«D’incanto - Un piatto e un sogno per 8 castelli»
Spettacoli tra vigne e colline
Castello di Govone
sabato 10 maggio 2008 - ore 21.00/22.00
PAZZE REGINE
(La vera storia di Rosa Vercellana e Laura Bon)
testo di Fabio Arrivas e Renzo Sicco
regia di Lino Spadaro e Renzo Sicco
con Manuela Massarenti, Cristiana Voglino, Valentina Volpatto, Gisella Bein, Monica Fantini
musiche Davide Cignatta, Lorenzo Quero, Roberto Marcotti, Stefano Schembari
Era il 1998 quando Assemblea Teatro ideò e produsse lo spettacolo “Pazze regine – La vera storia di Rosa Vercellana e Laura Bon”.
A Torino, il mausoleo della “Bela Rosin” giaceva dimenticato nel quartiere periferico di Mirafiori sud. Il monumento, semifatiscente e circondato da sterpaglie, aveva perso qualsiasi interesse nei confronti della cittadinanza e fino al ’74, anno in cui si svuotò delle salme, venne colpito da episodiche profanazioni.
L’evento teatrale di “Pazze regine” ebbe allora la funzione di recuperare, nella memoria del pubblico cittadino e in particolare degli abitanti di Mirafiori, il significato storico e culturale del Pantheon, a cent’anni esatti dalla sua edificazione.
Tutto questo lo ottenne attraverso il copione curato da Fabio Arrivas e Renzo Sicco, attorno alle vicende più strettamente private e sentimentali del re Vittorio Emanuele II.
La storia tra Vittorio Emanuele e Rosa Vercellana, figlia di un tamburo maggiore dell’esercito, innalzata a dignità e onori di Contessa di Mirafiori e di Fontanafredda.
Il caso “Rosina” scoppia nel 1858, qualche anno dopo la dipartita della regina Maria Adelaide.
Una moglie morganatica di estrazione umile la Vercellana, che aveva dato al re due figli e che il pubblico conosce nel racconto sofferto di una precedente fiamma di Vittorio Emanuele: Laura Bon.
Il personaggio di Laura Bon, attrice molto famosa a Torino, rimase accanto al re per molti anni, forse non accettò mai di allontanarsi e inseguì il suo uomo in tutte le occasioni, anche in quelle ufficiali; nel suo parlare confuso di piani di memoria, è la voce narrante dell’intera piéce.
Rimembra un passato amaro, di dolore per il figlio morto, di appannati palcoscenici di mestiere, retaggio di una vita dedita all’arte e all’amore.
La sua figura torna a passeggiare, nostalgica, per i saloni, così come già le capitava di attraversare i portici di via Po a Torino, fiera e mesta allo stesso tempo.
La sua voce rapisce l’attenzione dei presenti, che la seguono.
La musica da ballo di una fisarmonica introduce il movimento di tre nobildonne, che tra pettegolezzi e battute maliziose ciacolano attorno alla statura di Vittorio Emanuele e delle sue vicende amorose.
Ridono sguaiatamente, agitano i loro ventagli, bevono menta, spronate da un nazionalismo manierato irridono l’anciénne regime, rappresentato da una marchesa stanca e dal forbito francese.
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