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SPECIALE Mario Benedetti


Le stagioni

Vivono in me quattro stagioni
come se fossero una sola
tutte e quattro vivono in me
son quattro frange di un abisso
dall’aurora sino al tramonto
la pioggia il verde il sole il vento
senza agitarmi stanno in me
son la missione appena nata
e sono i morti del mio mondo
le stagioni mie nascoste
mi danno gioia / soffrono in me
ognuna d’esse ha un cielo
e ogni cielo è uno specchio
che parla di tutti e di me
le quattro stagioni si uniscono
si riconoscono e si abbracciano
sono tutte dentro di me
sono l’ardore le foglie morte
la loro grandine il raccolto
la porta aperta e i catenacci
l’insolazione e l’acquazzone
come un destino stanno in me
le stagioni si rimescolano
per fondersi con la mia vita
per unirsi con la mia morte
quindi scappare via da me.

Mario Benedetti


He dicho en una anterior presentación de la obra de Mario Benedetti, que él, como otra grande que se nos fue contemporáneamente, Idea Vilariño, han sido identificados por la crítica literaria como integrantes de la llamada “generación del 45” uruguaya. Sin embargo, yo prefiero ubicarlos como integrantes de lo que atrevidamente he dado en llamar “la generación del 68” haciendo referencia más que a su obra literaria, a su “obra de vida” esa que perdura mucho más allá del valor de un texto escrito. Y en el caso de Mario Benedetti, ello es particularmente así, porque si hay algo que caracteriza su obra, es la absoluta congruencia, como un valor esencial en el hombre, entre el pensar y el decir y entre el decir y el hacer. Mario fue, fundamentalmente desde esa forma superior de expresión literaria que constituye la poesía, un intransigente en el mejor sentido de la palabra, un hombre que hizo suyas las mejores causas del ser humano, la causa de la libertad, la causa de la lucha contra el autoritarismo, la causa de la dignidad. Y esa conducta lo llevó a pagar un alto precio, el precio del exilio, el precio de la lejanía de su tierra, pero jamás claudicó. Y allí estuvo junto a él, como lo muestra el documental “Mario Benedetti y otras sorpresas”, su compañera, esa Luz que lo inspiró para algunas de sus mejores creaciones, y lo asistió siempre, y cuya muerte quizás haya apresurado también la de Mario. Por todo ello, estimamos absolutamente justo este homenaje a un grande de la literatura uruguaya, y nos parece totalmente procedente que en ese homenaje se incluya esta obra hermosa de Alessandra Mosca, que lo refleja no solamente como lo que fue, un poeta excepcional, sino como el hombre íntegro que los uruguayos apreciamos en él, y que además, rinde tributo también a su compañera de vida. Es con profundo placer que en mi calidad de Embajador de Uruguay les hago llegar mi saludo y mi reconocimiento a la Universidad de Torino, a Assemblea Teatro y todos ustedes por recordarlo. Un cálido abrazo a todos y mi reconocimiento especial a Alessandra por todo su esfuerzo y su capacidad.

Alberto Breccia
Embajador de Uruguay en Italia


Durante una precedente presentazione dell'opera di Mario Benedetti ho affermato che lui, assieme a Idea Vilariño, altro grande personaggio che recentemente ci ha lasciato, è sempre stato identificato dalla critica letteraria come facente parte della cosiddetta "generazione del ‘45" uruguaiana. Tuttavia, preferisco considerarli come appartenenti a ciò che audacemente ho definito "generazione del 68", riferendomi più che alla loro opera letteraria, alla loro "opera di vita", che perdura in modo più significativo rispetto al valore di un testo scritto. Nel caso di Mario Benedetti questo è particolarmente vero, poiché se vi è qualcosa che caratterizza la sua opera, ciò è proprio l'assoluta congruenza, come valore essenziale insito nell'uomo, fra il pensare e il dire, fra il dire e il fare. Mario è stato, mediante quella forma superiore di espressione letteraria rappresentata dalla poesia, fondamentalmente un intransigente nella migliore accezione del termine, un uomo che ha fatto proprie le più elevate cause dell'essere umano: la libertà, la lotta contro l'autoritarismo, la dignità. Questa condotta lo ha portato a pagare un prezzo molto alto, il prezzo dell'esilio, dell'allontanamento dalla propria terra, senza che ciò lo abbia mai spinto ad esitare. Con lui è rimasta, come mostrato nel documentario “Mario Benedetti e altre sorprese” la sua compagna, quella Luz che lo ha ispirato in alcune delle sue migliori creazioni, che sempre lo ha assistito, la cui morte probabilmente ha accelerato anche quella di Mario. Per tutto ciò consideriamo che sia assolutamente giusto questo omaggio a un grande della letteratura uruguaiana, così come riteniamo del tutto opportuno che si includa questa splendida opera di Alessandra Mosca, che lo ritrae non soltanto per quello che è stato, un poeta eccezionale, ma nella sua integrità di essere umano che noi uruguaiani abbiamo saputo apprezzare, oltre a rendere un dovuto tributo alla sua compagna di vita. E’ con profondo piacere che in qualità di Ambasciatore dell’Uruguay porgo il mio saluto e manifesto la mia riconoscenza all'Università di Torino, ad Assemblea Teatro e a voi tutti per questo omaggio. Un caloroso abbraccio e un ringraziamento speciale ad Alessandra per il suo impegno e per la sua capacità.

Alberto Breccia
Ambasciatore dell'Uruguay in Italia


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di Bruno Arpaia

Ci ho provato fino a una decina d’anni fa. Poi ho smesso, ho gettato la spugna. E tuttavia, nei precedenti vent’anni non ho smesso di insistere con qualunque editore italiano mi capitasse a tiro per far tradurre o ripubblicare con tutti i crismi almeno due grandi scrittori latinoamericani, chissà perché trascurati e dimenticati da noi italiani. Il primo era il messicano Jorge Ibarguengoitia (morto in un incidente aereo nel 1983 insieme a Manuel Scorza), ma in quei vent’anni gli editori mi hanno spesso detto che i tentativi fatti non avevano venduto molto e che il nome era troppo difficile per il lettore italiano, così lungo e basco, quasi impronunciabile… Era un problema di nome, insomma, non di qualità letteraria. Allora, potete pubblicare Mario Benedetti, dicevo io, un grande… Ma in quei vent’anni mi hanno spiegato che il suo cognome era troppo italiano e quindi non andava bene, non tirava abbastanza, non si inseriva nella nuova ola ispanica… Di nuovo, soltanto una questione di nome.
Tutto questo accadeva mentre appena al di là delle Alpi, in Spagna, in Francia, in Germania e, naturalmente, in tutta l’America latina, Benedetti veniva giustamente considerato un maestro, uno dei grandi del «boom» alla stregua di Borges, Márquez, Vargas Llosa o Cortázar, uno che la gente, soprattutto i giovani, faceva a cazzotti per vedere “dal vivo” e a cui le case editrici dedicavano intere collane e che era capace di andare in cima alle classifiche dei best seller addirittura con i libri di poesia! D’altronde, è vero: dal cosiddetto «realismo magico», ammesso che sia mai esistito (perché è il modo molto pigro che i critici hanno trovato per classificare un fenomeno come quello del boom latinoamericano, molto più complesso), Benedetti era distantissimo. Il suo romanzo più noto, La tregua, è intessuto sull’epica di un uomo comunissimo, perché per lui gli eroi erano esseri normali posti dalle circostanze nella necessità di dimostrare la propria dignità.
Poi, negli ultimi tempi, in campo editoriale qualcosa si è mosso, anche se non abbastanza. Dico “non abbastanza”, nonostante le meritorie pubblicazioni di alcune case editrici non grandissime, perché era ed è difficile trovare un autore che abbia saputo coniugare così bene, in tutti i campi in cui si è provato, l’aspetto popolare e quello intellettuale, che abbia saputo parlare a generazioni diversissime, come solo i grandi davvero sanno fare. Inutile stupirsi se poi Benedetti raggiunge non solo il cervello, ma il cuore, di milioni di persone in tutto il mondo. In una delle sue ultime interviste, raccontava di una coppia separata che in Messico gli portò a firmare una copia di Inventario. I due si erano conosciuti per quel libro e anche se poi si erano separati volevano che lo firmasse a tutti e due… Tre giorni dopo tornarono al suo stand e gli fecero sapere che si erano rimessi insieme.
Io non posso vantare una storia così bella, ma devo confessare che il mio legame con la mia attuale compagna, con cui convivo da quasi mezza vita, deve molto a Benedetti. Sì, stavamo già insieme, ma lei non sapeva ancora lo spagnolo e io ricordo lunghe serate trascorse a leggerle, traducendo all’impronta, quello che, senza la minima esagerazione dovuta all’occasione, considero il più bel racconto del Novecento, La vecina orilla. Un capolavoro, un racconto perfetto. Racconta di un diciassettenne costretto all’esilio da Montevideo a Buenos Aires per una specie di equivoco che sarebbe delicato e gustoso se non implicasse una grande dose di tragicità. Alle prese con la grande città, con la tentacolare Buenos Aires, con l’ambiente degli esiliati, con gli agenti uruguaiani, con la morte in agguato, il ragazzino diventa adulto senza perdere la sua ingenuità. Da Benedetti, mentre racconta, non viene nemmeno un’imprecazione, un lamento, una minima concessione all’ideologia, che sarebbe stata facilissima e, in quelle circostanze, perfino giustificata. La vecina orilla è un racconto di formazione in cui il protagonista diventa adulto continuando a guardare le cose, la Storia con la maiuscola di cui è vittima quasi senza volerlo, con gli occhi avidi e innocenti di un ragazzino, con un’ironia tenerissima e nostalgica che ci accompagna attraverso drammi, torture e assassinii senza chiudere la porta alla speranza.
Be’, io leggevo, la mia compagna ascoltava, e ricordo nettissima la sensazione di provare insieme brividi d’orrore, di cedere insieme al riso, al sorriso, al pianto… Devo a quella mia performance di lettura, ma naturalmente soprattutto a Benedetti, il rafforzamento di un legame con la mia compagna, l’affinarsi reciproco di una sensibilità comune fra me e lei. Ecco, ho detto due parole importanti: sensibilità comune. Benedetti è uno scrittore che aiuta a “creare comunità”. Una parola spesso disprezzata, ma fondamentale. E le sue prese di posizioni politiche sono sempre decise, ma mai ciecamente ortodosse. Una ventina di anni fa, infatti, di fronte ai cambiamenti epocali del mondo e alla difficoltà della sinistra, era stato lui a dire: «Quando credevamo di avere tutte le risposte, di colpo sono cambiate tutte le domande».
Nelle sue opere, Benedetti parla di esilio e di desexilio, una parola che ha inventato lui per designare la condizione di chi ritorna nel proprio paese e si sente sempre un estraneo. In fondo, sembra dire Benedetti, si è condannati a essere sempre esiliati: l’esilio è, sì, una condizione reale, ma anche una metafora delle nostre vite, quelle di tutti noi, ormai trasformati dal neoliberismo in individui absoluti, «liberi» forse, ma condannati a essere sciolti da ogni legame, da ogni legame sociale e comunitario che costituisce la nostra stessa essenza, condannati a poter ripetere solo e sempre io e mai noi. Per questo la letteratura di Benedetti è così importante, politicamente importante voglio dire, proprio perché non confondeva mai letteratura e propaganda.
Il fatto è che in qualunque genere si sia cimentato (poesia, racconto, giornalismo, romanzo), Benedetti ha continuato ad affermare dei valori etici, dei comportamenti coerenti, e a interpretare quell’eroismo quotidiano che è dato dal continuare a sventolare sommessamente la bandiera della dignità. «Ho continuato a lottare contro le stesse cose di tanti anni fa: con poco successo, però grazie a questo posso dormire tranquillo». Fondamentale, di questi tempi.
Don Mario diceva che la poesia era il suo vero territorio, ma la sua è una poesia ben radicata con i piedi per terra, fatta di persone e cose tangibili anche se impalpabili. Nei racconti applica sempre, e al meglio, una massima che riassume così: «Il racconto non ammette punti deboli, cadute, si costruisce parola dopo parola, e ognuna deve avere il suo ruolo. I finali, poi, sono importantissimi». Che è più o meno quello che sosteneva Cortázar quando diceva, paragonando la narrazione alla boxe, che il romanzo può anche limitarsi a vincere ai punti, ma il racconto deve sempre vincere per KO.
Benedetti è stato un innovatore anche nel campo del romanzo, al centro di una generazione che ha abbandonato le tecniche letterarie classiche per utilizzare la molteplicità dei punti di vista, il flusso di coscienza, la distruzione dell’ordine temporale progressivo e la fusione di vari generi letterari. Anche per lui, il romanzo è come un grande calderone meticcio, che ha nel suo Dna l’ibridazione, la mescola.
Nel giornalismo, combatteva battaglie per tutti noi, vedeva nella Globalizzazione piuttosto un crimine globalizzato, universale, ed era preoccupatissimo per il fatto che ormai esisteva una sola grande potenza, gli Stati Uniti, priva di contrappesi. Ma combatteva con garbo, con stile, e per questo era ancora più incisivo: «Stare dalla parte dei perdenti», aveva dichiarato, «non è una decisione. Nessuno ha la vocazione dello sconfitto. Succede che a volte le circostanze sconfiggono ciò che uno pensa». Eppure continuava a insistere, per fortuna, e alle sue parole spesso ci afferriamo ancora come naufraghi a scialuppe nel mare in tempesta.
Comunque, in tutti i generi in cui si è cimentato, Benedetti ha sempre avuto di mira soprattutto la chiarezza, la semplicità. Ma si tratta di una semplicità complessa. Si potrebbero usare, ovviamente stravolgendole, benjaminianamente stravolgendole, le parole che Brecht diceva del comunismo: quella di Benedetti è la semplicità che è difficile a farsi.
Qualcuno l’ha accusato di essere uno scrittore limitato. In effetti, al centro dei testi di Benedetti c’è la classe media uruguaiana, ci sono i montevideanos nel proprio paese («un ufficio diventato Repubblica», definiva l’Uruguay) o in esilio. Eppure la sua grandezza e la sua universalità sta proprio in questo. William Auden scriveva che «un buon poeta dovrebbe essere come un buon prodotto agricolo, come pure un certo vino o un certo formaggio, che sono tipici di quelle colline e di quelle valli, ma che vengono, proprio per questo, apprezzati anche altrove. Qualcosa di locale, dunque, di provinciale, se volete, che anche altrove, o dovunque, resta apprezzabile».
Anche in vecchiaia aveva ribadito con la sua sola presenza e la sua capacità di parlare a vecchi e giovani, il senso del tempo, il senso della tradizione che ci incatena gli uni agli altri, una generazione all’altra. La vecchiaia, diceva, «dà più maturità, a volte più serenità e pazienza. A volte più lucidità perché uno non vede le cose con gli occhi del presente ma con quelli del passato. Quando si è più vecchi, si può guardare meglio nel futuro». Dovremmo stare ad ascoltare di più gli anziani, sembrava dirci con il suo stile da understatement, oggi che siamo condannati a vivere in un presente eterno, nel presente del tempo reale, oggi che ci hanno tolto il passato e il futuro, la memoria, la storia e la tradizione, che non sappiamo più da dove veniamo né dove andiamo.
Vorremmo arrivare all’età a cui è arrivato lui, 88 anni, con la sua stessa capacità, tutta barocca, di guardare in faccia la morte, di parlare e dialogare con lei, di prenderla in giro con rispetto, come faceva lui, perché in fondo è lei a segnare il nostro tempo, a ricordarci che di quel tempo siamo fatti, e a darci forse, contemporaneamente, la forza e la necessità di vivere, di raccontare e di ascoltare racconti, che forse sono la stessa cosa. Vorremmo avere la sua stessa voglia e capacità di scrivere e di andare per la vita con freschezza e rabbia, con ironia e passione giovanile, perché Benedetti è stato un maestro di vita e non solo di letteratura.
«Dopo tutto», aveva scritto poco prima di lasciarci, «la morte è solo un sintomo del fatto che c’è stata vita». La vita di don Mario è stata piena e intensa, timida e irreprensibile. Fortuna che potremo continuare a ricordarla grazie ai suoi meravigliosi libri.

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