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Scopriminiera
Ecomuseo delle Miniere e della Valle Germanasca
 Località Paola - Prali (TO)
Quando nel 1989 siamo venuti a lavorare nella Valle Chisone e Germanasca, nella piccola Sala Edelweiss abbandonata dal pubblico cinematografico accettammo la scommessa di passare dai 30 ai 300 spettatori a sera. Con una programmazione attenta alla sensibilità del pubblico e mirata al suo piacere nell’arco di una stagione ci riuscimmo. Il Teatro Edelweiss diventò così punto di riferimento e appuntamento culturale necessario per moltissimi valligiani. Tra questi ricordo un signore anziano, che con regolarità, arrivava per primo tutti i sabati sera. Iniziai a parlare con lui, scoprendo che era un minatore e che quella era la prima occasione che aveva di vedere teatro. Gli dissi che anche per me si trattava della prima occasione di parlare di miniera. Diventammo amici, io gli illustravo i futuri appuntamenti e lui mi raccontava la vita. Poi l’Edelweiss chiuse e aprimmo allo spettacolo la Fortezza di Fenestrelle, i parchi della Valle fino ad approdare dentro la miniera Paola di Prali.
Lì ho conosciuto molti altri minatori ma soprattutto attraverso il lavoro della mia Compagnia, col teatro, abbiamo fatto conoscere l’eco-museo e avvicinato alla cultura del lavoro di tante generazioni molte persone che, come noi, mai avrebbero immaginato la miniera come un luogo di emozione.
Il dovere del rispetto è quello che ho sentito quando l’allora Presidente Erminio Ribet e l’infaticabile Gino Baral mi proposero di fare un’ispezione alla miniera, ancora in stato di abbandono, con il compito di pensare da subito una possibile produzione teatrale. Sentii in quell’occasione una potente eccitazione che il luogo sapeva produrre ma al tempo stesso sentii il peso che la storia e il doveroso rispetto verso chi, in quel luogo aveva lavorato e sofferto esercitava su di me. Così nacque “L’ultima notte di Giordano Bruno”, spettacolo di straordinario successo se si pensa che abbiamo sfiorato i 4000 spettatori e dato alla Valle una visibilità attraverso stampa, radio, periodici e televisioni che fino ad allora mai aveva avuto. All’uscita dello spettacolo, all’unanimità tutti, mi dicevano che dentro la miniera non si poteva immaginare nessun altro lavoro. Era un modo di dire che quella era la scelta giusta, questo mi rallegrava e procurava al tempo stesso un sorriso ben sapendo che ci ero arrivato eliminando due precedenti progetti, ma soprattutto sottraendo le sovrastrutture culturali che mi avevano portato a pensare ai gloriosi minatori del realismo socialista. E’ stato proprio Armando, ex minatore e oggi conduttore del treno che trasporta i visitatori dentro la “Paola” che raccontandomi i compleanni e le feste vissute a “salame e patate” nella sala mensa della miniera, raccontandomi dei topini bianchi che ogni minatore adottava impegnandosi a fornirgli pane e scarti di cibo, mi ha segnalato la forza e la dolcezza a cui dovevo indirizzarmi. Sono rimasto solo dentro la miniera: ho guardato il buio, più oscuro di qualsiasi notte, ho sentito il silenzio, più denso di ogni silenzio e ho avuto chiaro che dovevo mettere in scena “Giordano Bruno”.
In seguito è nato un altro progetto “Le rose di Atacama” di Luis Sepúlveda. In questo spettacolo parliamo del Cile, altra terra di minatori, terra di sofferenza, di dolori. Ne parliamo con leggerezza, con una metafora che l’autore stesso ci ha regalato. Parliamo di un deserto dove tutto è arido, come a volte capita nella vita, ma dove sotto un sole bruciante una volta all’anno, per poche ore dopo la pioggia, nascono le rose. Anche nella durezza estrema può succedere dunque il miracolo.
Se pensate al montanaro dalla vita ostile, a quel minatore vicino al suo armadietto intento a dare un pezzo di pane a un topino bianco, capite la metafora. Capite perché sia giusto rappresentare qui il deserto di Atacama unitamente al deserto della dittatura cilena e per un istante sentite anche voi fiorire nell’aria il profumo delle rose.
Renzo Sicco
www.scopriminiera.it |
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