. Ferma qua leggo e leggerò con piacere curioso il Vostro diario di viaggio e diario di tournée.

  2. Luca Occelli says:

    Ciau fiòi. A presto-

  3. Cristiana Voglino says:

    Riprovo a scrivere il seguito del mio commento. Aggiungo al diario del 2*giorno: abbiamo fatto 5 prove: 1 tecnica + 2 filate + 2 generali. Alla fine io e Andrea Castellini parlavamo pure in tedesco, inglese e francese.
    Ma è vero: ci si diverte sempre! Renzo rende sempre preziosi i momenti: quando meno te l’aspetto tira fuori dalla sua borsa (rubata a Mary Poppins?) tre magliette con i palloncini e dice “Andiamo fuori a fare la foto?” Io gli chiedo: “dove le hai trovate” e lui “Le ho comprate due mesi fa in Portogallo”… Ora: io non riesco a tenere un segreto, mai! E lui per due mesi ha tenuto da parte questo dono per OGGI? Questo sì che è un “coup de Théâtre”.
    Aiuto… parlo francese? Via! Via!
    A proposito di sorprese: non potendo portare dall’Italia le nostre scenografie e gli oggetti di scena… ce li hanno costruiti! Domani ve lì faremo vedere.

    E… Domani saremo a Oncativo (si parte alle 5 del mattino e si ritorna a notte fonda).
    DUE REPLICHE? Fantastico!!!
    Alla prossima puntata!

  4. Salvatore Maulucci (Pinerolo To) says:

    Cari amici di “Assemblea” grazie per quello che state facendo in questi giorni in Sud America.Buon Ritorno.

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